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MultiattivitàRitrovare il senso del lavoro… nel secondo lavoro

Sempre più persone cercano motivazione in un’occupazione diversa dalla principale. Non è solo questione di reddito. Perché? Ne parliamo con Ivana Pais, sociologa dell’Università Cattolica di Milano, che sta realizzando uno studio sul tema

(Unsplash)

Sempre più nel mondo del lavoro il senso e lo scopo sono costruiti, non trovati. Uno scopo, ha spiegato John Coleman, autore di Passion & Purpose (HBR, 2011), è «qualcosa che dobbiamo perseguire e creare consapevolmente e con il giusto approccio, quasi ogni lavoro può essere significativo». Ivana Pais, sociologa dell’economia, docente all’Università Cattolica di Milano, sta conducendo un’indagine proprio su questo argomento.

Sempre più persone cercano un secondo lavoro. Lei sta studiando questo fenomeno, come è arrivata a identificarlo?
Stavo studiando e raccogliendo dati e materiali per una ricerca sulla diffusione di persone che svolgono più attività lavorative. Una ricerca che coinvolge sei Paesi europei e vede l’Università Cattolica di Milano come capofila. Ed è nel corso di questa ricerca che è emerso il tema del senso. Ora, con i colleghi, stiamo conducendo un’analisi statistica per cercare di rilevare questo fenomeno. Un fenomeno che avevamo percepito dal punto di vista qualitativo e, ora, ci proponiamo di spiegare dati alla mano.

Parliamo dunque di un secondo lavoro, su cui però fanno difetto le statistiche?
Le statistiche che abbiamo a livello europeo rilevano dati completi solo sul primo lavoro. Sul secondo, invece, sono carenti. I primi risultati che abbiamo raccolto, però, confermano la nostra sensazione. Con una distribuzione diversa: ci sono persone che hanno più contratti a tempo come dipendenti, contratti che combinano tra loro; e poi ci sono, ovviamente, i lavoratori autonomi che per definizione hanno più committenti. Ma quello che stiamo cercando di ricostruire è se un soggetto, dipendente o autonomo che sia, svolge una multiattività.

Non potrebbe essere, semplicemente, un meccanismo di protezione o integrazione del reddito: persone che hanno protezione su un lavoro e non su un altro e cercano di ricombinare questo?
Certamente, ma come dicevo è emersa forte la questione del senso.

Qual è il settore in cui emerge più forte questa ricerca di senso?
Indubbiamente è il mondo dell’industria culturale e ricreativa. Un mondo che non viene quasi più considerato un lavoro retribuito: la percezione è che, in questo mondo, oltre agli insider, gli outsider siano semplicemente coloro che possono permettersi di farlo per ragioni varie (perché hanno protezioni famigliari o di altro tipo). Ma proprio in questo settore emerge il tema del secondo lavoro che recupera il senso. Molte persone, infatti, fanno un lavoro per così dire “normale” e hanno costruito anche carriere, ma ritengono che la costruzione di senso avvenga nel secondo lavoro, quello prettamente culturale e, formalmente, poco o male retribuito.

Lo ritiene un fenomeno emergente?
Il fenomeno è sempre esistito, ma mentre fino a qualche anno fa era sotto traccia, oggi, con la competizione crescente e l’abbassamento dei livelli retributivi nel mondo culturale, il doppio lavoro è diventato lo standard.

Con quali differenze?
Molte delle persone che stiamo intervistando ci raccontano che hanno iniziato a lavorare nell’industria culturale molti anni fa. Con una convinzione: fare per alcuni anni la gavetta, nel frattempo trovarsi un lavoro strumentale, e poi integrarsi pienamente. Dopo venti o trent’anni, quelle persone si ritrovano nella stessa situazione e la condizione di doppio lavoro è diventata stabile: il senso da un lato, la retribuzione dall’altro.

Sono forme di cinismo organizzativo?
Tecnicamente si possono definire così: persone che hanno fatto un investimento simbolico su un un settore, con l’idea che sarebbe arrivato il loro momento ma…

… Quel momento non è arrivato.
Esattamente. Ma questo fenomeno, ed è il dato più interessante, riguarda anche chi entra, oggi, in questi settori e subito imposta la propria “costruzione” su un multi-impengo. Se per i primi l’investimento simbolico è rimasto e, di fatto, il senso continuano a ricercarlo nel primo lavoro, per i nuovi entrati è nel secondo impiego che si cerca immediatamente una risorsa simbolica. Questa apparente dissociazione è un fenomeno interessante, perché mostra alcune caratteristiche dei nostri sistemi.

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