Posti letto senza personaleL’Italia non ha anestesisti a sufficienza per gestire l’aumento delle terapie intensive

Non basta creare nuove postazioni e fornire la giusta strumentazione, servono anche medici preparati che si prendano cura dei pazienti, che altrimenti diventano ingestibili. Nell’inerzia dell’estate abbiamo sprecato anche questa occasione

Claudio Furlan, Lapresse

«Con i nostri organici non possiamo assicurare la gestione di più di 7mila posti letto di terapia intensiva. Stiamo cercando di rimediare in tutti i modi con turni massacranti, niente riposi e blocco delle ferie. Abbiamo fermato le attività chirurgiche e spostato colleghi dalle sale operatorie, abbiamo reclutato anche i colleghi specializzandi. Ma in questa emergenza il cerino rischia di rimanere nelle nostre mani».

L’allarme arriva da Alessandro Vergallo, presidente dell’AAROI-EMAC, l’associazione che raggruppa gli anestesisti e rianimatori italiani.

Sono loro, insieme ai colleghi medici e operatori sanitari, gli specialisti in prima linea contro il Covid. Quelli che intubano e intervengono per evitare il peggio. «Sosteniamo tutte le funzioni vitali del paziente. Non solo il respiro, ma anche quella metabolica e renale. Il nostro mestiere è mantenere in vita la persona a dispetto di tutto».

Con l’aumento esponenziale dei contagi, cresce la pressione sugli ospedali italiani al ritmo di mille ricoveri al giorno. Le file di ambulanze davanti ai pronto soccorso e la ricerca di posti letto sono le costanti dell’emergenza. Ma la preoccupazione del governo e degli esperti è rivolta alla saturazione delle terapie intensive. L’ultimo paracadute del sistema sanitario, l’estrema risorsa per i malati più gravi.

«Questo è il vero indicatore dell’evento pandemico, non tanto il numero di contagi che invece può variare in base ai tamponi», spiega Vergallo a Linkiesta. A inizio novembre sono stati superati i 2200 mila posti occupati: 203 nuovi ricoveri solo nella giornata di martedì. Le rianimazioni vanno riempendosi. Ormai è stata sfondata anche la soglia di allerta del 30 per cento stabilita dal Ministero della Salute. La Valle d’Aosta si attesta addirittura al 65 per cento, la Lombardia al 45.

Sull’aumento dei letti si è aperta una guerra politica. Secondo i sindacati oggi sono 6.500, qualcosa in più per il Commissario Straordinario per l’Emergenza Domenico Arcuri. Peccato che il governo avesse promesso di arrivare a 11 mila i posti di terapia intensiva. Oggi tra quelli attivabili e quelli in fase di progettazione, non è chiara la disponibilità in caso di crisi.

Nino Cartabellotta è il presidente della Fondazione Gimbe e con Linkiesta fa il punto della situazione: «In Italia, prima dell’emergenza COVID-19, i posti in terapia intensiva erano 5.179, un numero molto lontano dall’attuale standard fissato con il Decreto Rilancio che chiede alle Regioni la disponibilità di 14 posti letto per 100mila abitanti. Al 29 ottobre, secondo il Commissario Arcuri, i posti letto già attivati dalle Regioni sarebbero 7.092 e potrebbero raggiungere le 10.337 unità grazie ai 1.396 ventilatori già distribuiti alle Regioni e non ancora utilizzati, oltre agli ulteriori 1.849 ventilatori disponibili».

Ma in molti dimenticano il dettaglio più importante. «Al di là dei posti letto e dei ventilatori – continua Cartabellotta – servono anestesisti-rianimatori e personale sanitario per curare e assistere i pazienti. Di fatto, vista la carenza di personale lamentata da associazioni professionali, sindacati e ospedali, è impossibile conoscere il numero esatto di posti letto realmente utilizzabili».

Questo è il punto, al netto degli annunci governativi. Intanto gli ospedali riorganizzano i reparti in fretta e furia, ma non basta. Da Nord a Sud, il ritornello è sempre lo stesso: mancano anestesisti. La coperta è cortissima.

In Campania servirebbero almeno 400 specialisti, in Sicilia 250. L’Unità di crisi del Lazio sta reclutando i pensionati, mentre in Lombardia alcuni punti nascite vengono chiusi per dirottare gli anestesisti dove c’è bisogno. E le Marche invocano l’invio di rianimatori militari. La giornalista del Sole 24 Ore Cristina Da Rold racconta un dettaglio emblematico: «Ho parlato con un primario di un Covid hospital del centro-sud che, mentre lo intervisto, mi chiede se conosco anestesisti da mandargli perché è disperato e passa ore al telefono a cercare personale».

Il guaio è che non ci sono anestesisti sul mercato. Da anni i sindacati denunciano una carenza cronica: ce ne vorrebbero altri 4mila a fronte dei 18mila attualmente operativi. Una specializzazione delicata ma anche poco attrattiva, perché rispetto ad altre è meno legata alla libera professione. E quindi si guadagna meno, a fronte di responsabilità altissime e turni sfiancanti per coprire le carenze strutturali.

Chi può va in pensione non appena si raggiungono i limiti d’età, al contrario dei colleghi di altre specializzazioni che continuano privatamente. E gli organici restano sempre più sguarniti.

Non sono le condizioni ideali per lavorare. Così in molti, dopo la scuola di specializzazione o alcune esperienze in ospedale, se ne vanno all’estero. «Negli Stati Uniti l’anestesista è ai primissimi posti delle discipline mediche», spiega Vergallo dell’AAROI. Ma basta rimanere in Europa per vedersi riconosciuta la professionalità. In Paesi come Francia, Germania e Regno Unito i nostri anestesisti sono pagati il 30 per cento in più che in Italia.

Ironia del destino, in questo periodo la figura del rianimatore è tornata al centro della scena. «Ma i colleghi sono provati dai ritmi di lavoro e arrabbiati per l’abbassamento della guardia nei mesi estivi». Tra la prima e la seconda ondata, nemmeno il tempo di prendere fiato. E i ventilatori distribuiti dal commissario Arcuri alle Regioni non risolvono il problema. Serve tutto il resto.

«La differenza tra un letto di medicina generale e uno di terapia intensiva è la stessa che c’è tra il cruscotto di un’automobile e il quadro di comando di un aeroplano». In uno stesso spazio in cui ci sono dieci posti normali, ne entrano solo tre di rianimazione. Servono metri per fare qualsiasi tipo di manovra, come le tracheotomie.

La strumentazione è molto sofisticata. Oltre ai famosi ventilatori, occorrono macchinari come monitor multiparametrici e pompe siringhe. Poi ovviamente serve il personale per curare i pazienti nella fase più delicata, quella che dovrebbe salvarli dalla morte. «Pensi – sospira Vergallo – che alla prima ondata il presidente del Veneto Luca Zaia disse che bastava un corso di tre ore per insegnare ai medici neolaureati l’uso del ventilatore, poi per fortuna si è corretto».

La seconda ondata rischia di intasare gli ospedali e le rianimazioni. «Ma l’epidemia non si combatte rincorrendo l’aumento di posti di terapia intensiva. Quella non è la soluzione, è solo l’ultima spiaggia, una pezza che mettiamo».

Secondo il capo dei rianimatori «bisogna evitare che i pazienti arrivino in terapia intensiva, servono diagnosi precoci. È importante agire prima dell’accesso negli ospedali. Ci vuole la medicina del territorio che, per come è strutturata, non è riuscita a dare nessun contributo in questa battaglia.

La verità è che da metà giugno ci siamo giocati ai dadi il vantaggio che avevamo accumulato, e lo abbiamo perso. Da quel momento in poi il livello di percezione del pericolo è stato sottovalutato».

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