I mille volti dell’arteIl miracolo di mettere in scena, di nuovo, tutti i personaggi di Monica Vitti

A metà tra l’omaggio e la fantasia, in “E siccome lei”, Eleonora Marangoni racconta avventure e seguiti immaginari delle donne interpretate dall’attrice. Questa è la storia di Laura, la protagonista di “Flirt” (1983), e dei vicini rumorosi

LaPresse Torino/Vincenzo Coraggio

LAURA

I nostri vicini

“Vede, l’importante, nella vita, è essere pronti a tutto, perché il destino è un animale strano.”

I nostri vicini litigano sempre. Non li abbiamo mai visti, ma sono anni che li sentiamo. Abitano nel palazzo di fronte, dall’altra parte del cortile, e le loro voci ci arrivano dalla finestra della cucina.

Si gridano di tutto – a volte per ore, con delle pause tra una scarica e l’altra, durante le quali non si capisce se abbiano finito di darsi addosso o stiano solo riprendendo fiato. Altre volte solo per pochi minuti, poi restano in silenzio, e viene da pensare che uno dei due si sia chiuso a chiave in una stanza o se ne sia andato sbattendo la porta.

Ogni tanto, mentre litigano, rompono delle cose. Dal suono che fanno quando si infrangono sembrano piatti, e quando penso a loro che li tirano contro il muro o li raccolgono dal pavimento, immagino sempre dei piatti uguali a quelli che c’erano a casa di mia zia Gemma, bianchi a fiorellini blu. Forse perché lei, come loro, era campana, e col marito ha litigato per tutta una vita senza separarsi mai.

Anche i nostri vicini litigano in dialetto – una lingua fitta e oscura della quale non riusciamo a decifrare molto; così sono anni che li ascoltiamo litigare, ma non abbiamo mai ben capito perché.

Abbiamo fatto delle ipotesi: io penso che, quando una coppia litiga tanto, lo fa per un dolore di fondo che a poco a poco si allarga e ricopre tutto, un’incomprensione che un bel giorno salta fuori e non ti molla più.

Secondo te, invece, i nostri vicini litigano ogni volta per una ragione diversa. Dici che è possibile volersi bene ma non andare d’accordo su niente: litigare allora non è un modo di allontanarsi, ma di resistere, di rimanere uno accanto all’altra. E forse in fondo diciamo la stessa cosa, solo che – dopo tanto tempo – ci sentiamo in dovere di avere una nostra opinione sull’argomento. Sì, perché ormai le urla dei nostri vicini fanno parte della nostra vita come le macchie d’umido che ogni tanto spuntano nel bagnetto di servizio, o la fioritura del gelsomino in terrazzo, che un anno copre tutta la parete e l’anno dopo viene su spelacchiato e nessuno sa perché.

Quando si vive insieme da tanti anni si finisce per avere un’opinione su tutto: è un modo come un altro per non scomparire, per combattere contro la paura di non esistere più.

All’inizio, appena arrivati, le loro liti ci facevano ridere. Se partivamo per le vacanze e prestavamo la casa agli amici o li ospitavamo a dormire da noi, come prima cosa li informavamo: «Vedete, qui c’è il tè, qui il caffè, lo scaldabagno si accende così, questa poltrona è più comoda dell’altra. Ah, e i nostri vicini litigano. Uh, se litigano. Li sentirete, ma non preoccupatevi», dicevamo agitando la mano e scambiandoci un sorriso.

Poi le loro liti hanno iniziato a irritarci. Non ce lo siamo detti subito, ognuno per un po’ se l’è tenuto per sé. Una sera stavamo cenando in cucina davanti alla tv; davano un brutto film di cui non ci importava niente, ma quando i nostri vicini hanno iniziato a litigare tu ti sei alzato e hai chiuso infastidito la finestra per non sentirli. Una domenica mattina, qualche giorno dopo, mentre facevamo colazione io ho sporto la testa fuori e ho gridato: “Basta!”.

Loro per un attimo hanno smesso di gridare, poi hanno ricominciato più forte di prima, e tu mi hai guardato senza dire niente, come quando parcheggio male o dimentico la pentola sul fuoco, con quel misto di rimprovero e compassione con cui mi osservi soltanto tu.

Adesso, quando litigano, i nostri vicini ci intristiscono, perché se loro in fondo sono rimasti uguali, noi non siamo gli stessi di un tempo. Sono la prova che niente nella vita migliora mai davvero, ci ricordano quello che siamo stati e adesso non siamo più.

A litigare, ogni tanto, abbiamo provato anche noi. Ma ci vuole una certa stoffa, un’energia che conosciamo soltanto a sprazzi e che non basta a tenerci su. Io non sono mai stata brava, nemmeno da ragazza: quando litigo perdo il filo, incespico, mi dimentico perché ho cominciato e dopo un po’ non vorrei far altro che sdraiarmi sul letto, piangere e non parlarne più.

Vorrei essere consolata anche se ho ragione, ma questo non è possibile, quando si litiga, così tengo il punto anche se dopo un po’ non so più dove sto andando, né perché. Anche tu, del resto, per litigare non sei mica portato: ti si gonfia la vena del collo, il naso ti diventa rosso, cammini su e giù per la stanza come un topino su una ruota e ripeti la stessa cosa in continuazione, quaranta volte di seguito, fino a quando non significa più niente, fino a quando non la ascolti nemmeno più tu.

Così, quando smetteremo di amarci, dovremo inventare altri modi per dirci che siamo stanchi, che ci vogliamo sempre bene ma speravamo in qualcosa che poi abbiamo smesso di aspettare.

Chiuderemo le finestre per non sentire gli altri, ripeteremo gesti antichi, pieni di noia e di rispetto, e insieme guarderemo un altro giorno che finisce senza confessarci che l’avremmo voluto diverso. Magari aspetteremo ancora che arrivi un altro tempo. Ma il nuovo fa rumore, e in mezzo a tutto quel silenzio che non avevamo previsto ci chiederemo se qualcos’altro esista, se possa davvero iniziare mai.

da “E siccome lei”, di Eleonora Marangoni, Feltrinelli, 2020, 256 pagine, 17 euro

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