Cosa vogliamo da chi governa?L’epoca in cui speriamo che tutti ci applaudano anche se non lo meritiamo

In politica, e non solo, preferiamo sempre il messaggio incoraggiante, come quel discorso di Kamala Harris che ha fatto venire molti lucciconi. Insomma, vogliamo che i politici siano come una vecchia zia sempre fiera di noi

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Che cosa vogliamo da quelli che ci governano? Che ci somiglino? Che siano il più possibile diversi da noi, considerato che noi non sapremmo governare neanche un tinello? Che non passino le serate nei talk show? Che non passino le giornate sui social network? (Se si candida un chiunque che non abbia un account Twitter, una pagina Facebook, un niente, io quel chiunque lo voto, qualunque sia il suo programma politico, pure se la sua scuola di formazione è stata la Pietro Pacciani).

Che cosa vogliamo dai politici? Orson Welles raccontava di quella volta che faceva Otello a teatro, e Churchill andò in camerino e gli declamò tutte le parti che lui aveva tagliato dalla messa in scena. Vogliamo uno che conosca Shakespeare meglio dei teatranti? Uno che ha studiato Shakespeare governerà meglio, o era una coincidenza?

Ieri ho letto una discussione, in un gruppo Facebook di mamme, su cosa fare coi nonni: obbligarli o no a indossare le mascherine (dentro casa: che insulto, santo cielo) quando si portano i nipoti in visita. Erano centinaia di commenti, e in almeno metà ricorreva la frase «siamo sicuri di loro».

Siamo sicuri che non frequentino brutta gente coi polmoni marci. Siamo sicuri non abbiano accettato goccioline di saliva dagli sconosciuti. Siamo sicuri che ci protegga Padre Pio. Mica ho capito cosa intendessero con «essere sicuri», ma mi sono chiesta cos’avrebbe fatto Churchill, come gli sarebbe tornato utile conoscere più letteratura dei governi d’oggi, che cara grazia se han visto un qualche adattamento cinematografico di Amleto (sì, quello col teschio in mano, non perdete tempo su Google e tornate a governare).

Forse avrebbe spiegato alle mamme timorose di offendere i nonni che anche Romeo era sicuro di Giulietta, ma poi è bastato mezzo equivoco perché quella sicurezza diventasse suicidio. E l’avrebbe spiegato alla radio, beato lui che non doveva fare le dirette Instagram con dodici spettatori per sembrare moderno.

Che cosa vogliamo dalla gente che eleggiamo? Che ci rappresenti?

Di tutte le puttanate che abbiamo importato dagli Stati Uniti (come non producessimo abbastanza puttanate a chilometro zero), “representation matters” è la più scema.

Adesso tutte le bambine sanno che possono arrivare qui, perché vedono me, abbiamo ripetuto coll’occhione lucido, citando il discorso di Kamala Harris.

Sorvoliamo sull’essere una balla – la maggior parte delle bambine non sarà abbastanza intelligente e tutto il resto da diventare procuratrice o senatrice o un’altra delle vite precedenti della signora Harris, figuriamoci vicepresidente degli Stati Uniti, e dir loro che possono tutto ha posto le basi per quel che siamo diventati: una società di mitomani con più ambizioni che talenti – ma, dicevo, sorvoliamo.

Il fatto è che sempre, quando ti dicono che nessuna bambina nera poteva sognare sogni ambiziosi, prima di vedere il ritratto di Michelle Obama in un museo (nessuna bambina nera poteva sognare una carriera da moglie?), quando ti dicono che nessuna bambina di razza mista poteva sognare di arrivare ai vertici del mondo prima di Kamala Harris, sempre manca un tassello: e Kamala come ci è arrivata? Come ci è arrivata la Merkel, cresciuta in un tempo in cui nessuno riteneva discriminatorio che alle bambine venissero regalate le bambole o le piccole cucine, perché il loro destino era fare le massaie? Come ci è arrivata la Thatcher, nata quando in Inghilterra le donne sì e no potevano votare (da poco, e solo se maggiori di trent’anni), figuriamoci governare?

Representation matters, dev’essere per questo che io non mi preoccupo di pettinarmi: perché nei beati anni della mia formazione la presidente della Camera era una che risolveva legandosi sempre i capelli, il più importante insegnamento circa l’ottimizzazione del tempo e delle risorse che la politica mi abbia mai dato (si chiamava Nilde Iotti, lo dico perché ormai non sai più chi ti legge, e se non sanno a memoria l’Otello figurati la Iotti).

Mindy Kaling è un’autrice di bestseller, ideatrice di serie televisive, attrice. È nata in America, ma da genitori indiani. Quindi nulla importa: non che lei lavori nel mondo dello spettacolo con gran successo, non che abbia avuto un padre architetto e una madre ginecologa e non esattamente il retroterra dell’immigrata che sopravvive a fatica, non che abbia fatto le scuole private e si sia laureata come si laureano i ricchi (cioè studiando latino, non esattamente un indirizzo che ti faccia entrare velocemente nel mercato del lavoro).

Siamo nel mondo in cui conta solo vedersi rappresentate, in cui conta solo l’identità, e quindi Mindy ha messo su Instagram una foto di Kamala dicendo che la guarda, con la sua bambina in braccio, e piange, e dice alla figlia «Guarda, somiglia a noi».

A noi benestanti? A noi sveglie e di successo? Macché: a noi americane d’una specifica minoranza etnica.

Cosa vogliamo da chi dovrebbe governarci? Che, come un insegnante montessoriano, ci dica che applaudirà ogni nostro tentativo, anche se siamo negate per quel che proviamo a fare, anche se falliamo, anche se sarebbe meglio ci arrendessimo perché proprio non siamo portate. Ci applaudiranno, ce l’ha promesso Kamala al suo primo discorso da quasi vicepresidente. E io ho chiuso gli occhi, e ho visto un’America popolata di Leone Ferragni, tutti applauditi con urla di «Bravo!» ogni volta che dicono una sillaba, fanno un passo, assaggiano un mandarino.

Cosa vogliamo? Certo non che ci citino Shakespeare, sennò poi ci vengono i complessi. Piuttosto, che ci applaudano se tentiamo di citarlo noi, e sbagliamo. Non vogliamo Churchill: vogliamo le nostre zie davanti alla poesia di Natale. Ma anche quando l’età delle zie ce l’abbiamo ormai noi.

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