Il carattere italianoLa mia generazione è invecchiata, e quindi si è appropriata della Settimana enigmistica

Cruciverba e rebus sono ormai ovunque tra i miei amici e i miei coetanei. È qualcosa che li caratterizza, esattamente come l’ingrigimento dei capelli, o le difficoltà nella digestione. Prima erano cose da vegliardi. Il fatto è che ormai abbiamo l’età delle giovani promesse anziane, s’è capito

Pixabay

Quando ero piccola, mia zia era inequivocabilmente vecchia. Non mi ponevo mai il problema di quanti anni avesse, non serviva: aveva le caratteristiche e i passatempi dei vecchi. Lavorava a maglia, non digeriva senza l’amaro, se non si tingeva le s’ingrigivano i capelli, e sul comodino aveva una pila di copie della Settimana enigmistica.

Adesso, che ho l’età delle giovani promesse, è un mondo per vecchi.

L’ingrigimento dei capelli è un dramma così collettivo che il nuovo decreto ha lasciato aperti i parrucchieri, temendo una nuova era delle fasce (avrete notato che, durante la scorsa clausura, nessuna rinunciava alle dirette Instagram ma nessuna mia anziana coetanea giovane promessa voleva farsi vedere ingrigita: fu l’epoca della fascia per capelli che copriva la ricrescita bianca, parevano tutte tenniste).

Le mie coetanee, le amiche che una volta mi mandavano foto di vestiti che stavano provando per sapere in quali stessero meglio, adesso mi mandano le foto dei gomitoli che s’accingono a sferruzzare (i poveri mariti a Natale riceveranno golf orrendi al cui «è fatto a mano» dovranno fingere d’entusiasmarsi).

Della digestione meglio non parlare: nulla si capisce con più ritardo delle conoscenti di mezz’età che, quando tu sei giovane e ti sfugge il problema, dopo cena vogliono passeggiare. Ma fa freddo. Ma ho i tacchi. Ma abbiamo la macchina. Che ne sai, tu: loro vogliono passeggiare perché dopo i quaranta non si digerisce più un cazzo, ma se te lo dicono a trenta mica ci credi.

Infine, ma principalmente, la Settimana enigmistica. Ieri un tizio mi ha detto: «La Settimana enigmistica è il carattere italiano. Sì, anche la pasta e la pizza, ma soprattutto la Settimana enigmistica». (Dopodiché abbiamo aperto un dibattito sul calendario di Frate indovino, non a caso presente anch’esso a casa di mia zia: non conoscete l’Italia se negli anni Ottanta non avete frequentato il Molise).

Non mi ha stupito più di tanto che il tizio, poco più vecchio di me (che, abbiamo già stabilito, sono giovane promessa), fosse un esegeta della Settimana enigmistica, né mi sono sorpresa più di tanto quando mi ha detto che vende ancora cifre novecentesche e, quel che è più importante, le vende la mattina stessa in cui arriva in edicola: l’ultimo rituale di massa, l’ultima cosa che si fa tutti insieme nello stesso momento, come quando la tv si guardava mentre andava in onda.

Non mi sono stupita perché sono circondata di coetanei, di giovani promesse anziane, che sono patiti di enigmistica. Le prime volte dicevo: ah, come mia zia. Poi ho capito che l’enigmistica sta a noi anziane giovani promesse del 2020 come i cartoni giapponesi in cui tutti erano orfani stavano alle noi decenni, i programmi di Santoro stavano alle noi ventenni, l’Isola dei famosi alle noi trentenni.

Il mio vicino di casa, uno splendido quarantenne, parla solo di rebus; sa i nomi dei disegnatori, addirittura. La mia amica preferita, splendida cinquantenne, mi lascia vocali di dieci minuti sulla sua passione per non so bene quale sottinsieme di cruciverba. Un mio ex compagno di scuola cerca pazientemente, ogni volta che ci vediamo, di spiegarmi cosa sia una crittografia.

Tutte le persone note che conosco non desiderano un Oscar, un Nobel, un contratto quinquennale d’esclusiva con la Rai, un libro primo in classifica: desiderano essere la foto che illustra il cruciverba di copertina della Settimana enigmistica. Il successo è un participio passato, ma soprattutto è essere il cinque orizzontale.

C’è stato un salto generazionale, vorrei dire. È successo qualcosa per cui ciò che una volta era passatempo da vegliardi, adesso intrattiene noi, padroni dell’universo. Mi gingillo col kit del piccolo psicologo delle masse. È perché si sta più in casa. È l’hygge, quella parola dei paesi del nord sul cui rivoluzionario significato (qualcosa tipo «felicità delle piccole cose») non passa mese senza che una qualche rivista italiana faccia un articolo (la capacità di spacciare per nuove abitudini che esistono da sempre non sarà tra le prime dieci principali cause della morte dei giornali, ma tra le prime venti sì).

Ho molte spiegazioni sociologiche posticce per l’appropriazione culturale della Settimana enigmistica da parte della mia generazione. Nessuna delle quali dice la verità. Cioè che quando mia zia era una vecchia, quando beveva l’amaro dopo cena, quando sferruzzava golfini e sciarpe, quando si ritoccava la crescita dei capelli bianchi dalla parrucchiera del paese, quando faceva i cruciverba prima di dormire, in quei beati anni della mia inconsapevole infanzia, mia zia aveva l’età che ho io adesso. Solo che allora, quando avevi l’età dei datteri, nessuno ti diceva che eri giovane promessa.

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