Fronte jihadistaPerché la Tunisia è diventata la nuova fucina dei terroristi

Il Paese nordafricano ha esportato il più alto numero di foreign fighters tra i Paesi del Maghreb. Il problema non è solo legato ai flussi migratori. Oggi i messaggi di incitamento all’odio sono più veloci, i proseliti dell’estremismo, giovani e insospettabili. L’attentatore di Nizza, Brahim Aoussaoui, è l’esempio perfetto: nato da una famiglia povera, non frequentava la moschea, è semianalfabeta e non è stato addestrato via web

Pixabay

Brahim Aoussaoui, il ventunenne che il 29 ottobre ha sgozzato tre persone all’interno della basilica di Notre-Dame a Nizza non era un terrorista. A dirlo sono i familiari, gli amici, gli abitanti del villaggio a pochi chilometri da Kairouan, nel centro della Tunisia, da cui era partito per raggiungere l’Europa. Non era uno jihadista eppure ha tagliato la gola a tre persone in Francia, quel Paese che aveva scelto di raggiungere dopo esser sbarcato a Lampedusa lo scorso settembre.

Cosa è successo a Brahim Aoussaoui dal momento in cui ha salutato i suoi genitori all’attimo in cui è stato catturato dalle forze speciali francesi, subito dopo il triplice omicidio? Il ventunenne non era nella blacklist dei terroristi del ministero degli Interni tunisino, non era un soggetto ritenuto a rischio di radicalismo anche se il centro giudiziario per la lotta al terrorismo ha ordinato l’apertura di un’indagine per scoprire se un nuovo e sconosciuto gruppo «Al Mahdi nel sud della Tunisia» possa esser coinvolto.

Mohsen Dali, sostituto procuratore del tribunale di primo grado di Tunisi, infatti, ha confermato che l’organizzazione ha rivendicato il gesto ma non ci sono ulteriori elementi, per ora. Il punto è che il governo tunisino non è riuscito ad avere un reale monitoraggio della situazione dei terroristi interni, né dei cosiddetti combattenti di ritorno, rientrati in Tunisia e rimasti latenti. Il Paese ha esportato il più alto numero di foreign fighters tra i Paesi del Maghreb: centinaia di giovani sono partiti per l’Iraq, la Libia, la Siria, il Mali affiliandosi all’AQMi, Al-Qaeda nel Maghreb islamico, o all’Isis, o all’AST, Ansâr al-Sharî‘a in Tunisia. 

«La struttura politica e organizzativa dello Stato tunisino non è in grado di controllare la situazione a 360° – dice a Linkiesta Mazen Chérif, esperto di strategia delle forze armate e co-fondatore del Centro tunisino per gli studi sulla sicurezza globale – quindi può capitare che sfuggano ai controlli dell’intelligente soggetti a rischio. Ma il caso di Aoussaoui è particolare sia perché è una certezza che non fosse radicalizzato, sia perché in realtà ci racconta di un cambiamento di strategia del terrorismo».

Brahim, l’attentatore, è semianalfabeta, proviene da una famiglia povera, non frequentava la moschea se non per ricorrenze particolari e non era introverso, tipica caratteristica dell’identikit del «giovane reclutato». Non è stato addestrato via web, tramite cartoni animati o videogiochi, caratteristica strategia usata in passato dall’Isis, quel che è certo è che è stato fomentato.

«Il ragazzo sicuramente ha ascoltato discorsi fanatici – racconta Mazen Cherif – ha intercettato i messaggi che aizzavano all’odio e certamente conosceva le tecniche, messe nero su bianche dai comunicatori dello stato islamico, che contemplavano l’uso di armi da taglio come il coltello che ha usato per l’attentato. Il ragazzo, in pratica, è diventato il perfetto strumento micidiale dei mandati terroristi: il lupo solitario per eccellenza». 

Un killer anonimo, non istruito, uno qualunque e proprio per questo molto pericoloso. Eccolo il cambiamento strategico: prima i terroristi venivano scelti tra ragazzi laureati, colti, in grado di orchestrare piani complessi, di formarsi. E infatti il Centro Tunisino per la Ricerca e lo Studio sul Terrorismo ha verificato proprio questo: studiando circa mille tunisini, arrestati e incarcerati tra il 2011 e il 2018, è emerso che il 40% di questi elementi erano giovani laureati o diplomati, il 3,5% era rappresentato da donne, mentre 751 erano giovani sotto i 35 anni.

Oggi i messaggi di incitamento all’odio sono più veloci, istantanei e soprattutto legati a una logica che si basa non su un obiettivo specifico ma che segue l’onda degli avvenimenti. Brahim, probabilmente, si è trovato coinvolto nello scontro tra Emmanuel Macron e Rece Tayyip Erdogan, scoppiato dopo la decapitazione a Parigi di Samuel Paty, il professore che aveva mostrato ai ragazzi le vignette di Charlie Hebdo su Maometto, e in seguito alla pubblicazione della nuova copertina del giornale satirico che immortala lo stesso Erdogan.

Lo scontro economico-geopolitico tra due leader, inasprito dall’incitamento di Erdogan a boicottare la Francia, ha esaltato gli animi di tutti quei lupi solitari come Brahim, caricati a molla da ignoranza, povertà e mancanza di prospettive, che aspettavano solo un pretesto per agire.

«Non sappiamo cosa sia successo al ragazzo da quando è sbarcato a Lampedusa – spiega ancora Cherif – e non possiamo sapere se ha incontrato un Imam che lo ha indottrinato, se ha conosciuto qualcuno che lo ha coinvolto o se ha deciso di andare a Nizza per un motivo preciso. Sappiamo, però, che di giovani come lui la Tunisia è piena e che il problema del terrorismo è strettamente collegato a quello dell’emigrazione incontrollata».

Brahim è partito con un barchino dal porto di Sfax, città sulla costa orientale, è sbarcato a Lampedusa, è arrivato a Bari, ha ricevuto un foglio di via e poi chissà seguendo quale rotta è arrivato in Francia.

«La colpa non è del governo italiano, o di quello francese, o del nostro – spiega Hazem Ksouri, avvocato tunisino per i diritti civili e l’immigrazione – ma di tutti questi governi contemporaneamente e dell’Europa, che non ha una politica comune e solidale. Ma quelli che partono non sono terroristi – aggiunge Ksouri – perché chi vuole colpire lo fa in Tunisia o ha un piano in testa che i servizi segreti riescono a intercettare. Quelli che partono sono poveri, borghesia impoverita, migranti, l’Europa non corre un rischio alto da questo punto di vista». 

Il vero problema sono gli invisibili come Brahim, che possono arrivare da altri Paesi o possono vivere nelle periferie europee. Sono quelli che hanno letto online «le regole del perfetto jihadista improvvisato», il libretto redatto dall’Isis in cui si spiega passo-passo come fare a colpire con coltelli, esplosivi prodotti in casa, auto in corsa. Sono ragazzini che si sono perduti e poi sono diventati terroristi jihadisti. 

 

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