Come nasce un successo d’animazioneAlle origini dei cartoni animati Pixar, in una mostra spagnola

A Siviglia è stata inaugurata un’esposizione di disegni e modellini (originali) per raccontare il processo creativo di uno dei più importanti studios del mondo. Chi volesse visitarla senza violare restrizioni può aspettare: c’è tempo fino a marzo

da Free Photos Mepixels

«Cento disegni diversi, cento tentativi per arrivare al risultato finale», cioè l’aspetto definitivo del personaggio, del cartone animato, «che deve esprimere umanità e sentimento». È, come spiega Tony Fucile, il normale processo di lavoro della Pixar. Lui ha lavorato per la realizzazione di “Soul”, il lungometraggio che racconta la storia di un musicista jazz e della sua anima, previsto in uscita nell’estate 2020 ma rimandato, di mese in mese, fino a Natale (e solo su Disney+). Ma le sue opere sono esposte, da pochi giorni e fino a marzo, al CaixaForum di Siviglia, in Spagna, nell’ambito di una mostra (lì sono aperte) sulla casa di animazione americana, i suoi celebri personaggi e la storia della loro creazione.

L’esposizione, che prevede 130 disegni e 48 modellini dei protagonisti delle circa venti pellicole realizzate finora, insieme a filmati e guide, è un’immersione nel mondo dell’animazione e della creazione, un universo dalle proporzioni industrialii. «Il processo che porta a un film dura più o meno cinque anni, coinvolgendo almeno 300 professionisti», spiega la curatrice della mostra Brianne Moseley al País.

«Funziona così: il direttore porta l’idea iniziate della storia, basandosi su ispirazioni colte dal proprio ambiente, dalla famiglia. Perché è questa la chiave con cui collegarsi al pubblico dei bambini. Dopodiché circa una ventina di disegnatori comincia a fare abbozzi dei personaggi, che vengono modificati a seconda delle necessità del copione e della storia».

Nessuno nasce perfetto: Woody, il giocattolo sceriffo di “Toy Story”, per esempio, all’inizio era un bambolotto di legno, di quelli impiegati dai ventriloqui. Solo dopo ha assunto la più morbida consistenza della stoffa. Lo stesso vale per Buzz, l’altro protagonista della saga, che invece fu creato molto più umano e solo col tempo assume i tratti robotici che tutti conoscono. Solo i colori, verde e viola, rimangono dall’inizio (erano quelli preferiti dalla moglie del regista, John Lasseter).

L’unica eccezione a questa regola (c’è sempre un’eccezione) è Roz, la segretaria di Monsters and Co., identica da sempre, dal primo tratto di matita del suo inventore, Ricky Nierva (e lo racconta in un video della mostra).

Per assecondare la creatività degli artisti, nei primi momenti «ognuno utilizza la tecnica che preferisce, quella in cui si sente più a suo agio: possono essere i pastelli, l’acquarello, la matita. O anche il digitale. Nessuno di questi strumenti è mai uscito dai nostri studi», nonostante ormai le animazioni siano tutte digitali.

Un altro aspetto che viene affrontato è quello della storia. «È necessario mantenere livelli di lettura distinti, in modo da suscitare empatia negli spettatori di età distinte». Il bello della mostra è che, insieme agli spazi dedicati all’esposizione, comprende anche un ciclo di conferenze e incontri a tema dedicati all’animazione, che procede in parallelo a una serie di proiezioni: prima “Toy Story”, poi “Gli incredibili”, “Up” e “Inside Out”.

Chi fosse interessato non deve preoccuparsi per le restrizioni: ha tempo fino a fine marzo.

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