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Storie viraliLe narrazioni “contagiose” che cambiano l’economia (e il mondo)

Nel suo libro “Economia e narrazioni”, l’economista e premio Nobel Robert Shiller mostra lo stretto nesso che c’è fra i racconti collettivi, i comportamenti degli individui e gli andamenti economici

(Foto: Morning Future)

Anche l’economia è fatta di storie. O meglio, ci sono storie in grado di influenzare l’economia. È quanto racconta Robert Shiller, economista e premio Nobel nel 2013, nel suo libro “Economia e narrazioni. Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici”, edito in Italia da Franco Angeli.

Sebbene siano state storicamente ignorate dagli esperti, infatti, le narrazioni – più o meno fondate che siano – sono da sempre un motore di influenza sul comportamento dei singoli, con effetti di larga scala sull’economia. È successo con i temi più vari, dal sogno americano al bitcoin e, in tempi più recenti, con l’automazione e l’intelligenza artificiale e i loro effetti sul lavoro.

«Una narrazione economica è una storia contagiosa che ha il potenziale di cambiare il modo in cui le persone prendono le decisioni economiche, per esempio se assumere un lavoratore o attendere tempi migliori, se correre rischi o essere prudenti nel campo degli affari, se avviare un’impresa, se investire su un asset speculativo soggetto a volatilità», spiega Shiller.

Il premio Nobel parla di una vera e propria “economia narrativa”: il peso – o meglio, la viralità – di queste narrazioni indirizza il comportamento dei singoli, arrivando in alcuni casi a influenzare la direzione dell’economia di interi Paesi, e anche a livello mondiale. «È da millenni che le narrazioni “diventano virali”», dice Shiller, anche se ciò è successo nel tempo con mezzi diversi: prima con il passaparola, poi tramite mezzi di informazione e ora soprattutto per mezzo dei social media.

La stessa definizione di “homo sapiens” sarebbe superata dalla caratterizzazione dettata dalle storie: «Alcune persone, in effetti, hanno suggerito che siano proprio le storie a distinguere gli esseri umani dagli animali e perfino che la nostra specie debba essere chiamata Homo narrans (Fisher 1984), Homo narrator (Gould 1994) o Homo narrativus (Ferrand e Weil 2001). È forse possibile che questa descrizione sia più accurata di Homo sapiens (cioè Uomo sapiente)? Considerarci Homo sapiens è più lusinghiero, ma non necessariamente più corretto».

Capire l’importanza delle storie nell’azione delle persone e i loro effetti sull’economia è fondamentale. Per questo, dice Shiller, «se gli economisti incorporassero la comprensione delle storie popolari nella propria spiegazione degli eventi economici, ne coglierebbero molto di più l’influenza quando dovranno formulare previsioni sul futuro, fornendo ai decisori politici strumenti migliori per far fronte a questi sviluppi». Il contributo delle scienze umanistiche – sociologia, psicologia, antropologia – è un elemento chiave. «Di fatto la mia tesi in questo libro è che il modo migliore in cui gli economisti possono far progredire la loro scienza sia quello di sviluppare e incorporare al suo interno l’arte dell’economia delle storie», scrive il premio Nobel.

Si prenda il caso del bitcoin, ad esempio, la criptovaluta peer-to-peer nata nel 2008 in seguito alla pubblicazione di un paper accademico a firma di un certo Satoshi Nakamoto. «La narrazione sul bitcoin comprende una serie di storie su giovani cosmopoliti ispirati contrapposti a burocrati senza ispirazione; è una storia di ricchezza, disuguaglianza e tecnologia informatica avanzata e implica il ricorso a un linguaggio tecnico misterioso e impenetrabile», spiega Shiller. Sono questi gli elementi narrativi che ne hanno determinato il successo: «I bitcoin hanno valore oggi grazie all’entusiasmo della gente», scrive l’economista.

Ma non tutte le storie sono necessariamente positive. È il caso della narrazione sulle macchine che porteranno alla distruzione di milioni di posti di lavoro. «La paura non è quella di arrivare in ufficio un giorno e sentirsi dire che la vostra azienda sta acquistando un nuovo computer che svolgerà il vostro lavoro. I cambiamenti in atto sono più graduali, inevitabili e vasti. Lo scenario più probabile è che, a mano a mano che i computer automatizzeranno sempre più compiti, scopriate che il vostro datore di lavoro sembra sempre più indifferente nei confronti della vostra presenza, non vi offre aumenti di stipendio, non vi incoraggia a rimanere in azienda e non assume altre persone come voi, finché un giorno non si ricorderà neppure di voi. Le paure riguardo al nostro futuro hanno più a che vedere con il timore esistenziale che nessuno abbia bisogno di noi», dice Shiller.

Anche narrazioni come questa hanno effetti economici: per esempio, il fatto che sempre più persone mettano in dubbio che il settore dell’istruzione li stia formando a dovere per il nuovo mondo del lavoro che ci si prospetta davanti agli occhi. Sarà forse di conforto sapere che la narrazione legata all’automazione e alla disoccupazione dovuta alla tecnologia si è ripetuta per quasi ogni decennio a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. E che anche allora si parlava, per esempio, di un reddito di base universale per contrastarne gli effetti negativi. La storia, come le narrazioni, tende a ripetersi.

Bisognerebbe dunque cercare di eliminare le narrazioni, o non curarsene affatto? Né l’una, né l’altra, in realtà. Perché se la viralità delle storie non è in sé negativa né positiva (ma è certamente inevitabile), d’altro canto conoscerne i meccanismi può essere utile per capire come gira il mondo. Innanzitutto fra gli economisti stessi: Shiller suggerisce in effetti che sull’economia narrativa si debba innanzitutto fare più ricerca in futuro. Ma anche per i normali cittadini l’utilità di fondo rimane: essere consapevoli dell’influenza che le narrazioni possono avere sulla società fornisce una lente utile per guardare le tendenze in atto ed essere maggiormente obiettivi rispetto alla realtà delle cose. Tutto, naturalmente, in attesa della prossima storia.

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