A 250 anni dalla nascitaCosì un algoritmo sta scrivendo la Decima sinfonia di Beethoven

Un programma sta componendo autonomamente una nuova opera, seguendo alcuni schizzi lasciati dal musicista tedesco prima di morire. Ha imparato a riprodurre il suo stile, chissà se riesce a creare anche idee musicali simili

da Pixnio

Dove non è arrivato Beethoven, potrebbe riuscire l’intelligenza artificiale. Il piano, che va avanti da qualche anno, è di celebrare l’anniversario per i 250 anni dalla nascita del compositore tedesco portando a compimento la sua Decima sinfonia, con l’aiuto di un algoritmo.

Il progetto, finanziato dalla Deutsche Telekom, è al tempo stesso interessante e complesso. I problemi sono numerosi, prima di tutto a causa del materiale a disposizione: Beethoven non ha lasciato niente di più di qualche schizzo, motivi e battute disorganiche. Passaggi musicali che aveva concepito mentre scriveva la Nona (spesso lavorava a più sinfonie in contemporanea).

Si sa che pensava di inserire, anche in questo caso, un coro. Ha scritto che l’ultimo movimento doveva sembrare un «Baccanale», cioè gioioso e frenetico. Ma in che modo? Con che ritmo?

La seconda difficoltà deriva proprio dalla scelta di impiegare una macchina. Il team che lavora al progetto (comprende un giusto mix di esperti informatici e musicisti) ha deciso di fare imparare al software tutte le opere del maestro di Bonn, in modo da insegnare il suo stile, insieme anche a lavori di musicisti suoi contemporanei (come Hummel, o Cherubini) o che amava in modo particolare (Mozart e Haendel). Perché, si sa, l’ispirazione viene sempre da fuori.

Nonostante questo, i primi tentativi sono stati scoraggianti. «La macchina, dopo le battute iniziali, si bloccava nella ripetizione di un loop», ha spiegato il capo del team di sviluppatori, Matthias Röder.

Sono serviti mesi di fine tuning, nuove riparametrazioni e un costante aiuto da parte di musicisti e musicologi. «Alla fine, dopo le frasi iniziali, la macchina riusciva a improvvisare per qualche minuto». Un risultato straordinario. Da lì è partito il lavoro di composizione: il pianista suonava, la macchina continuava, le idee venivano registrate e riadattate (spesso le sperimentazioni meccaniche non hanno anima) cercando di assecondare il più possibile il modello di stile beethoveniano.

Quello che ne esce non è, come spiega Christine Siegert, musicologa ed esperta proprio di Beethoven, «la sinfonia che avrebbe scritto lui se non fosse morto», bensì una composizione nuova che cerca di sembrare opera sua. L’obiettivo è semplice: «Se qualcuno non riesce a distingere una composizione fatta da lui da una fatta dalla macchina, allora ha funzionato».

L’operazione di completamento automatico, se così si può dire può anche sembrare bizzarra, ma è noto che in passato era un’attività più che comune. Il Requiem di Mozart, per capirsi, è stato completato dal suo allievo Sussmayr dopo la morte del maestro ed è accettato senza problemi dalle orchestre di tutto il mondo.

Le potenzialità di una macchina, in questo senso, sono ancora da esplorare. E l’unico problema è proprio questo: l’anno beethoveniano, segnato dai ritardi della pandemia, sta per finire e la Decima non è stata ancora pronta. Come per uno scherzo del destino, il completamento della sinfonia incompiuta del musicista tedesco è, si può dire, ancora incompiuto.

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