Come evitare la prossimaLa pandemia di Covid-19 non sarà l’ultima (ci sono in giro 700mila altri virus)

Ci sono circa 1,6 milioni di virus sul pianeta nei mammiferi e negli uccelli, di cui quasi un milione potrebbero avere il potenziale per infettare gli esseri umani. Ma solo 250 sono entrati in contatto con noi. Alcuni fattori come il cambiamento climatico potrebbero velocizzare la diffusione di nuove malattie influenzali. Un lungo articolo del Financial Times prova a rispondere a due domande: come si diffonderà la prossima, e come la fermeremo

AP Photo/Michael Probst

La pandemia di Covid-19 non è stata una sorpresa. Non che fosse prevista, quindi evitabile. Ma nel senso che da anni gli epidemiologi e gli scienziati dell’Organizzazione mondiale della sanità avevano messo in conto l’arrivo – prima o poi – di una malattia ancora non identificata, altamente contagiosa, diffusa su scala globale. Nessuno poteva immaginare il nuovo coronavirus così com’è, ma una cosiddetta Disease X, una malattia generica con il potenziale per causare grossi problemi, era attesa.

Nasce da questa considerazione una lunga analisi del Financial Times firmata da Leslie Hook, giornalista che si occupa di questioni ambientali per il quotidiano britannico. Le domande a cui cerca una risposta sono molto dirette: «Da dove arriverà la prossima pandemia? E cosa possiamo fare per fermarla?».

I virus sono presenti sul pianeta da milioni di anni e l’uomo ne conosce solo una piccola parte. «Ci sono circa 1,6 milioni di virus sul pianeta nei mammiferi e negli uccelli, di cui circa 700mila potrebbero avere il potenziale per infettare gli esseri umani. Ma di questi, solo circa 250 sono già entrati in contatto con noi. Gli altri ancora no», scrive Leslie Hook.

Diverse malattie virali che hanno colpito l’uomo negli ultimi anni – dall’Hiv all’Ebola, dalla Sars a Zika – provengono da virus zoonotici, cioè sono stati trasmessi dagli animali all’uomo. Ne aveva scritto poche settimane fa su The Conversation Naomi Forrester-Soto: «I virus che compiono il salto dagli animali agli esseri umani sono stati il punto di partenza di numerose epidemie. Sappiamo che sono una costante della storia e continueranno a esserlo. Ma gli elementi che influenzano l’origine geografica di questi eventi sono ancora poco chiari».

È per questo che l’arrivo di un’altra pandemia influenzale secondo molti esperti non è più questione di se, ma di quando. Parlando con il Financial Times, il numero uno della London School of Hygiene & Tropical Medicine, Peter Piot, l’uomo che ha scoperto il virus Ebola nel 1976, si dice preoccupato che questo coronavirus non sia l’ultima epidemia mortale: «Stiamo vivendo nell’era delle pandemie. Penso che ne vedremo sempre di più e il motivo fondamentale è che non siamo riusciti a vivere in armonia con la natura».

Questa consapevolezza ha dato una spinta alla ricerca, sempre più impegnata nel tentativo di individuare un virus potenzialmente devastante. Il quotidiano britannico lo spiega con un aneddoto che parte dalla Repubblica Centrafricana, a Dzanga-Sangha. Yanthe Nobel, veterinaria e dottoranda in epidemiologia, è andata lì a studiare i virus in pipistrelli e roditori. Un giorno ha trovato sulla sua strada un elefante morto, un cucciolo di un anno. E anche se gli elefanti non fanno parte del progetto è sempre bene eseguire un’autopsia: se la causa della morte non rientra nel campo dell’ordinario e nel laboratorio da campo non viene riscontrato alcun agente patogeno conosciuto, allora i campioni vengono inviati a un laboratorio più grande in Germania.

Tra i fattori che possono aumentare la probabilità di insorgenza di nuove malattie c’è la deforestazione, il commercio di animali selvatici e, in generale, qualunque stravolgimento di un ecosistema: la lotta al cambiamento climatico è strettamente collegata con la diffusione dei virus.

«Queste malattie non spuntano all’improvviso, ma spesso provengono da luoghi, come la foresta pluviale, dove c’è una grande biodiversità, dove gli esseri umani e le specie animali vivono a a contatto», scriveva Fabio Zuker in un reportage pubblicato su Reuters a metà ottobre. Veri e propri hotspot dove è più probabile che le malattie si trasmettano dagli animali all’uomo.

Il cambiamento climatico aggiunge nuove incognite all’equazione: modifica gli spostamenti degli animali, dagli insetti più piccoli ai mammiferi, porta le piante a fare frutti in periodi diversi dal solito, impattano su interi ecosistemi modificandone le caratteristiche. Forti eventi atmosferici come la siccità e le inondazioni hanno un grande impatto. Una malattia come la febbre dengue, ad esempio, si diffonde più facilmente in caso di forti piogge, che creano terreno fertile per la zanzara che la trasporta.

Il comportamento dell’uomo ovviamente influenza il pianeta in modi non sempre prevedibili e potrebbe facilitare la comparsa di nuovi virus. «La distruzione degli ambienti naturali rende più probabile che nuovi virus emergano e raggiungano l’uomo. Abbattere foreste, creare piantagioni monocolturali e gestire grandi allevamenti di bestiame possono aumentare il contatto umano con malattie emergenti», aggiunge il Financial Times. Anche perché la distruzione di alcuni habitat fa sì che sopravvivano solo le specie più resistenti, quelle che hanno maggiori probabilità di essere portatrici di malattie.

È per questo che diversi centri di ricerca hanno attivato progetti per provare a individuare i nuovi virus prima che si diffondano come ha fatto il Covid-19. Il Financial Times cita ad esempio il Global Virome Project, guidato da Dennis Carroll: un gruppo di ricerca con l’obiettivo di catalogare tutti i virus che potrebbero rappresentare una minaccia per la salute umana. «Il progetto consiste nell’individuare i virus prima che arrivino da noi, e poi mettere insieme un database completo da oltre un miliardo e mezzo di dollari per tracciare almeno il 75 per cento degli oltre 1,6 milioni di virus esistenti, in un periodo di dieci anni», spiega Carroll.

L’idea si spiega facilmente: la capacità di reazione dell’uomo all’insorgere di nuovi virus oggi è frenata all’impossibilità di conoscerli prima che questi si diffondano tra gli uomini. «Qualunque sia il prossimo evento, e sappiamo che ce ne sarà un altro, è già lì fuori», aggiunge. Un punto su cui il mondo scientifico concorda, infatti, è quanto poco sappiamo di ciò che già esiste. «Non abbiamo identificato tutti i mammiferi del pianeta, figuriamoci tutti i virus. E anche i virus che abbiamo identificato rimangono spesso misteriosi», scrive Leslie Hook nel suo articolo.

Forse mai come in questo periodo la ricerca di soluzioni e gli investimenti nella ricerca sui vaccini hanno visto una grande impennata negli investimenti. Certo, va ricordato che dietro la ricerca si nascondono anche valutazioni e scelte politiche: «A volte le barriere allo sviluppo non sono solo scientifiche: le aziende farmaceutiche sono sempre state riluttanti a investire in vaccini per malattie che colpiscono popolazioni povere e remote. Un esempio è la febbre di Lassa, che esiste da 50 anni ma non è ancora stato sviluppato alcun vaccino», scrive il Financial Times.

Ma in un quadro generale il vaccino è la strategia da seguire sul lungo periodo, per contrastare il Covid-19 così come gli altri virus zoonotici. Nel frattempo si può provare a intervenire sulle cause. Come suggerisce il Financial Times, «emergono due approcci che potrebbero essere in grado di fare la differenza nel breve termine: uno è quello di monitorare più da vicino la salute delle popolazioni che vivono nelle aree hotspot in modo che le nuove malattie possano essere individuate e contrastate più rapidamente. Un altro è far sì che il discorso ambientalista sia sempre più collegato alle decisioni in materia di salute pubblica».

I ricercatori in prima linea affermano che è impossibile separare la salute umana dalla salute del pianeta. Christian Happi, capo del Centro africano di eccellenza per la genomica delle malattie infettive a Ede, in Nigeria, sta varando un programma di allerta precoce che rileverà le malattie negli esseri umani e riferirà i risultati alle autorità sanitarie locali. «Non credo che la prossima pandemia sarà prevista da qualche algoritmo. Ciò che serve è creare un sistema di sorveglianza molto solido e potente che consenta alle persone di rilevare questi agenti patogeni in tempo reale e quindi rendere disponibili queste informazioni», dice Happi al Financial Times.

Nel frattempo ci sono anche alcuni riscontri positivi: non solo gli investimenti nella ricerca, ma c’è una maggior collaborazione tra gli scienziati di tutti campi, dall’ecologia all’epidemiologia e alla biologia molecolare; e c’è una nuova consapevolezza sulla connessione sempre più forte tra la salute dell’uomo e quella del pianeta che abita.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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