La Civiltà CattolicaNon si deve mescolare il piano religioso con quello politico, dice padre Spadaro

Il direttore della prestigiosa rivista dei gesuiti, molto cara ai Papi e in particolare a Francesco, racconta l’evoluzione di questo importante strumento di dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo, saluta con cautela e speranza l’elezione di Joe Biden e ribadisce che il conservatorismo non deve utilizzare la religione per i propri interessi

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Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel 6 aprile 1850, quando su iniziativa del gesuita Carlo Maria Curci ed esplicita richiesta di Pio IX usciva in Napoli il primo numero de La Civiltà Cattolica. Dal 1° ottobre 2011 ne è direttore il giornalista, teologo, critico letterario Antonio Spadaro. Il Papa, che sulle orme dei predecessori e più di loro sostiene la rivista, da più di sette anni è Francesco. L’uno e l’altro gesuiti, accomunati da un’intesa tale da fare del primo uno dei più stretti collaboratori e confidenti del secondo.

Padre Spadaro, La Civiltà Cattolica ha compiuto in questo 2020 170 anni. Negli ultimi decenni si è soprattutto imposta per la posizione di dialogo col mondo contemporaneo, marcando così una differenza con l’originario indirizzo apologetico e dannatorio dei “nemici” della Chiesa. Che valutazione dà della multiforme storia e attività della rivista?
Da direttore vedo La Civiltà Cattolica come un essere vivente. Ho sempre avuto di essa una visione biologica, certamente non statica. Se vogliamo, anche contradditoria: nei decenni la rivista è stata anche uno specchio dei tempi e delle sue ambiguità. Ci sono state pertanto delle posizioni assunte da La Civiltà Cattolica che oggi la rivista non condividerebbe affatto. Non sono infatti mancati momenti d’irrigidimento, momenti di non comprensione, che però considero parte della struttura di una rivista viva. Di una rivista immersa nelle contraddizioni del suo tempo, che a volte guarda con lucidità, a volte la perde, a volte diventa troppo uno specchio del pensiero del momento. Però nel tempo la rivista è stata sempre capace di fare autocritica e di dirigere la propria azione su quello che avveniva. Se la rivista è nata anche in opposizione all’Unità d’Italia, è parimenti vero che poi nel tempo si è caratterizzata per la sua azione d’estrema difesa dell’Italia unita. Nel tempo ci sono state anche posizioni antisemitiche ma è altrettanto vero che esse poi sono cambiate radicalmente. Di recente, per fare un esempio tra gli altri, c’è stata anche un’intervista al rabbino Skorka. Lo stesso discorso vale per Rosmini: all’inizio le posizioni sono state molto dure; adesso abbiamo pubblicato e continuiamo a pubblicare articoli e recensioni sulla sua opera valorizzandola. La nostra, per così dire, è una rivista impastata con la storia e questo mi affascina.

Il fondatore Carlo Maria Curci passò dalle intransigenti posizioni iniziali a un acceso antitemporalismo sì da essere espulso dalla Compagnia per poi esservi riammesso solo alcuni mesi prima della morte. Non crede che la sua esperienza sia paradigmatica del processo evolutivo della rivista?
Il padre Curci si è inizialmente mosso in linea con le posizioni papali contrarie all’Unità d’Italia e favorevoli al temporalismo. Quando poi il potere temporale della Chiesa è venuto a mancare con la presa di Roma nel 1870, Curci è stato molto realista: inutile per lui rimpiangere il passato, necessario, invece, prendere atto della nuova situazione e valutare come reagire nell’ottica dei cambiamenti storici. Una posizione saggia, che ha quasi prefigurato e di fatto caratterizzato la storia de La Civiltà Cattolica. La parabola di vita del padre Curci è dunque punto di riferimento per comprendere la storia della rivista.

In una prospettiva sempre più internazionale La Civiltà Cattolica ha avviato in maggio la versione in cinese. Cosa ha spinto a una tale novità editoriale?
L’interesse per la Cina è, possiamo dire così, nel dna dei gesuiti per la presenza di grandi figure come quella di Matteo Ricci, che per la Compagnia è un fondamentale esempio d’inculturazione ed enorme amore per le culture diverse, poco note, nelle quali poi ci si immerge. La versione cinese de La Civiltà Cattolica è per noi molto importante, perché questo è un momento molto delicato nei rapporti tra Cina e Santa Sede. Questi rapporti sono in essere da oltre 30 anni: avviati da Giovanni Paolo II e proseguiti da Benedetto XVI, con Papa Francesco si è arrivati a un punto di svolta. Si è infatti firmato un accordo provvisorio relativamente alla nomina dei vescovi. Si tratta di un accordo pastorale e non di tipo politico né diplomatico, che vuole risolvere la questione complessa dell’ordinazione dei vescovi. La conclusione è che in questo momento tutti i vescovi, che sono a capo di diocesi in Cina, sono in comunione con Roma. Un risultato molto importante, che però significa entrare in un processo di dialogo e di confronto in cui deve crescere la fiducia reciproca e la conoscenza. Civiltà Cattolica vuole svolgere umilmente questo compito di avvicinamento e di conoscenza reciproca perché è una rivista culturale. Quindi se in Cina sono presenti alcune testate cattoliche di news, il nostro contributo vuole essere quello di una formazione culturale ad ampio raggio per quello che riguarda i temi sia teologici sia d’interesse comune. Questo non significa assenza di difficoltà, ma volontà di avviare un dialogo proficuo. In quest’ottica rientra la nostra pubblicazione dei tre volumi sulla Cina, l’ultimo dei quali riguarda l’importante figura del vescovo gesuita di Shangai mons. Aloysius Jin Luxian, che ha accettato di ricevere l’ordinazione episcopale senza mandato pontificio ed è stato successivamente riconosciuto dalla Santa Sede. Egli ha contribuito enormemente alla crescita della diocesi di Shangai.

Non sono però mancate critiche a questo processo di dialogo. Pesanti, ad esempio, quelle del cardinale Joseph Zen Ze-kiun, che si è anche lamentato di non essere stato ricevuto dal Papa durante la sua recente permanenza a Roma…
Da parte del Papa c’è rispetto. Ma quella del cardinale Zen è una posizione molto angolata, probabilmente di non comprensione e non accettazione, e anzi di rifiuto radicale del processo che sta avvenendo, con accuse anche dirette di mancanza di fede rivolte al Segretario di Stato Pietro Parolin. Attacchi che appaiono fuori le righe e non consapevoli del dialogo che si sta instaurando in questo momento. La posizione del cardinale Zen non corrisponde pertanto al movimento di riconciliazione che sta avvenendo all’interno della Chiesa. Il Papa indubbiamente ascolta tutte le voci, per cui anche quest’episodio della mancata udienza è stato ampiamente esagerato nella narrazione da parte del porporato e di alcuni media.

A livello mondiale il 2020 è stato l’anno della pandemia: dovendo fare un bilancio, che cosa ha significato, secondo lei, il Covid-19 per la Chiesa?
È difficile fare bilanci adesso, perché credo che sia sempre necessaria una distanza temporale. Certamente mi colpisce che la Chiesa e anche il magistero del Papa sono diventati una cassa di risonanza e una sorta di camera d’elaborazione e sviluppo, quasi fotografico, degli eventi. Ad esempio, di fronte a quello che è avvenuto, il gesto fondamentale del Papa resta quello del 27 marzo, quando ha voluto pregare da solo in una piazza San Pietro di fatto senza persone ma in realtà con tutti noi dentro. Non c’è stato evento anche recente del pontificato che abbia raccolto tanta gente idealmente e spiritualmente come quello. In questo senso un Papa che vive il rapporto diretto e anche fisico con le persone è riuscito a connettersi profondamente con il vissuto delle persone isolandosi, cioè creando una situazione di vuoto e di silenzio. Per me una tale situazione resta paradigmatica: proprio essa ha generato l’enciclica Fratelli tutti, con cui Francesco ha voluto dare una visione diversa del mondo basata su una fraternità sostanzialmente dimenticata. La fraternità, per come la intende il Papa, è un passo ulteriore rispetto alla solidarietà, perché è il riconoscimento di una realtà fondamentale che va al di là di barriere di un mondo fratturato e diviso, che, paradossalmente grazie al virus, si è anche riscoperto unito. Se dovessi dunque dire qual è la parola chiave nella vita della Chiesa in quest’anno di pandemia indicherei sicuramente la fraternità. Parola che, ovviamente, non ha come orizzonte la Chiesa stessa ma la costruzione del Regno di Dio, in cui sono coinvolti non solo i cattolici ma tutti i credenti e gli uomini di buona volontà. È significativo al riguardo che il Papa abbia sviluppato la Fratelli tutti alla luce del rapporto con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib.

Eppure, proprio la menzione del Grande Imam di Al-Azhar ha suscitato critiche per le accuse di antisemitismo, fondamentalismo e misoginia che gravano sul leader sunnita…
In primo luogo, bisogna sempre considerare l’evoluzione del pensiero nel tempo. Al-Azhar è diventato, ad esempio, un luogo che si sta ponendo con forza il tema della cittadinanza all’interno del mondo islamico non più riferita, come fatto finora, esclusivamente alla religione. Cosa, questa, che è quanto mai innovativa. Che poi ci siano posizioni problematiche non lo si esclude affatto. Il senso del rapporto col Papa non è l’approvazione specifica di questa o quella posizione ma quanto l’elaborazione di un pensiero di fratellanza universale e unità delle religioni, quindi anche quella ebraica, che sta crescendo in tutto il mondo.

Il processo di dialogo e universale fratellanza promosso da Francesco continua a essere bersaglio del conservatorismo soprattutto d’area statunitense. Lei tre anni fa su Civiltà Cattolica ha scritto col protestante Marcelo Figueroa, direttore dell’edizione settimanale argentina de L’Osservatore Romano, un articolo dedicato al fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Crede che l’elezione di un cattolico democratico come Joe Biden possa segnare una battuta d’arresto o di rallentamento a quello che lei ha chiamato all’epoca ecumenismo dell’odio?
Distinguerei bene le cose: il pensiero cosiddetto conservatore, che c’è all’interno della Chiesa, è assolutamente legittimo e pienamente coerente col cattolicesimo vissuto. Il problema è quando il conservatorismo politico utilizza la religione per i propri interessi. Il problema non è dunque la posizione che un pastore può esprimere su determinati temi ecclesiali, ma il mescolamento che, a volte può esserci, del piano politico e di quello religioso, dando così a Cesare quello che è di Dio. L’uso dei simboli religiosi, quindi, per la propaganda politica. Nell’articolo citato abbiamo voluto denunciare a due voci, la mia e quella del presbiteriano Figueroa, il pericolo della confusione di queste due prospettive. Che è un rischio che soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo, effettivamente si corre. Questo anche a causa dello sviluppo delle teologie cosiddette della prosperità – oggetto di un altro nostro articolo pubblicato nel 2018 – che legano la fede in Cristo a un’oggettiva floridezza materiale, che dovrebbe conseguire chi crede. È evidente l’approccio strumentale di tipo economico, che è esattamente all’opposto del Vangelo. Si spera dunque che ci sia una purificazione di questa prospettiva negli Usa. L’elezione di Biden è un evento significativo, ma ovviamente bisognerà aspettare per poter trarre delle valutazioni che non siano affrettate e troppo superficiali. Quello che fa ben sperare è la volontà di unità con cui questa presidenza pare nasca. Indubbiamente da queste elezioni esce un’America spaccata in due: c’è bisogno di una riconciliazione nazionale, che richiederà tempo ed energie. Il fatto che Biden abbia affermato di voler essere il presidente di tutti gli americani fa ben sperare.

Su Biden non sono mancate critiche da parte di alcuni vescovi per le posizioni pro-choice e polemiche col neocardinale Gregory per aver annunciato che non negherà la Comunione al presidente nella sua diocesi di Washington. Che ne pensa?
Il pastore che ha la competenza per giudicare la posizione del presidente eletto Biden è l’arcivescovo di Washington, il cardinale Wilton Gregory. Mi affiderei al suo discernimento. Il cardinale ha affermato che il tipo di rapporto che cerca col presidente è quello di una conversazione, dove sarà possibile scoprire aree di cooperazione che riflettono gli insegnamenti della Chiesa, sapendo bene che ci sono alcune aree in cui non siamo d’accordo. Nel decidere quando collaborare e quando criticare, ha detto: «Spero di non mettere in evidenza l’uno rispetto all’altro», soprattutto sapendo che la difesa della vita va oltre all’aborto e riguarda tutta la vita dal concepimento alla morte. Aiuta noi a riflettere la vicenda di Giulio Andreotti, il quale nel maggio del 1978 da presidente del Consiglio appose con sofferenza il suo nome alla legge 194, che disciplinava per la prima volta in Italia l’interruzione volontaria della gravidanza, senza per questo incorrere in sanzioni canoniche.

Padre Spadaro, il 16 dicembre Netflix ha annunciato la produzione di una serie ispirata al suo libro «Sharing the Wisdom of Time», cui parteciperà con una testimonianza anche il Papa. Qual è stata la sua reazione?
Sicuramente di gioia e soddisfazione. L’importante è che il messaggio papale di dialogo fra le generazioni e di valorizzazione di anziane e anziani possa arrivare attraverso la serie a persone di ogni tipo. Da qui la mia contentezza. Anche perché quello di Francesco è sicuramente un messaggio in controtendenza soprattutto in tempi di Covid, in cui abbiamo assistito a una sorta di frattura fra giovani e anziani. In questo momento la serie televisiva è dunque un’occasione importante per ridare valore alle persone anziane, che hanno la capacità di comunicare saggezza e sapienza a coloro che crescono. Ed è proprio questo l’aspetto che più colpisce Francesco e l’ha convinto della bontà dell’operazione.