Il supercattivoI ricorsi di Trump non fanno paura, i sospetti dell’intelligence sulla vendita di segreti di Stato sì

Il presidente uscente riappare in pubblico col volto torvo alla Giornata dei reduci di guerra, mentre i suoi seguaci hanno già pronta una grande manifestazione per il weekend. Intanto il Washington Post rivela la possibilità che, per far fronte ai debiti, l’ex presidente possa trafficare con le informazioni riservate

AP/LaPresse

Il supercattivo e i segreti di Stato
Con la presidenza di Donald Trump ci si è abituati ai cattivi supercattivi e grotteschi, nemici dei supereroi nei film: lui, Steve Bannon, Stephen Miller, Jared Kushner, Kellyanne Conway, i figli Trump, Brad Parscale (sono mancati i supereroi). Ma non ci si riesce ad abituare a certe svolte nella trama. Assurde, ansiogene, oltraggiose, e però prevedibili. E però – forse, eh – l’opinione pubblica occidentale non è ancora pronta per un ex presidente degli Stati Uniti che vende segreti di Stati per pagare i debiti. È la grande paura degli esperti di intelligence sentiti dal Washington Post. Trump, negli anni, ha rivelato segreti di Stato; per farsi bello, per intimorire, perché aveva ospiti russi, perché era a cena a Mar-a-Lago e i soci del club passavano davanti al tavolo. E «da ex presidente, ci sono tutte le ragioni per temere che riveli informazioni altamente riservate… Non solo Trump ha una storia di indiscrezioni, ha tutte le caratteristiche di un soggetto a rischio per il controspionaggio: è pieno di debiti e arrabbiato col governo degli Stati Uniti».

Per farlo, come per tutto il resto, avrà bisogno dei collaboratori: secondo gli esperti che hanno parlato col Post, «non ascoltava la maggior parte dei briefing dei servizi segreti, e non ha mai mostrato di avere alcuna idea di come funzioni la sicurezza nazionale». D’altra parte, ha detto Jack Goldsmith, ex del dipartimento della Giustizia con George W. Bush, «qualche dettaglio deve essere penetrato attraverso lo spesso strato di cemento che circonda il suo cervello» (Trump è veramente poco stimato).

La ricomparsa di Trump
Ieri era la Giornata del Veterano. Trump, che non si vedeva da giorni, è andato al cimitero di Arlington. È parso ingrassatissimo e torvo.

Repubblicani sempre più strani
I ricorsi della campagna di Trump non paiono al momento efficacissimi: in Pennsylvania il legale della campagna ha ammesso di non avere prove di brogli, in Michigan i ricorsi non sono stati neanche presentati, le schede fraudolente nel Nevada sono risultate legittime e di militari, i supertestimoni risultano pregiudicati per reati sessuali che hanno ricevuto molti soldi in tempi recenti. Qualcuno si chiede se i repubblicani più trumpiani non siano pagati dalla Cnn per mantenere alta la tensione e l’audience.

Qualcuno si preoccupa, nota che con Trump si realizzano spesso gli scenari peggiori. Altri, come Evan Osnos del New York, dicono che la battaglia persa sulle elezioni è necessaria come mito fondante del New Birtherism trumpiano (da birth, nascita: Trump, come altri birthers, sosteneva che Barack Obama fosse nato in Kenya). Il New Birtherism creerà “infrastrutture delusioniali” che potrebbero devastare vita e politica in America. «Trump ha fatto dell’invenzione della realtà la dottrina centrale del suo governo», scrive Osnos, e continuerà.

I repubblicani importanti, intanto, si comportano stranamente. In pubblico appoggiano improbabili sforzi anti brogli (o si preparano alla conferma di Trump, come ha detto Mike Pompeo ridendo nervosamente). In privato dicono di farlo per tenere buoni rapporti con la base trumpiana. Perché «Trump se ne andrà, ma ha cambiato il dna del partito», ha detto lo stratega Ken Spain a Politico. «D’ora in poi candidati presidenziali e leader del Congresso dovranno allearsi con la corrente blue collar» (alcuni la corteggiano con fervore, come il capogruppo repubblicano al Senato della California che twitta Trump affiancato a Mosè).

L’insediamento in tempo di pandemia
Le inaugurazioni presidenziali, fino a Barack Obama incluso, sono sovraffollate, mondane e si svolgono in buona parte nel freddo di gennaio. Tre condizioni pericolosissime in tempi di pandemia. Quella di Joe Biden, il 20 gennaio, sarà complicata sia dalla sicurezza per lui e Kamala Harris, e dal distanziamento sociale necessario. E dal Comma 22 sullo spazio nel Mall, il giardino lungo tra il Campidoglio e la Casa Bianca: se vengono molti democratici a festeggiare Biden che giura da presidente, si rischiano focolai multipli tipo serata in casa Trump. Se i democratici non si fanno vedere per via del Covid, Washington potrebbe essere invasa dai trumpiani. Dice un consigliere di Biden al Daily Beast: «L’ultima cosa che vogliamo è un raduno di MAGA (Make America Great Again) sul Mall mentre il presidente giura. Ma penso che Trump vorrà creare una catastrofe».
Un’altra catastrofe potrebbe essere provocata dai grandi finanziatori democratici. In tempi meno pandemici, si sarebbero aspettati una decina di balli inaugurali. Ora vogliono biglietti in tribuna per la cerimonia del giuramento. Cerimonia unica, senza il presidente uscente (se Trump partecipasse sarebbe una sorpresa).

Un weekend di MAGApalooza
Come i movimenti di sinistra di una volta, il partito devoto a Trump raccoglie molti elettori poveri e scende in piazza. Questo weekend, i lealisti trumpiani manifestano a Washington, e già la chiamano una MAGApalooza. Ci saranno i gruppi estremi e le milizie, i Proud Boys, gli Oath Keepers, i Three Percenters, i neonazi e dei trumpiani semplici. Arriveranno per una manifestazione a cui hanno dato vari nomi, la Million MAGA March, la March for Trump, Stop the Steal DC. Sabato a mezzogiorno si troveranno nella Freedom Plaza, vicino alla Casa Bianca, ma anche davanti alla Corte Suprema.

Non si sa quanti saranno. Gli organizzatori non hanno chiesto permessi. Ultimamente le proteste MAGA hanno attratto quattro gatti. Ma non è quello il punto, ha spiegato a Politico Angelo Carusone, presidente del gruppo Media Matters: «Serve solo a creare disordine e, se possibile, caos. È come un gigantesco troll online che prende forma».

Florida Men
Marco Rubio, che Trump chiamava «Little Marco» nel 2016, è un quasi ex giovane senatore della Florida che nel 2024 vorrebbe ritentare per la Casa Bianca. Ma ha paura di Trump, ora e sempre. In un programma Fox ha molto omaggiato il futuro Florida Man più importante (dovrebbe trasferirsi a Mar-a-Lago nelle prossime settimane, se non il 20 gennaio con l’aiuto della forza pubblica). Ha spiegato che, se si ricandidasse, Trump «farebbe piazza pulita» (non ci crede: nel 2024 Trump avrà 78 anni, si nutre di fast food, non si sa cosa prenda per tenersi su). Poco dopo, Rubio è andato da Sean Hannity, sempre su Fox News. Ha doverosamente dichiarato che «metà del Paese ha dubbi sulle elezioni». Poi ha cominciato a spettegolare sulle nomine nell’amministrazione Biden che ovviamente dà per sicura. Prevedendo che «nel gabinetto ci saranno persone fuori di testa», anche non della Florida.

Florida Men, Pence bloccato
Contrariamente a quanto annunciato, Mike Pence non è andato in vacanza in Florida. Doveva partire martedì, all’ultimo è rimasto; dopo gli attacchi sui social media dei lealisti trumpiani al suo panciafichismo elettorale. In questi giorni si è visto pochissimo, ha dichiarato il minimo indispensabile, ha rifiutato di andare con Rudy Giuliani alla conferenza stampa di sabato, quella nel cortile della ditta di giardinaggio a Philadelphia (doveva andare a Sanibel Island, dove ieri c’erano tempeste tropicali, però da oggi è abbastanza bello).

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