I dolori dell’economia turcaPerché Erdoğan è tornato a corteggiare l’Unione europea

Il crollo della lira agita la situazione nel paese. A farne le spese è stato il ministro dell'Economia Berat Albaykar, costretto alle dimissioni. Intanto il presidente turco chiede a Bruxelles di «creare un legame più forte con noi e mantenere la promessa dell’adesione»

Lapresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

«La nostra direzione non cambia». Con queste parole il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha zittito chi nel suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) aveva in questi giorni chiesto riforme per i diritti umani e la scarcerazione di alcuni prigionieri politici. Con poche frasi che non lasciano spazio a diverse interpretazioni, il presidente turco ha gelato le aspettative di chi credeva che il leader curdo Selahattin Demirtaş, il filantropo Osman Kavala e lo scrittore Ahmet Altan potessero presto tornare in libertà, dopo anni passati dietro le sbarre.

Per la prima volta, a chiederne la scarcerazione non sono state associazioni occidentali per la libertà di espressione o giornalisti e politici turchi di opposizione. Le voci che nell’ultima settimana si sono alzate sostenendo che Demirtaş, Altan e Kavala dovrebbero essere scarcerati sono quella dell’editorialista vicino al governo Cem Küçük, conosciuto per aver chiesto in passato alla magistratura di intervenire contro alcuni colleghi reporter, e quella di Bülent Arınç, membro fondatore dell’AKP che nel 2014 aveva raggiunto una certa notorietà anche in occidente per aver sentenziato come fosse immorale vedere delle ragazze ridere sguaiatamente in pubblico.

A pochi giorni da queste insolite richieste, il presidente turco ha deciso di rassicurare il suo partito in un discorso in cui ha dichiarato: «La posizione dove stiamo è chiara, non staremo mai dalla parte di chi cammina a braccetto con i terroristi, non staremo mai dalla parte di chi ha finanziato le rivolte di Gezi, non staremo mai dalla parte di Kavala. La nostra direzione non cambia». Bülent Arınç si sarebbe poi dimesso dalla sua posizione nell’Alto Consiglio degli Assistenti della Presidenza della Repubblica solo pochi giorni dopo questo discorso.

Le parole pronunciate da Erdoğan sembrano una versione poco convincente del leggendario slogan Durmak Yok Yola Devam («Non ci fermiamo, andiamo avanti»), utilizzato in passato sia dallo stesso Erdoğan quando era primo ministro che dal suo partito durante le campagne elettorali che portavano a vittorie schiaccianti alle urne. All’epoca, circa 10 anni fa, l’economia turca cresceva a dismisura mentre l’Unione europea si incagliava sempre di più nella crisi economica esplosa dopo il colossale fallimento di Lehman Brothers. In quel momento la valuta nazionale turca era da anni piuttosto stabile, un dollaro valeva circa due lire turche.

I dolori dell’economia turca
Parallelamente alla straordinaria crescita economica, il governo guidato da Erdoğan riceveva comunque critiche, in patria come anche dall’occidente, per il suo presunto islamismo, ma paradossalmente si mostrava molto più aperto all’Europa, anche su questioni estremamente delicate come quella curda o di altre minoranze, rispetto all’atteggiamento dei precedenti governi turchi, guidati da nazionalisti di destra o di sinistra.

Quell’epoca è finita da tempo. All’inizio di quest’anno un dollaro valeva circa sei lire turche, oggi ne vale quasi otto e l’oscillazione del valore della moneta turca pare da tempo incontrollabile. Secondo Goldman Sachs, nel 2020 la Turchia ha bruciato oltre 100 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie per sostenere la vertiginosa perdita di valore della lira turca.

Il deprezzamento della valuta nazionale si è avviato già nel 2014, all’indomani di uno scandalo per corruzione riguardante alcuni ministri del governo Erdoğan e mentre si spegnevano gli ultimi fuochi delle proteste di massa anti governative iniziate nel 2013 nel parco Gezi di Istanbul per poi espandersi in molti altri grandi centri urbani della Turchia, tra cui la capitale Ankara. Da allora la caduta della lira turca non si è mai arrestata, arrivando in tempi recenti a toccare puntualmente record al ribasso come due anni fa dopo la nomina al ministero dell’Economia di Berat Albayrak, il genero dello stesso presidente Erdoğan.

Le dimissioni “in famiglia” di Berat Albayrak
Lunedì 9 novembre il crollo della valuta nazionale turca si è momentaneamente arrestato. La lira non ha segnato un nuovo record negativo su euro e dollaro come da un paio d’anni succede ormai regolarmente ogni mese, talvolta settimanalmente. Per la prima volta dal 2018, la valuta nazionale turca ha guadagnato valore recuperando circa il 5%. In quelle stesse ore la Turchia non aveva un ministro dell’Economia. Il titolare del tesoro Berat Albayrak aveva annunciato la sera precedente le sue intenzioni di lasciare citando motivi di salute. Il genero di Erdoğan ha comunicato le dimissioni in maniera bizzarra con un messaggio su Instagram dopo aver cancellato il suo account Twitter. La notizia ha subito scatenato accesi dibattiti on-line e su vari canali televisivi riguardo alla tenuta del governo.

Per oltre 24 ore i media statali e filogovernativi hanno invece completamente ignorato l’annuncio delle dimissioni per poi essere costretti a parlarne solo il giorno dopo in seguito alla pubblicazione di un comunicato ufficiale della presidenza della Repubblica che prendeva atto della decisione di Albayrak di uscire di scena. Martedì mattina, a poche ore dalla nomina del nuovo ministro per l’Economia, la lira è tornata a perdere portando qualcuno sui social media a ironizzare dicendo che la poltrona vuota al dicastero del Tesoro era stata il miglior ministro dell’Economia che si fosse mai visto in Turchia.

I segni dati dal mercato finanziario sono inequivocabili. Non solo la lira ha momentaneamente ripreso valore con le dimissioni del genero di Albayrak, la moneta turca si è irrobustita anche all’indomani della decisione della Banca Centrale di alzare i tassi di interesse dal 10,25% al 15%, una scelta da anni richiesta dagli investitori stranieri ma sempre bocciata dallo stesso presidente Erdoğan che anzi in 16 mesi ha cambiato due diversi governatori della Banca centrale turca proprio in reazione alla loro scelta di alzare i tassi di interesse.

Il nuovo governatore della Banca centrale è stato nominato da Erdoğan proprio due giorni prima dell’annuncio delle dimissioni a sorpresa dell’ex ministro dell’Economia Albayrak. È chiaro che la scelta di alzare di alzare i tassi di interessi è stata in qualche modo concordata con il presidente. Nonostante questa consapevolezza e la reazione positiva da parte dei mercati, Erdoğan ha comunque commentato la scelta definendola una «pillola amara di cui abbiamo bisogno per migliorare le condizioni economiche» ed ha poi promesso che i tassi di interesse saranno tagliati nuovamente «non appena l’inflazione scenderà a una cifra».

Ankara corteggia Bruxelles
Il presidente turco si trova oggi nella posizione non facile di chi cerca di mostrarsi credibile tanto ai suoi cittadini quanto ai vertici dell’UE. La fiducia che Erdoğan va cercando è complicata da ottenere però per il contesto che lui stesso ha contribuito a creare. Qualche settimana fa di fronte a un gruppo di cittadini turchi che si lamentava della situazione economica dicendo non essere letteralmente in grado di portare il pane a casa Erdoğan ha parlato di «esagerazioni» e ha risposto lanciando alla folla di disoccupati sacchetti di tè.

Stando ai dati dei sondaggi, la base elettorale del partito del presidente è sempre più scontenta dell’alleanza di governo con i nazionalisti di estrema destra del MHP e nello stesso tempo aumentano anche i dissidi interni al partito stesso, come dimostrato dalle richieste di scarcerazione dei prigionieri politici, mentre molti membri fondatori di spicco dell’AKP si sono dimessi negli ultimi due anni proprio mentre la situazione economica si aggravava, andando in alcuni casi a fondare anche nuove forze politiche. Le dimissioni del genero Albayrak hanno poi dimostrato come la gestione del governo a conduzione familiare non sia stata per ora molto efficiente.

Prima che Erdoğan mettesse a tacere chi all’interno del suo partito chiedeva riforme o la scarcerazione di prigionieri politici, il presidente turco aveva per una volta smesso di criticare l’Unione europea dichiarando che la Turchia è «una parte inseparabile dell’Europa» e aveva chiesto a Bruxelles di «creare un legame più forte con noi e mantenere la promessa dell’adesione della Turchia». Non è facile comprendere come Bruxelles possa prendere in considerazione le richieste di Erdoğan quando solo un mese prima lo stesso presidente turco aveva attaccato la Francia per la questione di Charlie Hebdo invitando a boicottare i prodotti francesi e suggerendo a Macron di entrare in terapia per curare la sua salute mentale.

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