Appartenere a ogni luogoNadia Terranova racconta le opere e i giorni di María Zambrano, la pensatrice spagnola in eterno esilio

Esce per la palermitana rueBallu “Non sono mai stata via. Vita in esilio di María Zambrano”, con illustrazioni di Pia Valentinis. Biografia poetica di un’intellettuale che ha attraversato il Novecento e conosciuto tutto il mondo

da Wikimedia Commons

Un stazione e una biblioteca. Può essere racchiusa in questi due simboli la vita di María Zambrano, filosofa, scrittrice e intellettuale spagnola del Novecento, che adesso raccontata da Nadia Terranova in “Non sono mai stata via. Vita in esilio di María Zambrano”, libro agile illustrato da Pia Valentinis pubblicato dalle edizioni palermitane rueBallu, nella collana per ragazzi Jeunesse Ottopiù.

Treni e libri, insomma, per indicare i viaggi e gli studi che segneranno la vita straordinaria di una delle maggiori pensatrici del secolo passato.

Nella grazia agile della penna di Terranova i viaggi si vedono già nei primi traslochi, fatti ancora bambina (il padre, professore di filosofia, sposterà la famiglia da Malaga e i suoi profumi di limone a Madrid), ai quali si accompagna la scoperta del ricordo e della nostalgia. Ma sono raccontati anche quelli che fa con il marito (un diplomatico) tra Cile e Cuba.

È la prima metà del secolo, la Spagna è allo stesso tempo una fucina di intellettuali dilaniata da guerre e nazionalismi. Anni violenti che porteranno all’ascesa del fascismo di Franco e l’instaurarsi della dittatura. María Zambrano, per quell’epoca, aveva già sviluppato una coscienza etico-politico e si batteva per la libertà.

Ma anche se la sua parte ne esce sconfitta, nel 1937 rientra comunque col marito in Spagna: «Perché tornare, proprio quando non c’è più speranza? “Proprio per quello” è la risposta di entrambi».

Non basta. «Non sempre il bene vince», spiega Terranova e aggiunge con dolcezza, «almeno non subito». A María Zambrano serviranno quasi 50 anni, a partire dal gennaio 1939, quando con la madre, la sorella e il cognato varca a piedi il confine lungo i Pirenei: alle spalle ha «un paese diventato autoritario e fascista, ostile e oppressivo, che sembra non avere più in nulla del clima di bellezza, cultura e libertà che si è sempre respirato in casa Zambrano» e davanti a sé un lunghissimo esilio. Prima a Parigi, ancora in Centramerica, Messico, Europa, Roma e Svizzera.

Decenni di studi, scrittura e riflessioni, problemi economici, incontri favolosi. Ma anche dolori, perdite e lutti. María rimane ottimista, continua ad abbandonarsi alla sua «nostalgia del futuro», sceglie di non rimanere prigioniera dei ricordi. Piuttosto lascia che siano, loro come ombre e fantasmi, a sorprenderla.

È guardando e riguardando al passato che si può disnascere: un «verbo inventato da lei stessa. Disnascere significa disfarsi dell’origine, della nascita, di un fatto accaduto che non possiamo più cambiare; disnascere è avere accesso al sogno e alla memoria, alla parte più autentica di noi. Di anno in anno non possiamo essere uguali, procediamo per accumulo di ricordi e presenze; la nostra vita è fatta di fantasmi, i ricordi si popolano, sulla terra nascono nuove creature».

È un lungo cammino di vita, che Nadia Terranova sceglie di raccontare con una poetica evocazione di fragranze e luci, colori e sapori. Nella vita di María Zambrano ci sono sere umide in riva al Tevere, e piante di lillà che fioriscono di nascosto. Tornano i limoni agri della Spagna meridionale, i dolci ai fichi secchi, il vino vecchio di cent’anni.

Alla fine, dopo molto tempo, il bene vince. Franco muore, il regime cambia. E María Zambrano potrà tornare in Spagna, anche se, nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni non l’aveva mai lasciata.

È il 1984 e alle sue spalle non ci sono i Pirenei ma mezzo secolo di peregrinazioni. «Il suo esilio è stato così lungo da coincidere con la sua stessa esistenza», ricorda. E «da anziana riceve continui omaggi alle sue numerose opere, ai suoi contributi filosofici, politici e teologici». Viene inaugurata una biblioteca a suo nome, le viene conferito (prima donna) il premio Cervantes. È un modo della Spagna «di scusarsi» e riconoscere la sua resistenza, la sua purezza.

Di lei resterà la storia, rimarranno le opere. E soprattutto la memoria che, come lei, «appartiene a ogni luogo». E ogni luogo le appartiene.