Vicolo ciecoPerché il piano di ripresa del governo è un fallimento già prima di cominciare

La bozza presentata dal presidente del Consiglio è carente sia da un punto di vista organizzativo sia nel merito di ogni singolo contenuto: procedendo in questo modo l’Italia non farà molta strada. Basta fare un confronto con i documenti presentati da altri grandi Paesi europei per capirne il vuoto assoluto

AP/LaPresse

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), presentato in bozza dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 7 dicembre è deludente sotto moltissimi punti di vista. L’unico aspetto positivo è l’evidenza dell’assoluta incapacità gestionale e organizzativa, l’assenza di una visione chiara di come l’Italia possa davvero uscire dalla crisi. Dico aspetto positivo perché una tale evidenza dovrebbe naturalmente portare a escludere Conte e la sua accolita da ogni possibilità di governare il Paese.

Architettura organizzativa (come spendere)
La struttura 1-3-6-300 è semplicemente ridicola da un punto di vista gestionale, probabilmente anticostituzionale e denota una profonda ignoranza di elementari principi di gestione di organizzazioni complesse. In proposito basti leggere Luigi Sanlorenzo su Linkiesta che argomenta in modo esaustivo.

Ma ciò che è peggio è la toppa dopo il buco. Conte reagisce alle critiche dettagliate e veementi di Matteo Renzi in Senato dicendo che c’è un fraintendimento colossale e che basta, nella sostanza, togliere qualche potere ai sei manager et voilà tutto è a posto con qualche limatura Consiglio dei ministri alla volemose bene. Non è così.

Mancano completamente tutti gli aspetti chiave della gestione, a partire dai meccanismi operativi cioè la scelta delle modalità con le quali effettivamente controllare l’effettivo svolgersi del programma, e poi le responsabilità, la struttura di chi effettivamente progetta gli interventi, i parametri obiettivo, i tempi, le risorse coinvolte. Nel merito il piano è a mio avviso profondamente sbagliato, con errori marchiani e incongruenze notevoli.

Manca tutto.

L’unica cosa che c’è è il numero dei nominati, e la libertà assoluta di scegliere i nominati che è avocata a Conte stesso. Ed è evidente perché ci sia solo questo.

In primo luogo, perché non c’è capacità di gestione e leadership, né la voglia di entrare nel merito delle scelte. Il piano è una raccolta di desideri di ministri per lo più incompetenti. Poi perché scegliendo chi decide e dispone le uscite di cassa, in un concetto ottocentesco dell’organizzazione, si crede di potere comandare in modo assoluto.

Nell’ipotesi (ormai non realistica) in cui siffatto piano fosse approvato, qualsiasi buon manager si rifiuterebbe categoricamente di accettare l’incarico, mentre disoccupati in cerca di autore, bibitari, laureati in improbabili facoltà con nessuna prospettiva, o persone con nessuna esperienza gestionale sarebbero ben felici di avere ruolo e potere, sempre però ossequiando in modo assoluto chi li ha portati a tale responsabilità. L’ipotesi di coinvolgere manager di rilevo di aziende pubbliche è talmente sballata per gli evidenti colossali conflitti di interesse da non meritare nemmeno discussione, ma era ahimè la tesi iniziale del governo.

Visione di lungo termine della società (a che cosa miriamo)
La Commissione europea ha messo paletti abbastanza stringenti. Il 37% delle risorse va nella transizione verde e il 20% nella digitalizzazione. Questi sono titoli però. Lo svolgimento può essere drammaticamente diverso e il confronto con la Francia che è anni luce più avanti (ricordiamo che la partenza è stata data 6 mesi fa lo stesso giorno, noi con Conte abbiamo fatto nulla, in Francia, Portogallo e Grecia sono avanzatissimi e tra breve vedremo il piano Germania dettagliatissimo e teutonicamente organizzato in modo perfetto) è impietoso.

Ciò che differenzia la bozza italiana e France Relance è lo spirito sottostante. In Francia il governo si propone di agevolare, con una serie di iniziative estremamente dettagliate, a vario titolo i privati e le imprese a migliorare la loro competitività e la loro produttività. Il governo facilita, aiuta, riduce tasse o dà contributi ma il cuore del rilancio sono i privati siano essi singoli cittadini o le imprese.

In Italia l’80% della spesa è per… lo Stato stesso. Non a caso circa 88 miliardi sostituiscono capitoli di spesa già in essere, di fatto dimezzando la potenza di fuoco del piano stesso tanto sbandierato come una vittoria. È una differenza basilare, fondamentale nella visione dello Stato e del suo ruolo, che sta alla base della mancata crescita italiana negli ultimi 30 anni.

È la solita drammatica endemica presunzione che lo Stato sia in grado di disintermediare i privati (cittadini, imprese anche terzo settore) facendo meglio, convinzione assolutamente negata dalla storia, dall’evidenza anche italiana, da tutto. Ma ideologicamente presente nella cultura dei partiti che sono al governo.

Lo Stato imprenditore è un fallimento su tutta la linea. Senza se e senza ma. Ma il piano Conte ripropone questa ideologia in tutto e per tutto negando ai privati tutti la fiducia e la capacità di essere i veri attori della ripresa.

Il modello è lo stesso sperimentato con la fallimentare gestione Covid e la sua comunicazione. Il merito delle decisioni di chiusura è dello Stato, il demerito dei contagi è dei privati indisciplinati. Quindi si spende per rifare edifici scolastici e ospedali (sacrosanto, ma quanto serve davvero?), per la banda larga (giusto, ma quanto fa lo Stato e quanto i privati e come?), per una serie di infrastrutture (giusto ma quanto c’è di già finanziato solo da cantierare, prima di fare nuove iniziative?) e, perfino nell’unico grosso capitolo di spesa “delegato” ai privati (industria 4.0), si introducono una serie di iniziative di intermediazione dello Stato.

Un esempio specifico serve a chiarire il concetto. È chiaro a tutti che l’esportazione di beni industriali è una delle necessità di crescita del tessuto produttivo italiano. Siamo la seconda nazione esportatrice dopo la potente Germania in Europa. Bene, per favorire l’export si finanzia nel Pnrr la Simest, con cui la grandissima parte delle imprese non ha alcun rapporto, che ha dato soldi a qualcuno (in molti casi perdendoli perché ha finanziato imprese poi decotte e fallite) pur con costi di agenzia molto elevati.

Il capitolo di supporto all’export in Italia prende esattamente 5 righe (!!) a pagina 49 che dicono «rifinanziamento della Simest, digitalizzazione e internalizzazione ente fiere» e «rafforzamento patto per l’export».

France Relance ha sullo stesso tema 6 progetti specifici ciascuno con obiettivi, risorse e ammontare dei finanziamenti. In Francia vengono identificate misure precise (tra cui finanziamento crediti, 5mila euro l’anno per missioni commerciali all’estero a disposizione di ogni impresa, 50% del costo per fiere).

La differenza è chiara e netta. Da una parte si finanzia un intermediario statale che poi deciderà cosa e come fare in un numero ristretto di casi fortunati. Dall’altra si mettono soldi direttamente nelle tasche delle imprese, in modo capillare, profondo e diffuso. Saranno le imprese a decidere loro stesse dove e come spenderli nell’assunzione che gli imprenditori più capaci sapranno fare fruttare questi contributi.

Non a caso qualche commentatore in Italia ha detto che il piano francese è troppo spostato sulla competitività delle imprese e quindi la discussione ideologica è evidente.

Da una parte si pensa che lo Stato sia più capace dei privati di spendere e di allocare la spesa in modo più corretto (Italia). Dall’altra l’opposto (Francia).

Le due visioni sono legittime entrambe e la scelta è assolutamente politica, ma va fatta esplicitamente, preferibilmente guardando in passato quale dei due sistemi abbia prodotto risultati migliori. Resta da chiarire perché da una parte si invoca la task force e si giudicano i ministeri incapaci, e dall’altra si pensa che la task force o altri enti statali siano enormemente più efficienti nell’allocare risorse dei privati.

L’allocazione delle risorse (quanto spendere, per quale obiettivo)
Alcune rapide osservazioni di merito sull’allocazione delle risorse. La lista sarebbe lunghissima ma solo alcuni punti esemplificativi della qualità generale.

Come bene ha detto Renzi, 3 miliardi al turismo è semplicemente ridicolo. Manca uno zero alla fine della cifra e non esiste una visione concreta sul tema. Sempre la pagina 49 del piano, Conte dedica al turismo una menzione speciale di circa 5 righe (su 129 pagine) in cui si dice che le presenze sono crollate del 20% nel 2020.

Non si capisce a quali alberghi si riferisca perché a Roma, Venezia, Milano, Firenze se va bene gli alberghi hanno avuto un calo dell’80% non del 20%. Ma a parte questa menzione, la famigerata pagina 49 non dice nulla di nulla. Seguono 2 pagine sul patrimonio culturale italiano, e 3,1 miliardi allocati per realizzare, tra le altre cose, la «digitalizzazione del patrimonio culturale italiano» e «una scuola di formazione turistico professionale». Il turismo rappresenta il 12% circa del Pil italiano e le misure sono queste. Raccapricciante.

Nove miliardi alla Sanità è molto probabilmente insufficiente e non si capisce peraltro perché andare ad utilizzare 9 miliardi nella Sanità con il Pnrr quando ne esistono 36 sul Mes molto meno condizionati. Misteri dei Cinquestelle.

L’accenno al piano di miglioramento della digitalizzazione della pubblica amministrazione è velleitario e senza alcun contenuto concreto. Manca la scelta politica fondamentale (prevista dall’attuale ordinamento ma mai attuata per inettitudine politica) di misurare effettivamente la performance della pubblica amministrazione. Non viene fatto e continuerà a non essere fatto per le resistenze sindacali, politiche e sociali.

Mancano risorse quasi in toto, ad eccezione di un accenno a industria 4.0, per il miglioramento della produttività. Gli effetti di aumento produttività sono indiretti (infrastrutture) e quindi dilazionati molto in là nel tempo.

Manca totalmente il tema della crisi demografica, che è conclamata e fortissima.

Sulla parità di genere si prevede tra le altre cose di rafforzare l’Anpal (si presume sotto l’illuminata guida di Parisi in missione dal Mississippi), e di creare un sistema di “certificazione” nazionale della parità di genere (così avremo un altro gruppo di persone che genera burocrazia sul tema), nonché interventi sull’imprenditoria femminile, e diffusione della cultura di pari opportunità. Ma sono misure per nulla fondamentali per promuovere la parità di genere e per offrire opportunità di impiego vero al Sud, dove la partecipazione femminile al lavoro è 30 punti sotto la media europea.

Lo skill mismatch – cioè la totale mancanza di formazione sulle competenze critiche nei prossimi anni e l’eccesso di enfasi su competenze che non hanno vero mercato – è accennato in modo burocratico. Ci sono però 3,8 miliardi dedicati alla raccolta digitale con “sensoristica e analisi georeferenziata” di prodotti agricoli specie al Sud.

Ora vorrei un minuto di silenzio per confrontare 3,8 miliardi su questo tema e 3.1 miliardi per il turismo (senza peraltro citare alcuna misura specifica) più le attività culturali nel loro insieme. Hanno evidentemente lo stesso impatto in termini di crescita e sviluppo sostenibile del Paese.

In sintesi, l’allocazione delle risorse è molto criticabile e riflette una logica più populista-demagogica- a parole (tanto “verde”, tanto “digitale”, tante “agenzie”, tante “certificazioni”, ulteriore burocrazia statale) priva di riflessi concreti sulla crescita del paese nei fatti.

C’è quindi un enorme tema di merito e dipende proprio dal non avere coinvolto nella stesura del piano corpi intermedi, Comuni, Regioni, terzo settore. Non si tratta di una mera disattenzione ma, ancora una volta, è espressione di una volontà politica di volere accentrare il tutto, con risultati peraltro patetici e ampiamente migliorabili.

Se Conte avesse partorito da solo un eccellente documento ci sarebbe un problema di processo democratico, ma avremmo scoperto un dittatore illuminato e capace di dare una svolta al Paese. Ma se l’esito è un obbrobrio, oltre al problema di processo, c’è un enorme problema di competenze e di accentramento di potere in mani totalmente inopportune e quindi potenzialmente devastante.

Ciò che più preoccupa è la non consapevolezza di questo problema da parte di Conte: se chi detiene potere non è conscio dei propri (pesanti) limiti, il rischio dell’utilizzo del potere stesso al solo fine di mantenerlo nelle proprie mani nel tempo a discapito di tutti, è molto evidente, e dovrebbe esplicitamente essere proibito dal processo democratico.

Il Covid è stato un eccellente paravento finora per comportarsi esattamente in questo modo, vale a dire negare qualsiasi forma di controllo, verifica e discussione trincerandosi dietro l’emergenza. I risultati si sono ampiamente potuti toccare con mano. Il peggior numero di morti per abitante (oltre 1.000 per milione abitanti), il peggior calo dell’economia (-11% o qualcosa del genere), la più grande spesa dello Stato (aumento di 25% del rapporto debito/pil), il maggiore numero di giorni di scuola persi in tutta Europa (praticamente 8 mesi di scuola per i liceali) e, da ultimo, un decreto Natale surreale che blocca il movimento nei piccoli comuni senza alcuna vera ratio.

Siamo di fronte ai risultati palesemente peggiori in Europa, con distacco su ogni e qualsiasi parametro di controllo e alla pretesa, da parte di chi ha consuntivato tutto questo, di continuare a decidere da solo, peraltro continuando a sostenere che siamo i migliori, negando l’evidenza con una leggerezza e convinzione disarmanti e senza che i media ponessero l’accento sui numeri.

Il futuro del nostro Paese
Per me però l’aspetto più preoccupante di questo piano e di questa situazione quasi paradossale rimane la reiterata dimostrazione della volontà di NON affrontare il vero problema di fondo del nostro paese. Alcuni fatti:

– Noi avremo accumulato circa 3 trilioni di debito pubblico.

– Abbiamo la curva demografica peggiore d’Europa e il numero di figli per donna è drammaticamente basso. Le nuove generazioni saranno di 400mila italiani l’anno. Negli anni ‘60 erano vicini a 1 milione. Tra 10 anni tutti quelli nati tra il 1955 e il 1965 saranno in pensione, da mantenere con welfare pagato dalle tasse di quelli che lavoreranno allora (e sono pochi… perché sono già nati e li possiamo agevolmente contare).

– Il nostro sistema di welfare, sanità, istruzione dipende dalle entrate fiscali, che a loro volta dipendono dalla crescita e dalla produttività dei privati. Lo Stato raccoglie tasse e redistribuisce risorse, ma tali risorse dipendono unicamente dalle tasse e dallo sviluppo economico dei privati. In assenza di possibilità di debito (che dopo la sbornia Covid saranno inesistenti), lo sviluppo economico del paese è ad evidenza l’unico modo per difendere la socialità così come noi la conosciamo oggi.

– La possibilità di garantire mobilità sociale in questo sistema bloccato e corporativo è minima. Senza mobilità sociale non esistono possibilità di sviluppo concrete e possibili.

Tutte queste affermazioni sono vere e incontestabili, perché fattuali e definite dal censimento della popolazione, dal debito e dalla struttura delle entrate e spese dello Stato con documenti facilmente consultabili presso Istat (ente che peraltro non è stato minimamente coinvolto nonostante sollecitazioni del Presidente sulla gestione del data-base Covid che risulta carente e evidentemente gestito in modo verticistico e non trasparente).

Se non si recupera rapidamente una dimensione di consapevolezza, e quindi di stato di necessità per un’azione molto rapida e concreta, non esiste possibilità alcuna tra 10 anni che il nostro Paese sia in equilibrio.

Questa consapevolezza deve essere l’imperativo dello sviluppo e della produttività dei privati, perché solo dai privati possono venire le risorse per non soccombere. Tutta la costruzione dello Stato come noi la conosciamo dipende dalla capacità dei privati (in futuro pochi ahimè) di generare ricchezza e tasse per sostenere la spesa e, parallelamente, dalla capacità di efficientare la spesa improduttiva perché comunque mancheranno risorse, anzi mancherà un’enormità di risorse rispetto agli ultimi 10 anni e anche rispetto ai prossimi 3 anni che godranno (per così dire) dell’ultima sbornia di debito Covid, Pnrr, Mes e i tassi di interesse a zero.

Non succederà mai più per più di una generazione, per decenni di avere risorse disponibili come quelle del Pnrr.

Nel 2021, l’anno della ripresa non il tragico 2020, arriveremo realisticamente a un livello del Pil in termini reali pari al 1998. Una generazione persa, senza appello, e con un confronto tragico rispetto agli altri paesi europei che hanno registrato crescite tra il 20% e il 35% superiori. In compenso avremo aumentato il debito pubblico sempre in termini reali e quindi senza inflazione da 1800 miliardi nel 1998 a 3000 miliardi nel 2024, con un Pil molto simile.

Io non vedo minimamente né nel governo di oggi, né nel dibattito politico la consapevolezza dell’urgenza assoluta di misure volte al recupero della produttività delle imprese, all’efficientamento della pubblica amministrazione, alla imprescindibile necessità di tornare dopo oltre 30 anni di stagnazione e debito crescente a uno sviluppo del paese solido e sostenibile.

Poiché invece faccio l’unica cosa per cui sono stato molto bene educato, cioè i conti, sono drammaticamente preoccupato, perché i miei conti mi dicono senza appello che se non ci muoviamo subito, con massima efficacia, con visione chiara dei gap da chiudere e delle sfide da superare non avremo alcuna speranza di successo.

Leggendo il documento presentato da Conte, per tutti i motivi esposti, penso che non ci stiamo per nulla muovendo. E i pochi passi che stiamo facendo sono nella direzione diametralmente opposta a quanto necessario.

Le conseguenze sulla vita di mio nipote che nascerà tra 5 mesi sono evidenti, pessime e purtroppo senza alcun dubbio interpretativo. Potrà forse come i suoi genitori continuare a vivere a Londra come emigrato della conoscenza qualificata per la totale mancanza di opportunità di lavoro in Italia; forse vivrà anche bene e felicemente a Londra o a Berlino o a Parigi, ma se non fosse una sua libera scelta ma solo una necessità come è stato ad oggi per circa 100 mila emigrati giovani italiani ad elevata qualificazione, sarebbe la peggiore sconfitta possibile per la mia generazione. Una sconfitta davvero pesante e intollerabile.

Quindi bisogna cambiare e alla svelta. La finestra di opportunità si sta per chiudere, ammesso che non sia già chiusa.

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