Arcuri ai boxLa Formula Uno insegna che per battere il Covid servono gli ingegneri

Il protocollo attivato la scorsa primavera dalla Federazione internazionale dell’automobilismo e dall’azienda statunitense Liberty Media è un modello, frutto di un lungo lavoro di disciplina, rigore e controlli scrupolosi, che andrebbe studiato anche dai governi per affrontare emergenze come quella attuale

Pixabay

Se volete organizzare una strategia davvero efficace contro il Covid, la persona giusta a cui affidarsi non è Domenico Arcuri. L’uomo che andrebbe reclutato dai governi si chiama Bruno Famin, è un ingegnere francese che fino a poco tempo fa guidava la squadra corse di Peugeot e ora è il responsabile delle operazioni della Fia, la federazione internazionale dell’automobilismo, il regno dell’ex ferrarista Jean Todt. Quando domenica Lewis Hamilton ha festeggiato il settimo titolo mondiale, mettendo praticamente fine alla stagione 2020 della F1, a vincere insieme a lui sono stati anche Famin e tutto il mondo dell’automobilismo, portando a termine un’impresa che sembrava impossibile.

Nell’anno in cui tutto si è fermato, con i giapponesi che rinunciavano alle Olimpiadi e il calcio che andava avanti in affanno e in ordine sparso, la F1 ha compiuto un miracolo. Dopo aver riacceso i motori in Austria a luglio, il “circus” delle corse è riuscito a spostarsi da un Paese all’altro senza mai fermarsi e senza una vera crisi dovuta al virus. La F1 ha rischiato il ko molto più per l’asfalto da autostrade gettato in modo incosciente dai turchi sulla pista di Istanbul lo scorso fine settimana, che non per gli effetti del Covid. E ora si appresta a chiudere la stagione in bellezza con gli ultimi gran premi in Bahrein e ad Abu Dhabi, avendo perso soldi e pubblico sugli spalti, ma senza sacrificare né lo spettacolo (rimasto altissimo), né l’agonismo e neppure gli sponsor e i ricavi dei diritti Tv.

Il successo porta molte firme, insieme a quella di Famin. Merito della Fia, di tutti i 10 team della F1 e della società americana Liberty Media, che possiede il business delle corse e sta per affidarlo alla guida esperta di Stefano Domenicali, un altro ex ferrarista di lungo corso. È stato un trionfo delle competenze, favorito da uno sport in cui a dominare sono gli ingegneri, non le improvvisazioni dei presidenti delle società calcistiche.

Il protocollo messo in piedi la scorsa primavera da Fia e Liberty, in piena emergenza, è un modello che andrebbe studiato a fondo anche dai governi. Il mondo della F1 si è organizzato in modo rigoroso e disciplinato, ha diviso tutti gli addetti ai lavori in “bolle”, ha fatto diventare i team dei meccanici una sorta di piccoli agglomerati di “affetti stabili” e fin dall’inizio ha istituito controlli e test scrupolosi. Tamponi per tutti ogni cinque giorni, più tampone all’arrivo in ogni weekend di corse. Zone “rosse” e zone “gialle” nei paddock e in tutte le aree condivise, con controllo della temperatura e degli accessi al passaggio da ogni spazio a bassa o alta densità di concentrazione di persone. Isolamento immediato di tutta la “bolla” al comparire di casi di positività.

«La sfida fin dall’inizio non è stata quella di evitare dei casi positivi», ha raccontato Famin a Motorsport.com. «È chiaro che abbiamo cercato il più possibile di non averne, ma la cosa che contava veramente erano i processi. Abbiamo definito bene le modalità che ci permettessero di continuare a correre anche in presenza di casi positivi, isolandoli e facendo di tutto perché non si diffondesse il contagio».

Con questo approccio, niente si è fermato neppure quando si sono formati dei potenziali focolai, come è stato il caso della Racing Point, dove si sono ammalati tra l’altro il padrone della scuderia e il figlio pilota, Lawrence e Lance Stroll, dopo che in precedenza anche l’altro pilota Sergio Perez era risultato positivo dopo aver in qualche modo violato il protocollo per andare a trovare la mamma in Messico. Le auto rosa non hanno perso un gran premio, è stato chiamato un altro pilota, Nico Hülkenberg, a sostituire le prime guide e domenica scorsa Racing Point ha festeggiato con la pole position di Stroll e il secondo posto sul podio per Perez.

Anche dal punto di vista dell’immagine, la F1 potrebbe dar lezione agli altri sport e a molti esponenti di governo. Per mesi non si è visto un solo protagonista del circus, tra piloti, meccanici, manager e giornalisti, non solo senza la mascherina, ma neppure con la mascherina semplicemente abbassata e il naso scoperto. L’unica vera violazione l’ha fatta domenica scorsa Hamilton – uno dei più rigorosi nel rispettare il protocollo – che in preda all’entusiasmo e all’emozione per aver eguagliato il record storico di Michael Schumacher, si è lanciato ad abbracciare i meccanici scordando la mascherina. I dispositivi di protezione, inoltre, sono diventati parte dell’immagine, con le mascherine brandizzate e supertecnologiche che sono diventate presto “cool”, alimentando una nuova fonte di ricavi per la Formula 1 con le vendite online.

Adesso Domenicali e tutto il mondo delle corse sono di fronte alla sfida di programmare una nuova stagione ancora piena di incognite per il Covid. Avranno qualche mese di tempo, durante l’inverno, per raffinare ancora di più procedure e protocolli. Potrebbe essere il momento giusto, per Palazzo Chigi e dintorni, per dar loro un colpo di telefono e farsi dare qualche consiglio.

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