Apprendisti stregoniUna lista Conte sarebbe un suicidio politico per il Pd, ma il Pd sembra non capirlo

Per molti democratici, Bettini su tutti, il premier potrebbe drenare voti a destra, secondo quel ruolo di esterno indipendente che avevano avuto Prodi e Monti prima di lui. Ma in realtà da quelle parti l’attuale presidente del Consiglio non prenderebbe un voto. Anzi, un suo partito sarebbe solo la certificazione dello smarrimento generale della sinistra

Morte di Socrate - Jacques-Louis David/Wikipedia

Una tattica tradizionale dei comunisti consisteva nel ripararsi dietro figure indipendenti, esterne, non di partito, avendo sempre ritenuto che l’esposizione in prima persona sarebbe stata controproducente. Erano i tempi nemmeno tanto lontani in cui si diceva che un esponente di partito avrebbe spaventato i moderati. Solo con la fondazione del Partito democratico – che infatti è nato proprio per superare questa anomalia – il leader del partito era il candidato a guidare il governo.

Così, quando si trattò di buttar giù Silvio Berlusconi, il Pds pensò al liberale Lamberto Dini, e poi, per sfidarlo alle elezioni, chiamò (assieme al Partito popolare) Romano Prodi, un cattolico democratico: «Professore, noi le conferiamo la nostra forza», disse Massimo D’Alema.

Dopo il secondo naufragio del Cavaliere, il Pd guardò al professore col loden, Mario Monti. E infine dopo il Papeete confermarono Giuseppe Conte.

La storia racconta che ogni volta quegli esterni scesero poi in campo (solo Prodi non direttamente anche se l’Asinello era creatura sua), e con alterne fortune. Non è vero che furono sempre dei flop: certo Rinnovamento Italiano di Dini non funzionò granché ma i Democratici di Parisi – l’Asinello – ebbero un notevole successo (7,7 per cento alle Europee del 1999), in aperta polemica con il Partito democratico della sinistra; e lo stesso 9 per cento di Scelta Civica di Monti non era certo da buttar via.

Ora si discute su quanto possa valere una lista Conte. Ognuno fa le sue previsioni, che contano relativamente. Il punto meritevole di riflessione riguarda però il grande paradosso del Partito democratico: aver elevato una personalità tecnica, espressione di nessuna cultura politica, a leader indiscusso, addirittura incensato come «un gigante» (cit. Bettini), indicato come punto di riferimento dei progressisti italiani (cit. Zingaretti), salvo poi scoprire che egli sarebbe un concorrente capace di portar via non pochi consensi al suo sponsor.

Nello schema dei postcomunisti, i moderati Prodi, Dini e Monti avrebbero dovuto pescare di là, cioè a destra. L’errore di analisi di Goffredo Bettini, che ha rilanciato l’ipotesi di un partito contiano in un cartello con Partito democratico, Movimento cinque stelle e Liberi e uguali, consiste proprio nel non comprendere che Giuseppe Conte a destra non prenderebbe un voto: e questo perché quell’elettorato lo odia, considerandolo un traditore che ha (ri)portato la sinistra al governo; e che quindi quel 10 per cento che gli attribuiscono certi sondaggi verrebbe tutto dal Partito democratico e dai Cinquestelle, con il bel risultato di compiere un’operazione a somma zero e anzi autolesionista. Un capolavoro da apprendista stregone.

D’altra parte, ripercorrendo la biografia politica di Bettini, la ricerca di un esterno ben controllabile dal Partito è una costante, alcune volte azzeccata come nel caso della candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma nel 1993 contro l’allora capo del Movimento sociale Gianfranco Fini, una disfida dell’assoluto valore storico.

Molti anni dopo, la sua predilezione per Ignazio Marino muoveva dalla stessa ispirazione. Ma pochi ricordano che qualche anno prima – Berlusconi in auge – Bettini ipotizzò una leadership del centrosinistra di Luca di Montezemolo e per qualche tempo persino di Pierferdinando Casini. E la stessa infatuazione per Renzi avvenne sotto il medesimo segno culturale: quel giovane dinamico e anticomunista tornava certamente utile dopo la crisi della Ditta, almeno fino a quando Bettini (e certo non solo lui) si rese conto che il nuovo segretario non solo stava seppellendo i rimasugli di quella stessa Ditta ma si sottraeva a qualunque tipo di tutela.

È pur vero che molti dirigenti e parecchi elettori del Partito democratico, stante una mutazione genetica o meglio psicologica che prima o poi andrà analizzata, considerano Giuseppe Conte uno dei loro. Quasi un compagno. È un clamoroso abbaglio. Perché la “cultura” – ci vogliono le virgolette – del contismo ha ben poco di progressivo.

Un suo eventuale partito sarebbe piuttosto il riferimento di nuovi e vecchi notabilati con una spruzzata di tecnocrazia statalista e parassitaria, un soggetto a metà fra Giovanni Giolitti e Antonio Salandra – foggiano anch’egli – fors’anche non insensibile a forme di centralismo-autoritarismo (la guerra sui Servizi segreti da questo punto di vista è inquietante), un partito post-politico né socialista né liberale né cristiano sociale né niente, fondamentalmente estraneo alla pratica di una democrazia di massa e freddo sulle grandi battaglie civili e ideali.

In che cosa una roba simile possa aiutare la sinistra non è davvero facile da capire, nemmeno con la lente delle alchimie di palazzo. L’ultimo scambio di lucciole con lanterne, la certificazione di uno smarrimento epocale.

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