Nazionalisti di cartoneL’insopportabile ipocrisia grillina in politica estera

Le sceneggiate mediatiche di Roberto Fico e Luigi Di Maio dopo la Legion d’onore ad al-Sisi dimostrano che per i Cinquestelle i diritti umani contano solo quando è coinvolto un connazionale, come nel caso Regeni. Ma poi scompaiono quando c’è da stringere amicizie con l’autocrate di turno

Roberto Monaldo/LaPresse

Le Legion d’onore concessa al rais egiziano al-Sisi ha suscitato forti reazioni in Italia, dopo la denuncia del Presidente della Camera Fico, che ha accusato la Francia di avere di fatto pregiudicato gli sforzi italiani ed europei per portare alla sbarra gli ufficiali egiziani accusati dell’omicidio di Giulio Regeni. Molti tra i nostri connazionali che da oggi condividono l’onorificenza francese con al-Sisi hanno poi reagito, comprensibilmente imbarazzati, alla mossa del presidente francese Emmanuel Macron.

Probabilmente si sopravvaluta la rilevanza della liturgia diplomatica nelle relazioni sporche tra Paesi connessi o divisi da forti interessi economici e strategici e dunque anche il peso reale di un titolo onorifico, per quello che è un interlocutore non solo francese, ma anche italiano, nell’esplosivo scenario mediterraneo e mediorientale.

Le sponde offerte da Roma al regime di Gheddafi, ad esempio, erano ben più significative degli alloggiamenti beduini nei parchi romani che venivano allestiti da Berlusconi nelle visite di Stato del Colonnello in Italia.

D’altra parte in un’opinione pubblica avvezza, almeno in parte, a considerare i diritti umani un principio non negoziabile, è inevitabile e salutare che si diffonda un senso di rivolta e indignazione per l’omaggio reso da un Paese europeo a un autocrate accusato di coprire l’assassinio politico di un cittadino italiano.

Non è invece altrettanto salutare che da parte di esponenti istituzionali e di governo – due a caso: Roberto Fico e Luigi Di Maio – la questione dei diritti umani nelle relazioni internazionali si risolva in una sorta di rivendicazione sovranista, rilevi solo quando a essere violati sono i diritti di un nostro connazionale e scompaia quando a finire nel mirino di Stati e regimi canaglia siano vittime senza passaporto tricolore.

Sulla Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 2020 è stato pubblicato il Decreto del Presidente della Repubblica con cui, su proposta del Ministro degli Affari Esteri, Di Maio il presidente Sergio Mattarella ha insignito dell’Onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia Mikhail Vladimirovich Mishustin, primo ministro della Federazione Russa, uno degli esponenti del regime putinano più esposti alle denunce e alle campagne anti-corruzione di Alexei Navalny.

Un mese dopo, Navalny è stato avvelenato con un agente nervino ed è scampato miracolosamente alla morte, anche grazie all’intervento di Angela Merkel che ne ha preteso e ottenuto, d’accordo con la famiglia, il trasferimento in Germania.

Non risulta che il cavalierato per Mishustin sia stato per questo revocato, né che Fico ne abbia chiesto l’abiura al Quirinale o abbia imputato a Di Maio una scelta tutt’altro che propizia, in una logica di difesa dei diritti umani e decisamente servile.

Pochissimi giornali hanno parlato del caso (Linkiesta sì), nessun partito politico, a parte Radicali italiani e Più Europa, hanno sollevato lo scandalo e il Governo non ha fornito nessuna spiegazione. E non che nella Russia putinana manchi un “nostro morto”.

C’è anche un italiano – il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, ucciso nel 2000, mentre indagava sulla guerra in Cecenia – nel lungo elenco dei giornalisti morti ammazzati da killer ignoti in Russia, dopo avere infastidito il Cremlino con la loro impertinente curiosità.

Oltre dunque a una passione per i diritti umani troppo variabile e occasionale per essere presa sul serio, la politica estera pentastellata si macchia di un’altra colpa inemendabile per quanti sono chiamati professionalmente a difendere gli interessi nazionali: quella di una retorica vacua e sentimentalistica, che presenta la commozione e il dolore esibito per le vittime come prova dell’impegno contro i loro carnefici. Non è evidentemente così.

L’Italia come la Francia ha nel regime egiziano un interlocutore obbligato e come la Francia traffica con al-Sisi sui dossier più sensibili, “sporchi” e quindi vitali (armi, energia, interessi strategici).

Anche questo è il mestiere del potere e da qui si dipanano i fili che consentono di raggiungere (o no) gli obiettivi che un governo responsabile si prefigge. Compresa l’estradizione e il processo degli ufficiali egiziani accusati dell’omicidio di Giulio Regeni. Non dalle sceneggiate mediatiche o dalle invocazioni para-giustizialiste, che nelle cancellerie del mondo non impressionano nessuno e non servono a niente, a maggiore ragione se a farsene interprete è un partito che, da Nicolás Maduro a Vladimir Putin a Xi Jinping, quanto a “cattive amicizie” non è secondo a nessuno.