Afonia istituzionaleIl silenzio assordante del Consiglio europeo e la voce flebile della Commissione europea

Il dramma della pandemia avrebbe dovuto spingere i capi di Stato e di governo ad affidare il governo dell’emergenza ad un potere centralizzato, sotto il controllo del Parlamento, per affrontare uniti l'attuale crisi sanitaria ed economica

Lapresse

La stampa e i media hanno praticamente ignorato la breve videoconferenza dei capi di Stato e di governo dell’Unione del 29 ottobre che avrebbe dovuto dare un seguito concreto e immediato alle conclusioni a cui gli stessi capi di Stato e di governo erano giunti il 15 ottobre in materia di lotta comune alla pandemia.

A due settimane dal vertice di metà ottobre il Consiglio europeo straordinario, convocato a sorpresa dall’ineffabile belga Charles Michel, avrebbe dovuto tradurre in decisioni calendarizzate e vincolanti gli orientamenti del 15 ottobre.

Non c’è nulla di tutto questo nella videoconferenza del 29 ottobre e i capi di Stato e di governo hanno abbandonato la piattaforma che li ha riuniti già una decina di volte dallo scorso mese di febbraio senza prendere nessuna decisione.

Sarebbe stato sufficiente, con un limitato sforzo di immaginazione e di volontà politica, accogliere le venti raccomandazioni adottate il 28 ottobre dalla Commissione europea e spiegate ai capi di Stato e di governo con semplice linguaggio pedagogico dalla Presidente von der Leyen all’inizio del vertice.

La Commissione ha raccomandato di condividere i dati epidemiologici su un’unica piattaforma (una scelta adottata per ora solo da cinque governi), di fissare regole comuni per le quarantene e i lockdown, di “comunitarizzare” le ricerche sui contagi, di scambiare informazioni sulla disponibilità delle strutture sanitarie e dei medicinali, di rendere europea l’App Immuni, di agire di comune accordo sui trasferimenti transfrontalieri, di centralizzare le ricerche sui vaccini, sulla loro efficacia, sulla loro diffusione, di avere un unico approccio comunicativo e, last but not least, sugli accordi con le industrie farmaceutiche.

La tacita parola d’ordine dei ventisette capi di Stato e di governo è stata quella certo di riaffermare il principio generale della cooperazione e la convinzione che nessuno potrà vincere da solo contro un solo virus ma, abbandonata la piattaforma, di agire ciascuno per sé.

Il dramma della pandemia, simile a quello di una guerra contro un comune nemico, avrebbe dovuto spingere i capi di Stato e di governo – travolti dal caos incontrollato della seconda ondata più devastante della prima – a scegliere la via provvisoria di un federalismo di necessità condividendo l’idea antica che all’anarchia del metodo intergovernativo bisogna rispondere affidando il governo dell’emergenza ad un potere centralizzato e cioè alla Commissione europea sotto il controllo del Parlamento europeo trasformando le raccomandazioni del 28 ottobre in decisioni immediatamente operative fondandosi su quel poco che il Trattato di Lisbona ha affidato all’Unione parlando di una competenza condivisa nelle sfide comuni della sicurezza in materia di salute pubblica.

La voce flebile della Commissione europea potrebbe diventare stentorea se ad essa si accompagnasse l’11 novembre quella democratica del Parlamento europeo riunito in sessione plenaria.

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