Il caballero sgangheratoL’inadeguatezza di Borghi che ormai va fuori traccia anche per un partito come la Lega

L’autoproclamatosi economista lombardo torna a far parlare di sé per un discorso senza capo né coda alla Camera in cui attacca il presidente del Consiglio su una questione giuridica, sbagliando in maniera piuttosto grossolana. Strano che il partito affidi a uno come lui il proprio messaggio, tanto più in un momento così delicato

AP Photo/Michael Probst

Dei tre caballeros leghisti autoproclamatisi economisti – Claudio Borghi, Alberto Bagnai e Antonio Maria Rinaldi – il primo è senz’altro il più politico. Figuratevi gli altri, direte: ma Bagnai è un eccentrico Dottor Stranamore mentre Rinaldi è un caratterista che una volta piazzatosi a Bruxelles è sparito; e dunque c’e tutto il campo libero per le incursioni del Borghi, uno che deve avere un’altissima opinione di se stesso visto che ama svariare su campi non suoi (ammesso e non concesso che esistano campi suoi).

E così il caballero lombardo, che grava però sulla Toscana, si è lanciato ieri alla Camera in un discorso senza capo né coda, confutando Giuseppe Conte su una squisita questione giuridica, ricordandogli che i diritti costituzionali hanno tutti la medesima forza, non è che il diritto alla salute viene prima di altri.

Voleva dire, il Borghi, che sì, va bene tutto ma poi bisogna pure laurà, fare i soldi, no? E qui è caduto come «corpo morto cade», avrebbe detto Dante, facendo notare che il diritto alla salute figura in Costituzione solo all’articolo 32: è nel gruppone degli inseguitori insomma, è una norma costituzionale così così, quasi anonima, quindi non ci rompete l’anima con restrizioni e divieti.

Una risposta italiana a Donald Trump con la differenza che quello è – mentre scriviamo – il presidente degli Stati Uniti e il Borghi è uno che ha perso sempre qualunque elezione: non eletto al Parlamento europeo nel 2014, battuto in Toscana nel 2015 da Enrico Rossi, e ancora da Piercarlo Padoan nel collegio di Siena alle politiche del 2018 ma viene ripescato nella provvidenziale lista bloccata del proporzionale.

La cosa preoccupante però non è Borghi: è che la Lega lo lasci parlare. Che cioè il partito risultato più forte alle ultime elezioni europee affidi a uno così il proprio messaggio. E tanto più in un momento delicatissimo nel quale la destra avrebbe potuto cogliere la liana che, seppure un po’ confusamente, Conte le aveva lanciato, invitando l’opposizione quantomeno a farsi coinvolgere (non per forza condividendole, anzi) nelle scelte del governo. Macché.

Il Borghi, facendo il sostenuto, come si dice a Roma, ha dimostrato di non aver capito niente, pensando che il solito cabaret parlamentare avrebbe funzionato anche stavolta. E invece non solo ha fatto una brutta figura personale (come dice il deputato costituzionalista Stefano Ceccanti, «decenni di dibattiti tra giuristi, cittadini, decisioni delle Corti su come bilanciare tra loro i diritti, il caso Ilva col conflitto salute-lavoro, quali siano i diritti fondamentali e quali no, come limitarli in modo ragionevole, erano inutili. Si risolve tutte col criterio di precedenza numerica»), ma il Borghi si è messo anche fuori linea visto che dopo gli interventi ci sono state diverse votazioni unitarie fra maggioranza e opposizione. Un segno di relativa, molto relativa, voglia di abbassare i toni. E anche un segno che lì dentro, nella Lega, non sono proprio tutti scemi.

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