Come uscire dal cul de sacLe cinque cose che dovrebbe fare l’Unione europea per evitare il veto di Polonia e Ungheria

Senza il meccanismo legato al rispetto dello stato di diritto, su cui il Consiglio Ue decide a maggioranza qualificata, l’Europarlamento (ma anche alcuni Stati membri come i Paesi Bassi e l’Austria) non darà il suo accordo. Non si può continuare a lungo mantenendo il principio del voto all’unanimità

LaPresse

Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno annunciato ai loro colleghi del Comitato dei Rappresentanti Permanenti (Coreper) che i loro governi potrebbero votare contro il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 se fosse inserita la regola, concordata dalla presidenza tedesca con la delegazione della commissione bilanci del Parlamento europeo, del rispetto dello stato di diritto da parte dei beneficiari dei fondi europei.

I due ambasciatori hanno così confermato la sostanza delle lettere – inviate ad Angela Merkel, il cui governo presiede il Consiglio dell’Unione europea fino al 31 dicembre 2020, alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al Presidente del Consiglio europeo Charles Michel – prima dall’ungherese Viktor Orban e poi dal polacco Morawiecki in cui si afferma che «qualsiasi meccanismo discrezionale che sia basato su criteri arbitrari e politicamente motivati non può essere accettato».

Vediamo di mettere ordine in una materia finanziariamente, giuridicamente e politicamente complicata per capire fino a che punto l’eventuale voto contrario polacco e ungherese rischia di far saltare il piano per la ripresa europea dagli effetti della pandemia contenuto nel Next Generation EU.

In primo luogo si deve sapere che non esiste il Recovery Fund di cui scrivono da quattro mesi i quotidiani italiani, di cui parlano radio e TV e molti politici di casa nostra.

Il Recovery Fund fu proposto da Emmanuel Macron e Angela Merkel per offrire ai paesi in difficoltà 500 miliardi di Euro sotto forma di aiuti a fondo perduto (grants). Per creare le condizioni di un’intesa fra i paesi frugali e l’alleanza per la coesione, di cui fa parte anche l’Italia, gettando le basi di una politica macroeconomica a livello europeo la Commissione ha proposto a fine maggio di togliere dal tavolo dei negoziati il fondo franco-tedesco.

Il fondo è stato sostituito da un piano (Recovery Plan, come fu chiamato quello proposto nel 1947 da George Marshall) che è stato battezzato Next Generation EU fondandolo giuridicamente su un articolo del Trattato di Lisbona (art. 122) che prevede il voto a maggioranza qualificata del Consiglio dell’Unione e dotandolo di un ammontare di 750 miliardi di Euro in maggioranza prestiti (loans) ma anche di sovvenzioni (grants) articolati in sei strumenti finanziari diversi legati a priorità di politica economica indicate dalla stessa Commissione.

Il piano è stato accolto dal Consiglio europeo il 21 luglio, approvato dal Parlamento europeo e i governi hanno cominciato a redigere i loro piani nazionali per accedere ai prestiti e alle sovvenzioni negoziando con la Commissione la coerenza fra i loro piani e le priorità europee.

Fra i governi che hanno avviato i negoziati con la Commissione ci sono anche la Polonia e l’Ungheria a cui andrebbero consistenti risorse che si aggiungono a quelle già cospicue dei fondi di coesione.

Il piano sarà tuttavia operativo solo quando saranno superate alcune condizioni che rendono tutta l’operazione molto complicata.

La Commissione deve raccogliere sui mercati dei capitali i 750 miliardi necessari per finanziarlo emettendo dei titoli di debito pubblico europeo come ha fatto recentemente con un successo inatteso per lo strumento SURE (una cassa d’integrazione europea).

Questo nuovo debito pubblico deve essere tuttavia garantito da un più consistente bilancio europeo e per questa ragione la Commissione ha proposto di aumentare il tetto delle risorse proprie europee dall’1.2 al 2.0 % del Reddito globale dell’Unione europea.

Mentre il Next Generation EU può essere adottato dal Consiglio dell’Unione a maggioranza qualificata, l’aumento del tetto delle risorse richiede invece l’unanimità nel Consiglio e l’accordo di tutti gli Stati membri e cioè la ratifica dei parlamenti nazionali.

L’aumento del tetto è inoltre la condizione preliminare per approvare il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 che richiede anch’esso l’accordo unanime del Consiglio (ma non dei parlamenti nazionali) previa approvazione del Parlamento europeo.

L’Assemblea, che si esprimerà la prossima settimana in plenaria, ha posto come condizioni per il suo accordo un meccanismo per bloccare i finanziamenti (tutti i finanziamenti, non solo quelli provenienti dal Next Generation EU, e dunque anche i fondi di coesione) ai paesi che non rispettano i principi dello stato di diritto, aumentare alcuni programmi europei nella ricerca, l’educazione, la salute e la cittadinanza, instaurare un dialogo permanente fra Consiglio e Parlamento sulla gestione degli strumenti finanziari fuori bilancio e definire un calendario dal 2021 al 2026 per introdurre delle nuove risorse europee in modo tale che il rimborso del debito europeo avvenga attraverso il bilancio europeo e non attraverso i contributi nazionali degli Stati membri.

Siamo apparentemente in un cul de sac perché senza il meccanismo legato al rispetto dello stato di diritto, su cui il Consiglio dell’Unione decide a maggioranza qualificata, il Parlamento europeo (ma anche alcuni Stati membri come i Paesi Bassi e l’Austria) non darà il suo accordo ma l’introduzione del meccanismo nelle regole di concessione degli strumenti finanziari europei ivi compresi quelli provenienti dal Next Generation EU porterebbe la Polonia e l’Ungheria a votare contro l’aumento del tetto delle risorse proprie e il Quadro Finanziario Pluriennale.

Come abbiamo detto, la parola spetta in primo luogo al Parlamento europeo e verificheremo la prossima settimana in plenaria se l’assemblea manterrà ferma la sua posizione sullo stato di diritto e se i parlamentari europei eletti in Polonia che appartengono al gruppo conservatore e quelli eletti in Ungheria appartenenti al PPE seguiranno l’orientamento dei loro governi o quello dei loro gruppi politici (il presidente della commissione bilanci del Parlamento europeo che ha negoziato l’accordo con la presidenza tedesca siede nello stesso gruppo dei parlamentari polacchi, n.d.r.).

Verificheremo poi nella riunione dei ministri degli esteri dell’8 dicembre e al Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre se i governi polacco e ungherese avranno bluffato per ottenere dalla Commissione un’interpretazione più flessibile delle regole sullo stato di diritto o se andranno fino in fondo con la loro minaccia di un voto contrario sul Quadro Finanziario Pluriennale e successivamente sul rifiuto dei loro parlamenti di accettare l’aumento del tetto delle risorse proprie scegliendo la via della protervia illiberale o quella delle consistenti sovvenzioni europee.

Qualcuno ha avanzato l’idea di trasformare il Next Generation EU in uno strumento intergovernativo come il famoso MES (Meccanismo europeo di stabilità) sottraendolo ai vincoli delle procedure europee senza considerare che il MES è finanziato dagli Stati membri che hanno preso l’impegno di dotarlo – se necessario – di un patrimonio per ora teorico di 400 miliardi e che la via intergovernativa imporrebbe agli Stati di indebitarsi ciascuno per sé e in relazione al proprio Prodotto interno lordo con una chiave di ripartizione di prestiti per 750 miliardi più favorevole ai paesi beneficiari avendo in compenso un diritto di veto sulla loro concessione. Si risponderebbe così con un bluff collettivo al possibile bluff della coppia Morawiecki-Orban.

Questa vicenda grottesca è l’ennesima conferma che l’Unione europea non può continuare a lungo mantenendo il principio del voto all’unanimità che ne paralizza il funzionamento e la realizzazione dei suoi obiettivi. Paradossalmente, la Polonia applica all’Unione il principio del cosiddetto liberum veto in vigore nella Dieta polacca che portò il paese all’anarchia fra il 1651 e il 1791 e in definitiva alla decadenza dello Stato polacco.

1. Spetta al Parlamento europeo più che al Consiglio rivendicare con forte volontà politica che la via da percorrere è quella di una profonda riforma dell’Unione con un nuovo trattato per passare dalla Dieta polacca alla federazione europea.

2. Nell’immediato la Commissione europea deve richiamare gli Stati membri e in particolare la Polonia e l’Ungheria al rispetto del principio – giuridicamente vincolante – della cooperazione leale definito nell’articolo 4 del Trattato sull’Unione europea sollevando con urgenza la questione del rispetto di tale principio davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea sulla base dell’art. 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea a cui si può aggiungere anche l’intervento degli Stati membri sulla base del successivo articolo 259.

3. Parallelamente dovrebbe essere riaperta la discussione sul progetto di un bilancio autonomo dell’Eurozona finanziato da titoli perpetui tali da costituire un primo embrione di azionariato europeo e dallo stesso tipo di imposte immaginate per le risorse proprie europee (che richiedono, per essere introdotte, l’unanimità dei ventisette governi nazionali e le ratifiche dei loro parlamenti) gestito da un Tesoro europeo sotto la responsabilità della Commissione europea ed il controllo del Parlamento europeo accelerando le procedure di adesione all’Euro dei paesi che ne sono ancora fuori.

4. In questo quadro appare indispensabile e urgente avviare la Conferenza sul futuro dell’Europa come luogo di confronto fra la società civile e la democrazia rappresentativa come tappa sulla via di un processo costituente di una Comunità federale.

5. Per creare uno spazio politico europeo di dialogo fra parlamentari europei e parlamentari nazionali bisogna rilanciare con i partiti politici europei la proposta di “assise interparlamentari” come quelle che si svolsero a Roma nel novembre 1990 alla vigilia delle Conferenze intergovernative che sfociarono nel Trattato di Maastricht.

*Pier Virgilio Dastoli è il presidente del Movimento Europeo – Italia

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

K - Linkiesta FictionÈ nata K, la rivista letteraria de Linkiesta curata da Nadia Terranova

È nata K – Linkiesta Fiction, una nuova rivista di letteratura curata da Nadia Terranova, finalista al Premio Strega 2019, e dal direttore de Linkiesta Christian Rocca. 

K – Linkiesta Fiction è un volume di 320 pagine disegnato dall’art director Giovanni Cavalleri e arricchito da fotografie di Stefania Zanetti, da un’illustrazione di Maria Corte e da un saggio introduttivo di Nadia Terranova. Il tema del primo numero di K è il sesso. 

K si può preordinare sul sito de Linkiesta a 20 euro più 5 di spese postali oppure acquistare nelle migliori librerie indipendenti di tutta Italia (ecco l’elenco in costante aggiornamento). 

Gli autori che hanno partecipato al primo numero con un racconto originale scritto appositamente per K sono:

Camilla Baresani, Jonathan Bazzi, Carolina Capria, Teresa Ciabatti, Benedetta Cibrario, Francesca d’Aloja, Mario Desiati, Annalisa De Simone, Viola Di Grado, Mario Fillioley, Dacia Maraini, Letizia Muratori, Valeria Parrella, Romana Petri, Lidia Ravera, Luca Ricci, Marco Rossari, Yari Selvetella, Elvira Seminara.

Ci sono anche due anteprime di romanzi di Don Winslow e di Maggie O’Farrell in uscita a breve in Italia.

Per acquistare più copie di K, scrivere qui.

20 a copia