Il mondo non fila più TrumpJoe Biden e Mitch McConnell saranno la nuova power couple di Washington

Il neopresidente democratico e il capo della maggioranza repubblicana al Senato al netto della polarizzazione politica si conoscono da decenni e sono degli eccellenti inciucioni. Una coppia che non fa impazzire molti senatori democratici

Lapresse

Joe e Mitch, la nuova coppia
Alla fine è dovuto intervenire l’esercito. O meglio l’aviazione, che ieri mattina ha creato uno «spazio aereo di sicurezza nazionale» sopra la casa di Joe Biden in Delaware (quella col seminterrato). Il Pentagono ha cosi fatto sapere di sapere chi ha vinto le elezioni, chi sarà presidente, chi rischia attacchi di matti e terroristi delle milizie, magari su macchine volanti (a Wilmington sono aumentati anche gli agenti dei servizi segreti). E, tanto per essere cattivi con Trump che si vede sfilare l’uomo che ha in mano in Senato (e continuerà ad averlo, se Raphael Warnock e Jon Ossoff perderanno i due ballottaggi di gennaio), i media già parlano di «Mitch e Joe, la nuova power couple di Washington». Sarebbero Biden e Mitch McConnell, che al netto della polarizzazione politica eccetera si conoscono da decenni e sono degli eccellenti inciucioni: durante la presidenza Obama, ricorda Politico, «la propensione di Biden a mettersi d’accordo con McConnell era diventata una continua fonte di esasperazione per i liberal». Se i repubblicani conserveranno la maggioranza in Senato, il rapporto tra i due sarà decisivo per concludere qualcosa. Se i democratici avranno una maggioranza risicata, anche.

Anche perché l’agenda democratica, da quando una serie di candidati blandi e superfinanziati ha perso malamente, si è molto ristretta. Ora pensano di lavorare su questioni su cui coi repubblicani si può trovare un accordo, un pacchetto per il coronavirus, nuove infrastrutture, aiuti per l’istruzione superiore, e banda larga nelle zone rurali. Mitch e Joe di nuovo insieme non fanno impazzire molti senatori democratici. Secondo Chris Murphy del Connecticut, «McConnell forzerà Biden a trattare con lui ogni nomina nell’amministrazione, ogni giudice federale, ogni procuratore distrettuale», e si prevedono da subito progressisti esasperati.

Stacey Abrams e la vita da strega
Da una parte, si ricrea il club dei vecchi maschi bianchi: eliminato il pazzo generatore di discordie, trovano un modus vivendi e soprattutto un modo di mantenere potere, privilegi, e grandi finanziatori contenti. Dall’altra, per la prima volta, il gruppo che non ha mai tradito i democratici, che li vota al 90 per cento e più, sta per avere, per la prima volta, visibilità e forse potere. E sono le donne afroamericane che hanno salvato la candidatura Biden, le nuove elette alla Camera, e soprattutto Stacey Abrams, carismatica e intelligentissima, che ha costruito la vittoria in Georgia pezzo per pezzo, partendo dalla sua sconfitta. Insomma, sconfitta: nel 2018 ha perso per duemila voti, quello che è stato eletto governatore, Brian Kemp, era segretario di Stato e supervisionava il voto, e Abrams non ha voluto concedere. Né ha voluto candidarsi al Senato: ha creato Fair Fight e altre organizzazioni che registrano elettori e combattono contro la soppressione del voto. Ora è in ballo per molte cariche, molti la vorrebbero Attorney General o meglio ancora a capo del Democratic National Committee, per avere finalmente una linea e un dialogo con gli elettori (Abrams, ex professore di legge e fondatrice di una società di servizi finanziari, si autodefinisce una nerd e ha molte passioni; è anche autrice di otto romanzi d’amore con lo pseudonimo Selena Montgomery, il cognome è ispirato a Elizabeth Montgmery, che interpretava Samantha in Vita da strega).

Il mondo non fila più Trump
«Se Trump non concederà la sconfitta, se continuerà a sostenere di aver vinto al netto dei brogli, Biden dovrà aspettare che finisca la cerimonia di inaugurazione, e poi buttare fuori Trump dalla Casa Bianca con l’aiuto del secret service». Lo scenario di Vox, comprensivo di giustizia poetica con lo sfratto forzato dell’erede di una famiglia di palazzinari cattivi, non è irrealistico, ma pare improbabile. E pare difficile, ora, pensare che Trump regga emotivamente l’inaugurazione di Biden e ci vada come fanno i presidenti. Ieri twittava a raffica, al solito c’erano tweet oscurati con avvertenze, in cui diceva di aver vinto le elezioni «con i VOTI LEGALI», e invocava la Corte Suprema. Ieri è stato anche il giorno in cui il mondo ha smesso di seguire ossessivamente Donald Trump, e non si sa quali effetti questo avrà sulla sua psiche. Anche perché, scrive Matthew Continetti del sito conservatore Free Beacon, «questo rigetto di Trump è personale… Gli elettori nel mezzo si sono stancati delle sue sceneggiate. La valutazione delle sue azioni è stata filtrata dal disgusto per il suo comportamento». E molti candidati repubblicani, senatori e deputati, sono andati meglio di lui.

Il prossimo sarà un fascista competente
È la previsione di Jay Rosen professore di giornalismo alla New York University, intervistato dal podcast The New Abnormal, sul prossimo leader che emergerà dal partito repubblicano. Viene da pensare ai giovani senatori cattivi laureati nelle Ivy League, Tom Cotton dell’Arkansas, Josh Hawley del Missouri, Ben Sasse del Nebraska che si è smarcato da Trump in zona Cesarini; i trumpologi, scherzando ma non troppo, prevedono candidature al Senato o alle primarie per la presidenza nel 2024 di Don junior, che non è competente. Ma adesso, più che delle prossime star, si parla dei repubblicani che devono tirare a campare. Ci sono quelli, scrive l’economista commentatore Paul Krugman, «che hanno paura della base innamorata di Trump» e gridano all’elezione rubata (alcuni, come il majority leader della Camera Kevin McCarthy e Ted Cruz, sembrano farlo anche per stronzaggine). E quelli che prendono le distanze prima che sia troppo tardi (l’ultimo ieri è stato Pat Toomey, senatore della Pennsylvania).

Le vacanze hitleriane del neodeputato
Nella serie Succession (sempre sia lodata) la famiglia Roy, padrona di una specie di Fox News, discute cosa fare di un conduttore che ha chiamato il suo cucciolo come il cane di Adolf Hitler (spoiler, non lo cacciano). Nell’undicesimo distretto elettorale del North Carolina (sulle Appalachian Mountains, posti di redneck trumpiani), non si sono scandalizzati perché il candidato repubblicano Madison Cawthorn chiama Hitler «Il Fuhrer» ed è stato in vacanza a Berchtesgaden, sul Alpi Bavaresi, dove c’era il Nido d’Aquila, la sua casa di vacanza. Cawthorn ha 25 anni, è belloccio, è in sedia a rotelle dopo un incidente stradale, e ora è il più giovane deputato della Camera dei rappresentanti. Come le sue nuove colleghe propagatrici di teorie di QAnon, Lauren Boebert e Marjorie Taylor Greene, è ossessionato da Alexandria Ocasio-Cortez. Nella sua dichiarazione di vittoria si vanta di poterla sderenare: «I giorni di AOC e dell’estrema sinistra che ingannano la prossima generazione di Americani sono contati» (la sua campagna ha creato un sito per accusare un giornalista locale di lavorare «per maschi non bianchi, come Cory Booker»; Cawthorn ha detto che è stato «un errore di sintassi»; il neoeletto è stato accusato pure di molestie, lui sostiene che è il suo modo di flirtare).

Primi pentimenti culturali trumpiani
Il South Carolina si è confermato Trump Country, votando per lui e rieleggendo Lindsey Graham. Ma senza Trump presidente che legittima ed esalta eccessi, alcuni trumpiani si sentono insicuri e smettono di eccedere. Succede col proprietario di una catena di ristoranti a Charleston, Joe Fischbein, che ha ritirato un piatto a cui teneva molto: il Grab Her By The Juicy Burger, ispirato alla registrazione in cui Trump spiegava che le donne vanno agguantate per i genitali. Fischbein ha detto che era per ridere, che volevano essere «creativi e cool», e che è molto dispiaciuto dei commenti su Facebook e Tripadvisor (l’hamburger costava 14 dollari ed era trumpianamente coperto di Cheetos al formaggio).

Florida, la Stalingrado di Trump
Il senatore Rick Scott ha twittato un link per denunciare brogli. Il governatore trumpianissimo Ron DeSantis è stato lodato da Don junior per la sua fedeltà (DeSantis ha proposto che le legislature repubblicane degli Stati vinti da Biden sostituiscano i grandi elettori con altri che si pronuncino per Trump). L’ex attorney general Pam Bondi è scatenata su Fox News. E complessivamente, la Florida pare l’ultimo avamposto del presidente sconfitto. Tranne il senatore Marco Rubio, che, bontà sua, ha twittato «impiegare dei giorni per contare voti espressi legalmente non è frode», ed è stato perciò attaccato da Don junior.

Florida Men, il ritorno di Brad Parscale
Dopo un arresto che l’ha fatto consacrare Florida Man dell’autunno e un’indagine per l’appropriazione di decine di milioni, Brad Parscale ha fatto appello alle sue forze interiori e ha ripreso a twittare. Ha anche cambiato l’immagine del profilo (un pirata), lo sfondo (i suoi cani barboni) e la bio («Famigerato. MAGA a vita. Ex campaign manager di Trump. Alto due metri e sette, così smettete di chiedere. Anche io vi voglio bene»). Soprattutto, ha scoperto ieri Jennifer Jacobs di Bloomberg, Parscale ha detto in giro che sta scrivendo un libro e sta per firmare con un editore. È stato uno strettissimo collaboratore di Trump per molti anni, sa tantissime cose che possono danneggiare lui e buona parte della famiglia (in questo contesto, anche il recente tweet di buon compleanno a Ivanka suona minaccioso). Maggie Haberman, principale trumpologa del New York Times, ha commentato twittando «è una notizia importante, perché Parscale non ha firmato un accordo vincolante di non divulgazione». E il libro, se uscirà, potrebbe essere interessantissimo.

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