Il mito delle skillL’evoluzione del lavoro chiede nuove competenze, ma le prime ad aggiornarsi devono essere le aziende

Il World economic forum dice che la pandemia ha accelerato il cambiamento delle capacità richieste: entro il 2025 quasi un lavoratore su due avrà bisogno di nuova formazione per il ruolo che già occupa. Ma insistere solo sulla formazione, soprattutto in Italia, non può essere sufficiente: occorrerà stimolare le imprese ad aumentare la domanda di conoscenze di alto livello

Silvio Durante/Lapresse

Alcune conseguenze della crisi economica sono macroscopiche, evidenti fin dall’inizio: l’aumento della disoccupazione è forse l’esempio più evidente. Altri cambiamenti avverranno nei prossimi mesi, nei prossimi anni, soprattutto in termini di competenze richieste nel mercato del lavoro.

Lo scorso 20 ottobre i World economic forum ha pubblicato il report “The Future Jobs 2020”, in cui ha spiegato che entro il 2025 l’accelerazione del progresso tecnologico e l’incremento dell’automazione dovuto alla pandemia porteranno soprattutto una trasformazione dei posti di lavoro già esistenti.

C’è un dato che aiuta a inquadrare il discorso: «Il 40 per cento delle competenze di base richieste mediamente sul lavoro cambierà nei prossimi cinque anni». La conseguenza è piuttosto intuitiva: «Quasi un lavoratore su due avrà bisogno di seguire un percorso di riqualificazione, di circa sei mesi, per rispettare i requisiti richiesti per il ruolo che già occupa», si legge nel documento del World economic forum.

I cambiamenti legati all’innovazione sono una costante del mercato del lavoro: già nel 1968 il Financial Times scriveva «il mondo è preoccupato per l’incombente divario di competenze e il suo potenziale impatto sulla produzione economica», una frase che potrebbe essere ripetuta anche oggi, 52 anni dopo. Ma nel 2020 la coincidenza di fattori come la digitalizzazione e la recessione indotta dal Covid rischiano di produrre un’accelerazione senza precedenti nell’evoluzione del lavoro.

In un articolo pubblicato su Axios Future Bryan Walsh scrive che «più che distruggere l’occupazione, l’aumento di intelligenza artificiale e automazione stanno creando nuove forme di lavoro ibride. È vero che alcuni lavori vanno verso una drastica diminuzione e ne nascono di nuovi, ma la stragrande maggioranza rimane e sta subendo grandi stravolgimenti». Il risultato finale è in questa frase: «Abbiamo visto più cambiamenti sul posto di lavoro nelle ultime venti settimane che negli ultimi vent’anni».

Tra le skill più richieste ci saranno soprattutto competenze trasversali come «la capacità di produrre pensiero critico, capacità di apprendimento attivo e flessibilità per adeguarsi ai nuovi contesti lavorativi». In questo articolo pubblicato su Linkiesta parlavamo di “polymath”, «dal greco: colui che ha imparato molto, ovvero il lavoratore che eccelle in più discipline e le sa unire per produrre cambiamenti in più campi».

Il peso di un aggiornamento professionale profondo, nei numeri e nelle competenze, non può gravare unicamente sulle spalle dei lavoratori: dovranno intervenire aziende, governi e istituzioni educative. Saadia Zahidi, uno degli autori del report del World economic forum, ha spiegato che «le aziende devono fare la loro parte impegnando risorse per fare formazione nonostante la difficoltà finanziaria. E anche il settore pubblico deve fornire un maggiore sostegno alla riqualificazione e al miglioramento delle competenze per i lavoratori più a rischio».

Una condizione che però stando ai dati raccolti proprio dal World economic forum le aziende sembrano accettare: «Circa il 66% dei datori di lavoro intervistati prevede di ottenere un ritorno sull’investimento in capitale umano, quindi nell’aggiornamento delle competenze. In media prevedono di offrire percorsi di formazione a poco più del 70 per cento dei loro dipendenti entro il 2025».

Questi numeri però non devono far pensare che l’investimento sulle competenze dei lavoratori possa bastare. Lo spiega a Linkiesta Andrea Garnero, economista del lavoro presso la Direzione per l’occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse: «Le competenze sono un pilastro del lavoro, ma non sono l’unico. Per il semplice motivo che in ogni mestiere ci sono delle specificità che non si possono trasmettere soltanto iscrivendo una persona a un corso di formazione. Quindi non esageriamo con il mito delle skill».

A questo prima considerazione Garnero ne aggiunge una più politica: «Se guardiamo solo le competenze corriamo il rischio di dire che se la vita lavorativa va male è colpa della persona che non ha le competenze giuste, ma bisognerebbe vedere perché una persona non ha ottenuto le competenze giuste. Inoltre ci saranno sempre una serie di lavori a basso contenuto di hard skills, come l’housekeeping, la pulizia stradale, chi lavora nelle mense o offre servizi alla persona. Sono tutti lavori essenziali la cui importanza negli ultimi mesi è diventata plateale. E questi almeno per un altro po’ di tempo non saranno automatizzati e non richiederanno skill più alte».

In Italia in particolare c’è un motivo in più per sfatare il mito delle competenze. Riguarda una delle difficoltà economiche che il Paese si porta dietro da tempo: a mancare è soprattutto la domanda, cioè sono le aziende a non richiedere profili con un grado di formazione così alto.

«L’Italia aveva già tanti giovani che partivano perché le loro competenze non rispecchiavano i profili lavorativi cercati dalle imprese: la soluzione non può passare soltanto da una formazione migliore. L’Italia è un caso estremo di equilibrio al ribasso tra scarsa offerta e scarsa domanda. Oggi potremmo produrre quantità enormi di lavoratori super competenti e comunque non ci sarebbero posti di lavoro in cui esercitare quelle qualità», dice Garnero.

La soluzione allora sarà ragionare su due fronti: un investimento nelle competenze dei lavoratori e un salto del sistema produttivo che aumenti la domanda. D’altronde per le stesse aziende assecondare l’evoluzione del mercato del lavoro diventa una condizione necessaria.

«La pandemia – spiega ancora Garnero – ha dimostrato che chi aveva dimestichezza digitale, in qualsiasi professione, si è dimostrato resistente allo shock. Chi invece non lo era ha accusato maggiormente il colpo. Allora per cominciare dovrà esserci una spinta alla digitalizzazione, per esempio un aumento di quel che le aziende permettono di fare online. Forse potrebbe valere anche per le aziende più piccole, quelle di provincia, o i piccoli esercizi commerciali. Che potrebbe sembrare strano, ma potrebbe esserci bisogno di fare questo salto perché sappiamo che per un periodo più o meno lungo potranno esserci delle fasi di chiusura, di lockdown, in cui anche il negozio di alimentari del nostro quartiere funzioni attraverso un sito internet e faccia consegne a domicilio».

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