Il medico dei numeriPer sfruttare le restrizioni dovremmo prima imparare a gestire i dati dei contagi, dice Paolo Spada

Il chirurgo vascolare dell’Humanitas Research Hospital di Milano da mesi cerca di spiegare l’andamento di questa pandemia, anche dalla seguitissima pagina Facebook “Pillole di Ottimismo”. Per lui il governo non comunica nel modo giusto, perché dà per scontato che le persone non capiscano

Claudio Furlan/LaPresse

«Una seconda ondata con numeri paragonabili alla prima se non altro in termini di impegno sanitario e per certi versi anche di mortalità. Il numero dei casi è meno paragonabile perché nella prima fase c’era una sottostima decisamente maggiore». È il momento di provare a fare qualche bilancio con dati, curve e razionalità alla mano.

Tocca ancora a Paolo Spada, il medico dei “numeri”, il chirurgo vascolare all’Humanitas Research Hospital di Milano che da mesi cerca di spiegare l’andamento di questa pandemia, anche dalla seguitissima pagina Facebook “Pillole di Ottimismo”, fondata da Guido Silvestri. Il punto di vista è sempre quello: andare al di là del fanatismo di una parte (“non c’è Covid & no mask”) e dell’altra (“chiudiamo tutto o moriremo tutti”).

E dunque, a che punto siamo adesso? «Siamo in discesa, ma quello che abbiamo verificato è che il flesso di questa curva è avvenuto piuttosto precocemente, molto prima di quello che mediaticamente è stato colto. Le nostre riflessioni le facciamo sull’andamento delle variazioni percentuali dei casi sui 7 giorni rispetto ai 7 giorni precedenti, che hanno cominciato a rallentare dopo la prima metà del mese di ottobre e sono arrivate ad azzerarsi, cioè al picco, circa un mese dopo. E questo dimostra che si sono opposte forze alla crescita in velocità dei contagi molto prima rispetto all’istituzione e alla visibilità degli effetti delle zone gialle, arancioni e rosse».

Quindi alcuni provvedimenti precedenti hanno avuto effetto, o forse è stato soprattutto il comportamento delle persone?
La prima reazione più efficace è da parte delle persone, è percepire che il pericolo aumenta, cioè che a parità di comportamenti una persona è più esposta nel momento in cui il virus circola di più. Questo non è sempre immediato da cogliere, però le persone mediamente l’hanno capito.

Questo andamento della curva ci può aiutare in futuro a capire cosa comunicare e cosa fare per evitare restrizioni maggiori?
Certamente, abbiamo bisogno di indicatori precoci, in modo da rilevare nuove risalite in tempo per rispondere con prontezza ed evitare che si inneschino vere e proprie ondate. Stiamo verificando che le variazioni percentuali su 7 giorni precedono di molto le stime dell’Rt, quindi sono molto preziose.

Allo stesso tempo non può ricadere tutto solo sulle spalle dei cittadini…
Non bisogna confondere i ragionamenti che si fanno sull’efficacia e sulla necessità di misure di tipo restrittivo sulle persone, con la responsabilità che hanno gli enti preposti e le autorità sanitarie di predisporre un piano di preparazione adeguato. Abbiamo sempre sostenuto, fin dai primi mesi dell’estate, che la preparazione alla seconda ondata dovesse essere fatta con grande scrupolo, invece siamo arrivati ad ottobre fondamentalmente con le stesse risorse umane che avevamo durante il periodo estivo, in termini di medici di medicina generale, personale deputato al tracciamento, personale delle famose Usca. Gli ospedali per fortuna hanno saputo reagire bene. Bisogna però ammettere per onestà intellettuale che anche nei paesi in cui questo è stato fatto, la perdita di controllo dell’epidemia è avvenuta ugualmente. Magari più lentamente, ma è avvenuta. Evidentemente le 3T (Tracciare, Testare, Trattare) non sono sufficienti in inverno a garantire il controllo della situazione, ecco perché poi si finisce a parlare di misure più restrittive.

Torna spesso questa accusa verso i cittadini, che poi diventa alibi per le istituzioni: la seconda ondata è colpa della troppa libertà di Ferragosto…
Questo lo respingo. Fino a settembre la nostra capacità di gestione di ogni genere di focolaio è stata encomiabile e l’abbiamo messa in atto meglio degli altri. Era prevedibile che ad agosto ci fosse un movimento di persone, e altrettanto prevedibile e anche legittimo secondo me che le persone si lasciassero anche un pochino più andare, specialmente in attività tutto sommato a basso impatto – attività all’aperto, andare in spiaggia… È vero che è cominciato in quel momento ad aumentare il numero di contagi, però è altrettanto vero che fino alla fine di settembre quel numero era decisamente gestibile. Ma la stagione autunnale e invernale muta quelle condizioni, e senza dover colpevolizzare il cittadino era di nuovo ampiamente prevedibile. Si deve e si poteva fare di più, eppure allo stesso tempo non basta.

Se anche Angela Merkel a un certo punto ha dovuto chiudere qualcosa, vuol dire che il virus ha una certa forza.
Questa seconda ondata ci ha mostrato al di là di ogni dubbio che al lavoro sul territorio sul tracciamento va comunque associato un certo grado di restrizione di alcune attività, perché altrimenti le occasioni di contatto sono comunque troppo numerose anche per il tracciamento. Restrizioni che vanno misurate nella loro efficacia e ricaduta socioeconomica, e mantenute le più limitate possibili, nel tempo, nello spazio, e per genere di attività. Nessuno è esente da risalite e perdite di controllo, che poi si può riacquisire, almeno in parte. Non bisogna cadere nel fatalismo.

Come ci possono aiutare i dati in futuro?
Sui dati i discorsi sono due ma vanno a braccetto. Da un lato lamentiamo la scarsa condivisone dei dati a disposizione, per cui la nostra analisi – e intendo quella di tutti i ricercatori che sarebbero liberi di fare approfondimenti – è un po’ viziata. Il secondo problema invece riguarda la gestione del dato da parte di chi informa il decisore politico. Il Ministero, la cabina di regia, l’Istituto Superiore di Sanità e il Cts hanno grosse difficoltà da mesi a gestire in modo omogeneo il flusso di dati delle singole regioni. La raccolta del dato è lenta, in gran parte manuale o con sistemi informativi diversi e non integrati, c’è credo anche una carenza di risorse umane. Se le informazioni che arrivano al decisore politico sono tardive, la risposta è lenta, si avrà un numero di casi decisamente maggiore e si dovranno poi utilizzare dei provvedimenti più impattanti sulla vita di tante persone.

In questi giorni il numero dei morti spaventa. Sappiamo però che il picco di quella curva arriva dopo gli altri, ed è l’ultimo a scendere. Ma come proteggere gli anziani?
Il paragone con gli altri Paesi europei fatto in questi giorni non rende giustizia all’Italia, essendo noi appunto al picco di incidenza, mentre altri hanno distribuito i decessi su più settimane nei mesi scorsi. Il numero di decessi per milione di abitanti dall’inizio dell’epidemia resta elevato (985), ma ancora inferiore a quello della Spagna (989) e comunque paragonabile a quello di Regno Unito (897) e Francia (842), che hanno tutti una percentuale inferiore di ultraottantenni nella popolazione (tra il 5% e il 6% circa, contro il 7,4% dell’Italia). La differenza è un po’ più marcata con altri Paesi che si sono organizzati meglio. L’Italia è leader mondiale nella percentuale di persone anziane, non deve sorprendere più di tanto questo picco di mortalità. Ma un conto sono i fenomeni naturali, altro è accettarli e non cercare di limitarli. Ci sono poi anche elementi legati alla nostra società che spiegano forse questa mancanza di protezione. Un’idea che mi sono fatto, citata da molti, è che in Italia le persone anziane siano molto integrate nella vita sociale e familiare, e quindi più esposte. Il secondo problema – è una mia sensazione anche rispetto alle tante persone che vedo in ospedale – è che spesso l’anziano arriva al ricovero non in condizioni ottimali e con scarse risorse non solo dal punto di vista sanitario, ma anche dal punto di vista culturale, economico, sociale. La capacità di proteggersi dipende anche dalla capacità di capire come farlo. Il nostro paese è rimasto un po’ indietro su tutti questi fronti, e anche a livello di comunicazione alle persone. La capacità di proteggere il cittadino non va intesa solo in termini di divieti, ma anche in termini di educazione e senso civico.

La comunicazione istituzionale e mediatica di questa pandemia resta uno dei nostri punti deboli.
Si dà un po’ per scontato che le persone non capiscano, e rinunciamo così a spiegare. E se a queste persone il messaggio non arriva allora non resta che vietare. Allo stesso tempo tutto questo diventa molto umiliante per chi invece le cose le capisce e saprebbe anche comportarsi in modo oculato.

Si parla già di possibile terza ondata.
Ho la sensazione che l’idea della terza ondata non sia del tutto calzante, perché presuppone che dopo la seconda ondata ci sia un momento in cui il livello di circolazione virale sia molto basso. Credo si abbasserà ancora, certo, ma non quanto ci si aspetta e ci si augura. La stagione invernale ci obbligherà ad avere a che fare con questo virus con un con una sorta di tiro alla fune, noi contro lui, in cui l’equilibrio si manterrà con una certa difficoltà, a forza di restrizioni che dovranno almeno in certa parte persistere, pena perdere l’equilibrio. La mia speranza è che avendo sperimentato questo tiro alla fune nella seconda ondata, ci sia un po’ più di esperienza e consapevolezza sulla forza e la rapidità che dobbiamo usare prima di perdere l’equilibrio, e poter così gestire la situazione con un impegno sanitario non massimale.

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