L’arte di schivareLa grande ipocrisia dei musei francesi verso la Cina

Secondo M, il magazine del Monde, nel settore della cultura la Francia è disposta ad accettare più di un compromesso pur di rimanere nel mercato cinese e sponsorizzare le proprie opere d’arte. Una politica che non piace a tutti, come dimostrano la decisione del museo di Nantes e le critiche degli esuli

Les Corpographes/Unsplash

Come si fa a fare affari con la Cina nel settore culturale senza venire a patti con lo scarso rispetto di Pechino per i diritti umani e la volontà del partito comunista cinese di controllare anche questo aspetto della vita del Paese? È molto difficile, come dimostra un lungo articolo dedicato da M, il Magazine del Monde, ai rapporti tra i musei francesi e le autorità cinesi. La scelta del museo di Nantes, che ha deciso di rinviare una mostra su Gengis Kahn a seguito delle pressioni ricevute da Pechino, impegnata a cancellare in ogni modo la memoria mongola ed evitare che anche all’estero se ne parli, è probabilmente isolata, a giudicare dal lavoro del settimanale francese. 

I direttori dei musei transalpini sembrano molto meno inclini a scatenare una guerra mediatica con le loro controparti cinesi, e al contrario più propensi ad accettare che, per avere rapporti di collaborazione con la Cina, qualche compromesso va fatto.

Anche il presidente Macron ha scoperto che i rapporti culturali non sono molto diversi dagli altri tipi di relazione tra Cina e Stati europei. Il 5 novembre 2019 il presidente francese era a Shanghai per l’inaugurazione di una filiale del Centre Pompidou, e aveva chiesto di «poter pranzare, in privato, con una ventina di artisti cinesi. Emmanuel Macron aveva sicuramente in mente la colazione storica del 1988, quando François Mitterrand, in visita ufficiale a Praga, condivise caffè e croissant con il drammaturgo Vaclav Havel e altri intellettuali, noti oppositori».

La moderazione dell’incontro era stata affidata a Pierre Haski, ex corrispondente di Libération in Cina, editorialista di geopolitica su France Inter e presidente della Ong Reporter Senza Frontiere, e l’idea di Macron era poter conversare liberamente con gli artisti, per mostrare il sostegno della Francia e per aumentare il proprio prestigio all’estero.

E invece le cose non sono andate come previsto: secondo Le Monde, durante l’incontro nessun artista è andato oltre qualche frase di circostanza. Anche «Cao Fei, 41 anni, videografa, tra le più brillanti della sua generazione, il cui lavoro previsto per il Centre Pompidou Shanghai è stato rifiutato dalle autorità cinesi, ha semplicemente detto qualche banalità. Macron ha cominciato a impazientirsi: “Perché non le chiedi della censura del suo lavoro?”, ha scarabocchiato su un pezzo di carta per poi passarlo con discrezione a Pierre Haski. Il giornalista ha risposto in breve tempo sullo stesso fazzoletto: “Lei rifiuta di parlarne”, facendo comprendere a Emmanuel Macron la paura ispirata dal regime autoritario del presidente cinese Xi Jinping».

Così, il presidente si è adattato e, nel corso del suo discorso al Centre Pompidou, si è comportato come Cao Fei: nemmeno una parola sulla censura, che ha vietato l’esposizione di tre opere all’inaugurazione. «Dopo aver ricordato con favore la “cooperazione sempre più sicura tra Cina e Francia”, Macron, mostrando una certa padronanza del senso dell’eufemismo ha evocato “tempi in cui creare sarà difficile” e “opere che sarà difficile mostrare più di altre”. Ecco la dottrina della Francia: bisogna fare i conti con i vincoli, praticare “l’arte di schivare”. “È così”, dice Macron».

Ecco perché, se l’atteggiamento del museo di Nantes può ragionevolmente essere tenuto dai musei che operano su suolo francese, per chi cerca di entrare nel mercato cinese il discorso diventa diverso. L’arte di schivare” rivendicata dal presidente Macron, scrive il Monde, necessita di un difficile equilibrio, vista l’ambizione della “diplomazia museale”, che consiste nell’esportare la cultura francese in paesi in cui i diritti umani vengono regolarmente violati.

In Cina, ragiona il Monde, è diventato però ancora più difficile a causa «dell’inasprimento del regime: ad Hong Kong viene imposta una legge sulla sicurezza nazionale, mentre le tensioni aumentano in Tibet come a Taiwan. La stampa è imbavagliata, così come i social network. Le rivelazioni sul destino della minoranza musulmana uigura, che sta subendo una politica di internamento e indottrinamento di massa, si susseguono e secondo un sondaggio del Pew Research Center pubblicato il 6 ottobre, l’immagine della Cina sta notevolmente peggiorando in molti paesi occidentali».

E però alcuni musei francesi si danno da fare: è il caso del Centre Pompidou, che ha firmato un contratto quinquennale con la società cinese West Bund Development Group, per aprire il 12 novembre a Shanghai una mostra sul design. Una scelta non casuale, nota il settimanale francese: «Gli oggetti funzionali raramente interessano alla censura».

La Fondazione Cartier ha in programma due nuove mostre alla Power Station of Art, sempre a Shanghai, e il Museo Rodin, che ha visto annullare la sua installazione in un edificio di 15.000 metri quadrati a Shenzhen a causa della pandemia, sta cercando un altro punto di esposizione. 

Stesso discorso per la Fondazione Giacometti e il museo Picasso, che stanno finalizzando un progetto comune a Pechino, The Cube, che dovrebbe essere inaugurato nel 2021. «Primo partner culturale della Cina dalle mostre lanciate negli anni ’80 dopo l’ascesa al potere di Deng Xiaoping, la Francia intende rimanere tale e organizzare nel 2021, come previsto, l’anno del turismo culturale franco-cinese».

Dietro all’offensiva francese ci sono due ragioni. Da un lato Parigi vuole evitare di lasciare campo libero ad altre potenze culturali, come il Regno Unito, che potrebbero approfittare di un’eventuale ritirata francese. Dall’altro, nelle parole di Serge Lavisgnes, direttore del centro Pompidou: «La Cina è troppo potente, non possiamo voltarle le spalle»; Catherine Chevillot, direttrice del Museo Rodin, lo dice in modo ancora più chiaro: l’accordo con una città cinese «potrebbe portare molti soldi».

«Non dobbiamo arrenderci!», dice al Monde il consigliere culturale dell’ambasciata di Francia a Pechino, Mikaël Hautchamp, «piuttosto che abbandonare il campo, è meglio mettere in risalto il lavoro dei nostri artisti francesi, anche se ciò significa non sapere in anticipo se verrà data l’autorizzazione amministrativa per esporre. È una lotta quotidiana». 

«Con lo sviluppo del nazionalismo, forse oggi non potremmo più aprire il Centre Pompidou a Shanghai. Ragione in più per non andarsene» spiega Serge Lasvignes, presidente del Centre Pompidou.

Secondo il Monde «Per tutti i grandi amministratori del mondo della cultura francese è fuori discussione abbandonare la società civile cinese ai suoi leader. Impossibile privare 1,4 miliardi di esseri umani di opere che i musei francesi considerano “emancipatrici”».

E però, se si guardano le cifre, ci si rende conto che il ritorno economico è, per adesso, relativamente basso. Dalla sua apertura in Cina il Centre Pompidou ha guadagnato solo 2,75 milioni di euro all’anno che è quanto riceve dalla sua filiale spagnola a Malaga. Per non parlare poi di quanto ha incassato il Louvre per aprire una sua sede ad Abu Dhabi, 1 miliardo di euro, una cifra inimmaginabile da raccogliere in Cina, almeno per adesso. 

Il Monde ha messo insieme varie mostre, e le ha comparate con alcune iniziative simili che la Francia da tempo porta in giro nei paesi stranieri: «Nessun jackpot neanche per le mostre itineranti. Le tre tappe cinesi della mostra “Da Monet a Soulages”, organizzata dal museo di arte moderna e contemporanea di Saint-Etienne, ha raccolto circa 250mila euro, e la collezione ideata dai musei di Parigi, che copre quattordici stabilimenti parigini, ha portato circa 150.000 euro a scalo. Quasi la metà rispetto a mostre simili vendute in Giappone, dove ogni evento attira quasi 800mila visitatori, rispetto a una media cinese di 300mila»

Tuttavia, spiega il Monde, «queste operazioni sono redditizie nel lungo periodo. Offrono un’opportunità per “occupare la terra senza toccarla”, per costruire una rete con attori economici e suscitare un “desiderio per la Francia” tra i futuri turisti cinesi. “Una mostra di Picasso non vende Airbus, ma fa bene alla nostra immagine, e per estensione a certe attività come l’architettura”, decifra Robert Lacombe, ex consigliere culturale dell’ambasciata francese in Cina. Per esempio, secondo AFEX, l’associazione che opera per promuovere l’architettura francese nel mondo, il 50% dei progetti di architetti francesi all’estero sono realizzati in Cina».

Questo atteggiamento accondiscendente non piace ai dissidenti cinesi che vivono in Europa. Ai Weiwei, artista cinese oggi in esilio nel Regno Unito, spiega al Monde che «l’occidente non ha capito che la Cina può sopravvivere senza scambi culturali, come ha già dimostrato in passato. Non riuscendo a difendere la libertà le istituzioni occidentali non solo abbassano i loro principi, ma distruggono anche il valore stesso delle loro opere. Un’ammisione di debolezza che consente alla Cina di diventare più forte, arrogante e aggressiva».  

Anche Wang Keping, che invece vive in Francia in esilio dal 1984, la pensa allo stesso modo: « I musei occidentali non si rendono conto che la Cina accetta le loro opere come in passato gli imperatori esibivano doni diplomatici: la finalità è mostrare il loro potere, la loro capacità di attrarre il meglio dell’Occidente disprezzandolo». 

Effetti collaterali dell’arte di schivare.

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