Lei non sa chi sono ioLo strano caso della dottoressa Biden e del signor Ferragni

Mentre in America si accapigliano sulla moglie del presidente eletto che, pur non essendo medico, pretende il titolo di studio davanti al cognome (peraltro di suo marito), con i complimenti per l’Ambrogino alla coppia di influencer italiani noi registriamo che l’egemonia nel dibattito culturale è sempre di Silvio Berlusconi

Dall'account Instagram @chiaraferragni

Ancora una volta, l’egemonia nel dibattito culturale è di Silvio Berlusconi. 

Che, quando ha comunicato al mondo d’aver chiamato la Ferragni e il marito per complimentarsi per l’Ambrogino, l’ha citata chiamandola «la dottoressa Ferragni», e dividendo subito la platea femminile in due. 

Quelle, ancelle del patriarcato e pure un po’ fasciste, cui pareva di ricordarsi che la Ferragni avesse lasciato l’università senza laurearsi (come i migliori, da Zuckerberg a me), e comunque non fosse iscritta a medicina; e quelle che esultavano, perché è così che si valorizzano le donne: chiamandole comunque “dottoressa”. 

I soloinItaliaisti, coloro che scambiano qualsivoglia fenomeno che riguardi la natura umana per carattere nazionale, e sospirano di tutto «solo in Italia», avrebbero potuto commentare che solo in Italia c’è questo feticismo del titolo di studio, solo qui ci teniamo tanto al vocativo che faccia vedere subito che hanno speso per farci studiare, solo qui, in questo paese in cui chiunque può prendere tutti 30 senza aver mai imparato ad apostrofare gli imperativi, pretendiamo il «dotto’» non solo dai parcheggiatori ma dall’universo mondo. 

Avrebbero potuto, e avrebbero sbagliato. 

Perché sabato c’è stato il caso Jill Biden. La dottoressa Jill Biden, come si fa chiamare in ogni dove, dal suo account di Twitter in su, e già così vengono in mente possibili barzellette: un passeggero si sente male in aereo, il pilota chiede se ci sia un dottore a bordo, Jill Biden dice «io! io!», e poi si scopre che è dottore in Lettere. 

D’altra parte conosco laureati in filosofia che si fanno scrivere nelle biografie «filosofo» senza che scappi loro da ridere, perché una dottoressa in Lettere (e in Pedagogia: ben due lauree, e un dottorato, sempre in Pedagogia) non dovrebbe farsi chiamare dottoressa? Ognuno rimedia alle proprie insicurezze come può, diamine. 

Insomma sabato un editorialista scrive sul Wall Street Journal un articolo intitolato «C’è un dottore alla Casa Bianca? Non se ti serve un medico». In esso argomenta che il titolo di dottoressa è nel caso di Jill Biden «una frode, per non dire un tantino comico» (avrà pensato anche lui alla stessa barzelletta). 

Il tizio dice delle cose dolorosamente ovvie: che “dottore” bisognerebbe usarlo per i medici (lui usa la metonimia «dottore è uno che fa nascere un bambino», e questo dettaglio si dimostrerà un gancio polemico imprevisto); che un dottorato di ricerca era una cosa prestigiosa, finché non è diventato troppo facile conseguirne uno; che la gente tende a chiamarti “dottore” in segno di rispetto anche quando non lo sei. 

Ogni volta che qualcuno mi chiama “dottoressa”, rispondo «non sono medico». Questo causa alcune reazioni che negli anni ho imparato a conoscere. La prima è d’impermalimento: quale vertiginosa maleducazione ti spinge, cara la mia ingrata non dottoressa, a rifiutare il vocativo reverenziale che ti rivolgo? La seconda è di smarrimento: e ora come la chiamo? In genere a quel punto l’interlocutore opta per “signorina”, essendo evidentemente convinto che se non sei medico allora sei la babysitter dei suoi figli. 

Il tizio che aveva scritto cose ovvie sul Wall Street Journal è stato crocifisso per tutto il weekend. L’accusa più lieve è “misoginia”. Che, oltre a non capirsi cosa c’entri (non è che se un maschio si fa chiamare “dottore” senza essere medico la cosa sia meno ridicola), veniva argomentata con l’abituale schizofrenia che ci fa essere femministe solo con quelle che ci piacciono. 

Ah certo, scrivevano le indignate sotto ai tweet indignati d’un po’ tutti, dai deputati ai direttori di giornale: preferivate lei. Con annesse foto ignude di Melania Knauss, poi coniugata Trump, da giovane. 

Difficile, e forse causa di ulteriori crocifissioni per cui una neanche ci prova, spiegare alle turniste dell’indignazione del weekend che, per decorare l’albero di Natale della Casa Bianca (una delle principali mansioni della moglie del Presidente), una carriera di modella serve quanto una d’insegnante di Lettere: a nulla. Non è un ruolo che richieda qualifiche. 

Ma questo non si può dire senza essere accusati di tradimento dei valori democratici, il che se ci pensate è ben strano. Chiedere di non criticare il partito democratico finché erano avversari elettorali di Trump aveva una sua logica, scema ma ce l’aveva: prima vincere, poi cavillare. 

Ma come mai anche adesso, adesso che Biden è presidente per tutti tranne che per l’account Twitter di Donald Trump, quella parte politica viene percepita così fragile che la minima critica – il millantare un titolo quale “dottoressa” – viene percepita come un attentato alla Costituzione? 

(Poi ci sarebbe anche da chiedersi come mai le donne siano percepite così fragili che se dici a un uomo «smettila di mitomaneggiare titoli di studio» fai una critica costruttiva, ma se lo dici a una donna sei sessista. Ma teniamoci la domanda per una prossima volta: non mancherà occasione). 

«Deliver» in inglese si usa sia per la partoriente che per il medico o l’ostetrica: che tu sia donna incinta o professionista che la assiste, comunque hai delivered a baby. Quindi sabato c’era tutta una linea di confutazione, la più interessante esponente della quale era la direttrice dell’edizione americana di Vanity Fair, riassumibile in «ho partorito, quindi dovete chiamarmi dottoressa». La dialettica delle scuole medie. 

Uno dei tweet indignati – d’un giornalista del New York Times – raccontava che la madre, a «preferisce signora o signorina?», rispondeva «dottoressa» (sarà stata laureata in Lettere anche lei). Sotto, tra le risposte vittimiste, ce n’era una che mi ha illuminato. Una donna rievocava «tutte le volte che durante un viaggio di lavoro gli uomini che si imbarcavano in aereo assieme a me mi chiedevano di appendergli il cappotto». Cioè: se sei donna danno per scontato che tu sia hostess, è un pregiudizio, una discriminazione riservata alle donne, quelle tapine che neanche possono farsi chiamare dottoressa a casaccio. 

Non distraiamoci a contestare la credibilità di scambiare per hostess una tizia che suppongo non sarà in divisa e avrà una borsa. Se la scena vi sembra familiare, è perché è una scena nota, a sessi invertiti. 

Nel 1936 Edoardo VIII abdicò. Lasciava il trono inglese perché era innamorato d’una pluridivorziata, e intendeva sposarla. L’aveva conosciuta cinque anni prima, e la leggenda dice che lei l’avesse conquistato perché, arrivata a una cena, gli aveva messo in braccio il cappotto, convinta fosse un maggiordomo. Il solito pregiudizio che pratichiamo nei confronti dei Re, categoria fragile oggetto d’inaccettabili discriminazioni. 

(E comunque Wallis si chiamava Warfield: Simpson era il nome del secondo marito. Anche Jill si chiamerebbe Jacobs, mica Biden. Ma concentriamoci pure sui titoli di studio immaginari, invece che sull’abitudine a chiamare le donne, nei paesi angloamericani, col cognome del marito. Neanche fossero mogli di emiri. Meno male che la Ferragni non ha sposato un politico americano, sennò le toccava rinunciare a quel marchio che è il suo cognome). 

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

I taccuini de LinkiestaTutti i risultati del governo Conte nella lotta alla pandemia e per il rilancio dell’economia

Un volume che si scrive da solo, centottanta pagine che lasciano senza parole, una storia tutta da riscrivere.

Preordina subito qui, a 9 Euro comprese le spese postali.

Il nuovo progetto dei Taccuini de Linkiesta che si aggiungono al Magazine, al Paper, a K, ad Europea, a Gastronomika, a Greenkiesta.

 

9 a copia