Il riassunto dell’annoPer raccontare il 2020 in tv ci voleva quello che s’è inventato Black Mirror

Charlie Booker, con Annabel Jones, torna su Netflix con “Morte al 2020”, un grande pezzo d’intrattenimento scritto e riscritto per quattro mesi che mescola attualità e finzione, aggiornato ogni volta che accadeva qualcosa di assurdo. Intanto i critici inglesi ci fanno sapere che non l’hanno apprezzato: gli farei vedere la tv italiana

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Non è difficile produrre un’ottima ora di tv riassuntiva di questo anno abbastanza crudele, se hai sotto contratto il più bravo del mondo.

Il più bravo del mondo si chiama Charlie Brooker, ed è quello che s’è inventato Black Mirror. Ha un anno più di me: ogni volta che ci penso mi metto a piangere, e per consolarmi mi dico che in realtà è un anno e mezzo, praticamente un’altra generazione.

Lui e la sua socia, Annabel Jones, a luglio hanno firmato un contratto con Netflix per fare altre cose oltre a Black Mirror, e la prima di queste altre cose è Morte al 2020, del quale per ragioni che trascendono la mia comprensione sulla versione italiana di Netflix c’è (per ora?) solo un trailer: che cosa sei una piattaforma mondiale a fare, se le cose non escono lo stesso giorno in tutto il mondo? (Staranno doppiando Samuel L. Jackson: cosa potrà mai andar storto).

Che sarebbe esistito Death to 2020 l’abbiamo scoperto per caso, Hugh Grant ha buttato lì che stava andando a girarlo durante una delle interviste che ha dato per promuovere The Undoing. (Di solito le cose di Brooker non vengono annunciate prima di uscire).

Come nei migliori pezzi d’intrattenimento delle nostre vite, in Death to 2020 fanno tutti schifo. Fa schifo l’anno, fanno schifo i veri materiali dei tg, ma fanno schifo anche i personaggi di fantasia che l’anno lo commentano.

Hugh Grant, appunto, che interpreta uno storico conservatore un po’ viscido che però dice grandi verità. Per esempio sul dibattito elettorale tra Trump e Biden: «73 milioni di americani guardano un dibattito intellettualmente stimolante quanto due piccioni che si litigano un pezzo di pane in un parcheggio»; o su come verrà raccontato dagli storici il tempo stupidissimo in cui viviamo: «I libri di storia su quest’epoca dovrà scriverli un cane, coi pastelli a cera».

Il giornalista interpretato da Samuel L. Jackson, anche lui portatore di grandi verità, quali la presenza di Greta Thurnberg a Davos come segno di quanto andava di moda solo pochi mesi fa fingere di preoccuparsi dell’ambiente, e la definizione di Davos come «una Coachella per miliardari».

E Lisa Kudrow, che fa una portavoce trumpiana che nega le cose che ha detto un secondo dopo averle dette, nega i comportamenti di Trump anche quando gliene fanno vedere i filmati, e, quando le dicono che forse Trump ha preso il virus perché era sempre senza mascherina, risponde come se il presidente uscente fosse una stuprata in minigonna: «Sta dicendo che se l’è cercata vestendosi così? Questa è colpevolizzazione della vittima, si vergogni».

Il mio personaggio preferito è però un «fornitore di contenuti» che da quando c’è il virus svolge in remoto tutte le sue attività, da quella di dj per feste gender neutral a quella di motivatore. Soprattutto, fa video su YouTube in cui dice che il mondo è finito e siamo rovinati e poi ci invita a mettere like. Nel 2020, il ragazzino senza mestiere ha guadagnato sedici milioni, e subito vengono in mente le influencer che, diversamente dai giornali patinati, hanno saputo immediatamente reinventarsi: sembra ieri che ci promuovevano Dior, e oggi ci promuovono i ravioli da supermercato.

C’è anche l’amministratore delegato d’una società della Silicon Valley che dice che sì, adesso ci vogliono sei mesi perché qualcuno che sta sui social si radicalizzi, ma stanno lavorando per ridurre il tempo d’esposizione necessario per provocare dei danni: vogliono portarlo a cinque minuti.

E c’è lo scienziato, disperato perché alla tv della scienza non interessa granché, che spiega com’è successo ’sto casino: «L’ipotesi è che un essere umano abbia avuto un rapporto sessuale con un pipistrello. Abbiamo provato a replicare l’esperimento in laboratorio, ma con scarso successo: il pipistrello continua a volare via».

I critici inglesi hanno scritto che Death to 2020 è una schifezza, che non è possibile avere sedici autori per poi uscirsene con battute sul fatto che Biden era già vecchio quando la regina Elisabetta venne incoronata o sul suo sembrare il bigliettaio d’un treno fantasma.

In effetti chi ha bisogno d’un programma scritto e riscritto per quattro mesi, che mescola l’attualità e la finzione, che definisce una qualche magagna di Trump «La quattrocentosettesima crisi più epocale della sua presidenza» e Suleimani «la Beyoncé della guardia rivoluzionaria islamica», che fa dire a uno dei suoi personaggi «di solito quando una bambina chiede aiuto è meglio ignorarla in caso sia una trappola: me l’ha detto Jeffrey Epstein», che fa fare a Hugh Grant la parte del rincoglionito che parla di quando i nemici arrivano a Westeros, e quando gli dicono «guardi che quello è Il trono di spade» si offende: «Qui lo storico sono io!».

Chi ne ha bisogno, che noia, che spreco, che fallimento. Gli farei vedere la tv italiana, gli farei.

Al cui proposito.

Death to 2020 finisce con la richiesta ai personaggi di leggere in anticipo alcuni commenti sul 2021 per l’edizione del documentario dell’anno prossimo. All’ultima frase che leggono manca il soggetto, acciocché possiamo sbizzarrirci con la fantasia. Il commento all’evento dell’anno che verrà è: «Tra i leader mondiali, era proprio l’ultimo da cui ci si sarebbe aspettati che, in diretta alla tv italiana, si ficcasse un uovo sodo su per il culo». Chissà chi è, e chissà in che programma accadrà. Speriamo che i critici siano generosi nel recensirlo.

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