Mammina caraSe avessi potuto avere quei mille miliardi di cui si parlava a casa mia

Un’infanzia vissuta con la convinzione manuelsoncinista che per un puro caso, e per l’indissolubilità del matrimonio, la scrivente non abbia avuto una vita da super ricca. Ma, poi, arrivata la legge sul divorzio, lo spasimante industriale di mia madre ha lasciato la moglie e si è sposato un’altra, probabilmente perché non gli avrebbe sperperato il patrimonio in tre quarti d’ora

alice-pasqual, Unsplash

Potevo essere ricca. Potevo nascere con dei patrimoni, anche se probabilmente non delle quantità mitomaneggiate in casa. E invece, la legge arrivò tardi. 

Mia madre, diceva la nostra leggenda privata, aveva avuto un corteggiatore. Un industriale. Più vecchio di lei, e sposato. 

Poiché passava la vita a rimpiangerlo, ogni tanto mio padre sbottava: perché non si era presa lui. 

Perché lui probabilmente non l’aveva mai voluta, essendo lei attendibile nei suoi resoconti come Cuticchia Cesare detto Manuel Fantoni – ma questo, quand’ero piccola, non lo sapevo. Magari lo intuivo, ma non sapevo rinfacciarlo. 

Quindi, per tutta l’infanzia vissi in questa convinzione: che sarei potuta essere ricca. Nascere dall’industriale, invece che da un dottorino qualunque. 

(Ora qualcuno mi spiegherà che con un dna diverso non sarei mica stata io. Siete gente senza poesia, voialtri). 

A un certo punto l’industriale vendette le industrie. Per, diceva mia madre, mille miliardi (di lire, ma comunque un’enormità). Quei mille miliardi venivano ripetuti in casa col tono che doveva avere il signor Bonaventura con l’assegno da un milione. 

Ero una bambina romantica, ma negli occhi a cuore le pupille avevano forme di dobloni. Mamma, mormora la piccina, certo che ti potevi prendere il miliardario invece che quello sfigato che mi hai dato per padre. 

Finché mia madre confessò: eh, ma non c’era il divorzio. Mica potevo fare l’amante. (Era una donna di paese, doveva essere la signora qualcosa nei discorsi delle comari. Ero troppo piccola per obiettare che poteva sposarsi mio padre e prendersi l’industriale come amante, farsi intestare delle cose, dei patrimoni, dei latifondi, delle linee di produzione: ero una bambina senza senso pratico). 

Ero troppo piccola anche per sapere che, per far sposare Rossellini e la Bergman, Marcella de Marchis era andata in Svizzera a divorziare da lui. Evidentemente l’industriale non spasimava per fare di mia madre una donna onesta (come dargli torto). 

L’industriale era più vecchio e quindi dal suo matrimonio era nato un figlio una ventina d’anni prima che nascessi io. Sapete bene come funziona il relativismo anagrafico: quando sei adulta vent’anni di differenza ti rendono praticamente coetanea, ma quando sei piccina vent’anni sono un divario incolmabile. Incolmabile ma non per un’arrampicatrice sociale. 

Venni mandata per tutte le scuole medie a sospirare a bordo campo mentre il figlio trentenne dell’industriale giocava a tennis. Chissà cos’avrà pensato, povero ragazzo: forse questa bambina ha bisogno d’un babysitter, forse vuole farci da raccattapalle in cambio d’una mancia. 

Il figlio dell’industriale fu uno dei molti infruttuosi tentativi di sistemare almeno la figlia, visto che la madre non era riuscita a sistemarsi. Chissà cosa si diceva, nelle case dei ricchi bolognesi. Fai andare a letto i ragazzi, stasera viene a cena quella che vuole accasare la figlia che ancora va a scuola col grembiule e lei già le fa sfogliare le riviste di abiti da sposa. Che peccato che da bambini non si prendano appunti sulle goffaggini relazionali dei propri genitori, quanta commedia all’italiana sprecata. 

La legge che permetteva il divorzio, per le italiane i cui mariti non avevano ingravidato star del cinema, arrivò il primo dicembre 1970. Quando i miei erano sposati da sei mesi. Non ero ancora nata, ed è un peccato: quella dello smacco della legalizzazione del divorzio un attimo dopo che tu ti sei arresa al matrimonio di ripiego dev’essere stata una bellissima scena cui assistere. 

Dopo un bel po’ di anni, a un certo punto l’industriale divorziò. E, ma che sorpresa, non venne a sottrarre mia madre al suo matrimonio di ripiego in groppa a un cavallo bianco (e non solo perché, alla sua età, sai che sciatica montare a cavallo). Macché: si sposò un’altra. 

Fu allora, decenni prima dei reality e delle troniste, anni prima che cominciassi a sfogliare Cosmopolitan e decenni prima che cominciassi a vivere dei proventi che mi fornivano quei deliziosi accumulatori di cliché che sono le riviste femminili, fu allora che sentii per la prima volta il consolatorio luogo comune «Ti ama ma ha paura dei suoi sentimenti, ti ama ma tu per lui sei troppo». Nella formulazione di mia madre, l’industriale s’era sposato con questa tizia perché «lei non lo spaventa». 

Ero troppo piccola per dire: ma quindi tutta questa menata del vostro essere stati divisi dal crudele destino dell’assenza di divorzio non era vera, per sposarsi con un’altra ha pur divorziato. Ero troppo piccola, e poi queste cose alle mamme non si dicono. È la prima regola filiale: rispettare il manuelfantonismo genitoriale, lasciare che gli adulti di casa si raccontino la vita come l’avrebbero voluta, mica com’è andata davvero. 

Ero troppo piccola per argomentare che un miliardario assennato non si sposa con una che quei mille miliardi li scialerebbe in tre quarti d’ora, certo che si era preso un’altra, probabilmente una che sapeva fare addizioni e sottrazioni: un uomo ha dei doveri nei confronti del proprio patrimonio. 

Ero troppo piccola, ma già abbastanza grande da sospirare di delusione: per i tre quarti d’ora prima che mia madre mandasse in bancarotta industrie e latifondi, avrei potuto vivere una vita da vera ricca.

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