Il modello calabreseGrande è la confusione nel governo, quindi la situazione è dpcm

Le incredibili vicende dei due commissari della Calabria, nominati da Conte e Speranza, sono il vero modello italiano di lotta alla pandemia: impreparazione, inadeguatezza, incompetenza e scommessa alla cieca sull’efficacia delle blande misure già adottate, salvo modificarle di settimana in settimana senza mai fare autocritica, in un gioco di specchi populisti con l’opposizione di Salvini

emily-morter, unsplash

Le incredibili vicende del commissario alla sanità calabrese e del suo non meno incredibile successore meriterebbero un articolo a parte, se non un romanzo. Non foss’altro per la qualità dei dialoghi e della costruzione narrativa.

Eppure tali incresciose vicende non sono che un dettaglio, seppure indicativo, dentro un problema molto più grande, ragion per cui dovrete accontentarvi di una rapidissima sintesi, limitata alle scene più intensamente drammatiche: dal momento in cui l’ormai ex commissario scopre davanti alle telecamere di essere lui quello che doveva predisporre il piano anti Covid al tweet con cui il capo del governo, che lo aveva scelto, decide di rimuoverlo, seguito dalla nomina, annunciata con grandi fanfare, del suo competentissimo successore.

A proposito del quale meno di trenta secondi dopo si vengono a sapere tre cose: 1) che è in isolamento perché positivo al Covid; 2) che in un video di qualche mese fa urlava strampalate teorie sull’inutilità della mascherina e sul fatto che per contrarre il Covid occorrerebbe limonare per quindici minuti di fila con un infetto (nel caso, comunque, complimenti); 3) che nel suo tanto apprezzato curriculum spicca soprattutto una candidatura in Parlamento con Articolo 1 (il partito del ministro della Salute) stranamente non coronata da successo.

Più una quarta notizia, conseguenza delle tre precedenti, e specialmente del video sopracitato: che prima ancora di cominciare si è dimostrato già in grado di far rimpiangere il predecessore, che almeno risultava simpatico.

Ma tutto questo, ripeto, non è che un dettaglio, sia pure indicativo dell’attenzione e della cura con cui si sono seguiti tali delicati dossier. Il problema principale è la sistematica negazione della realtà da parte del governo Conte, con il valido aiuto dei suoi scienziati di fiducia, sempre pronti a planare su giornali e telegiornali con raffiche di interviste su quanto la situazione sia sotto controllo e le misure dell’esecutivo sempre adeguate e proporzionate.

Anche quando la loro semplice successione temporale – scandita da quattro Dpcm in quattro settimane – sta lì a dimostrare che, se erano adeguate e proporzionate quelle dell’ultima settimana, evidentemente non lo erano quelle delle settimane precedenti, non foss’altro perché gli stessi promotori ci spiegavano ogni volta che per vederne gli effetti avremmo dovuto aspettare non meno di quindici giorni. Per non parlare del famoso «monitoraggio».

Unica costante: l’assenza di qualunque forma di autocritica da parte del governo, del resto perfettamente coerente e anzi indispensabile al mantenimento dello stesso identico approccio, teso sempre a rassicurare, ma soprattutto a rinviare oltre ogni limite le scelte più impopolari e difficili, tentando di scaricarne la responsabilità su qualcun altro (da ultimo, sulle Regioni, che per parte loro hanno fatto lo stesso gioco e meritano tutte le critiche che per questo hanno giustamente ricevuto, salvo un’unica dimenticanza: che anche per giocare a scaricabarile bisogna essere in due).

La verità è che Conte ha scelto una strada precisa, e per questo ha sistematicamente ignorato i disperati allarmi di chi, come Andrea Crisanti, ma anche lo stesso consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi, segnalava l’aggravarsi della situazione in diverse parti d’Italia, invocando lockdown, perlomeno a livello locale, già diverse settimane fa. Cioè quando Conte ancora ripeteva che bastava fare un po’ di attenzione e rispettare le regole (insomma dipendeva dai cittadini) e che comunque tutto era sotto attento monitoraggio.

E non è un caso che a lanciare quegli allarmi fossero gli stessi studiosi che da mesi segnalavano la necessità di investire sul tracciamento, per organizzare un vero sistema di prevenzione. In pratica, il famoso piano Crisanti, che il governo Conte ha scelto di ignorare.

Forse perché, come succede spesso ai politici troppo presto baciati dai sondaggi e dalla stampa compiacente, ha finito per credere alla sua stessa propaganda sulle meraviglie del «modello italiano». O forse, e più semplicemente, perché niente sarebbe stato meno popolare del ricordare a tutti i rischi di una seconda ondata quando si era appena usciti dalla prima, e il desiderio generale, che il governo ha irresponsabilmente assecondato, era proprio quello di lasciarsi alle spalle tanti vincoli e seccature.

Fatto sta che in estate si sono aperte persino le discoteche, si è cominciato a teorizzare che sui mezzi pubblici non c’era differenza tra un metro e un centimetro, ed è partita la gara delle dichiarazioni ubriache tra governo, maggioranza e opposizione sul fatto che mai e poi mai avremmo avuto nuovi lockdown e mai e poi mai avremmo richiuso le scuole, invece di preoccuparsi di costruire le condizioni per non essere costretti a rifare entrambe le cose, come sta puntualmente accadendo.

L’aspetto più grave di tutta questa incredibile vicenda è che ogni giorno perso significa più contagi, più posti occupati in terapia intensiva, più malati e più morti. Scommettere alla cieca sull’efficacia delle misure già adottate, come il governo ha fatto ripetutamente, anche quando le misure già adottate erano poco più di una raccomandazione, non è un semplice azzardo politico.

Eppure da settimane, mentre la curva continua a impennarsi sotto gli occhi di tutti, mentre si susseguono gli appelli di medici e infermieri dalle corsie strapiene, niente da fare: da Palazzo Chigi si ripetono i soliti ritornelli sulla situazione sotto controllo e la necessità di aspettare l’esito delle misure appena prese. Sempre quelle della settimana corrente, s’intende, e senza che nessuno obietti mai: ma è quello che avevate detto la settimana scorsa, a proposito delle misure precedenti!

La verità è che sul virus, come su tutto il resto, il populismo radicale di Matteo Salvini ha finito per fornire un alibi e una copertura perfetta al populismo light del governo. Sul Covid come sull’immigrazione, a cominciare dall’intollerabile gioco a rimpiattino con le navi Ong che il governo Conte ha potuto perpetuare per oltre un anno, coperto proprio dalle deliranti accuse salviniane di fare tutto il contrario.

Per la stessa ragione, quando il leader leghista contesta come autoritari persino i provvedimenti più deboli e tardivi, o invita ad allargare il comitato tecnico-scientifico a chi in estate sosteneva che il Covid fosse clinicamente morto e oggi continua a ripetere che il problema è l’allarmismo dei media, finisce per coprire il fatto che la linea del governo Conte non è poi, al fondo, così diversa.

Tanto Conte quanto Salvini, infatti, si pongono come priorità evitare un nuovo lockdown – o perlomeno apparire agli elettori come quelli che vogliono evitarlo – senza però essere disposti a fare nulla per costruire quel sistema di tracciamento e sorveglianza che solo potrebbe consentirci, una volta abbattuta la curva, di non ricominciare per la terza volta il giro da capo (il che significa anche, nell’immediato, abbattere prima la curva con le buone o con le cattive, perché con questi numeri non c’è tracciamento che tenga).

E così l’uno (Salvini) urla che tutto quello che fa il governo è sbagliato, anche se è l’esatto contrario di quello che ha criticato un minuto prima; l’altro (Conte) ripete che tutto quel che ha fatto il governo è giusto e sta funzionando alla grande, anche se è smentito dalla stessa successione delle misure, oltre che dai numeri.

E noi, intanto, ce ne restiamo impotenti davanti al televisore, a sentirci ripetere dai principali responsabili di questa situazione che adesso, ovviamente, non è il momento delle polemiche.

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