Verità alternativaLa piroetta di Conte per camuffare il suo antieuropeismo in europeismo ideale

Il discorso sul Mes del presidente del Consiglio è la fotografia delle ragioni che hanno fatto dell’Italia il Paese che ha sciupato tutte le occasioni offerte da Bruxelles negli ultimi vent’anni. I populisti al potere hanno da tempo avviato la costruzione di un sistema politico attorno all’Europa il cui presupposto è dipingerla come socialmente ingiusta e politicamente sbagliata

Angelo Carconi/LaPresse/POOL Ansa

Nel suo intervento alle camere mercoledì scorso il presidente del Consiglio ha annunciato la propria determinazione a lavorare affinché «la nuova Europa superi definitivamente l’approccio angusto dell’austerità e abbracci definitivamente la strada dello sviluppo sostenibile, dell’inclusione sociale, della transizione energetica, dell’innovazione digitale, per un’economia europea ancora più competitiva ed equa, in particolare sul versante dell’armonizzazione fiscale».

Ha poi aggiunto a proposito del Mes che l’Italia nell’ambito della «conferenza sul futuro dell’Unione Europea si farà promotrice di una proposta innovatrice, che porti a superare la sua natura di accordo intergovernativo, legato a un paradigma che ritengo ormai obsoleto rispetto alle sfide che abbiamo davanti».

Salutando poi il Next Generation EU, ha quindi aggiunto che «per la prima volta l’Unione europea si è fatta promotrice di politiche espansive, finanziate da strumenti di debito autenticamente europeo e orientate al raggiungimento di strategie condivise e obiettivi comuni».

Non manca niente, no? In poche righe Conte ha fatto un compendio delle “verità alternative” che in Italia sono diventate da tempo “verità di Stato” trasversali, unendo tutti, dall’estrema destra all’estrema sinistra – con un buco in mezzo, elettoralmente quasi irrilevante – in un antieuropeismo reale camuffato da europeismo ideale, che fa piovere dal cielo di Bruxelles la manna sulla terra dei Paesi membri.

Il succo del discorso del premier è stato poi sbrodolato in quindici pagine di risoluzione parlamentare enciclopedica in cui la maggioranza non ha trovato una posizione comune, ma le ha involtate tutte, con tutte le loro contraddizioni, in una pacchiana confezione regalo, che sulla riforma del Mes contiene, come spesso avviene in Italia, sia la promessa di un Sì (alla firma oggi) che la minaccia di un No (alla ratifica domani).

Le parole di Conte non sono però solo il compendio del libro dei sogni dell’Italia declinante. Sono soprattutto la fotografia delle ragioni che hanno fatto dell’Italia il Paese che negli ultimi vent’anni ha sciupato tutte le occasioni offerte dall’Ue e che ha avviato attorno al “processo all’Europa” (dell’austerità, del patto di stabilità, del mercato comune, dell’equilibrio di bilancio) la costruzione di un sistema politico coeso proprio attorno a questo valore (se così lo vogliamo chiamare) fondamentale.

Ma se fino al Covid il “processo” è rimasto oltre confine una querimonia inascoltata, con l’esplosione della pandemia le misure finanziarie straordinarie messe in campo dall’Unione europea sono state rivendute sul mercato politico domestico come la prova che l’Italia ha sempre avuto ragione e che l’Europa pre-Covid, in cui il presupposto della crescita era la stabilità finanziaria degli Stati e il non aggiramento delle regole del mercato comune, era un’Europa socialmente ingiusta e politicamente sbagliata.

Questa “verità alternativa” non è solo patrimonio dei populisti, ma anche dei democratici. Non lo dicono solo Conte e Di Maio; lo dice Zingaretti, lo dice Bersani e lo diceva fino a poco tempo fa anche Renzi. E dall’altra parte i sovranisti non si limitano a dirlo, ma lo gridano.

La verità (non “alternativa” e non “di Stato”, ma effettuale) è invece che il tanto salutato “cambio di paradigma” non renderà irrilevante nel futuro la sostenibilità del debito e l’equilibrio del bilancio pubblico. Altrettanto e implacabilmente vero è che la solidarietà europea è stata in passato e sarà in futuro un sostegno per migliorare l’efficienza economica degli Stati membri, non per supplire alla loro inefficienza. È proprio questo rigorismo a permettere agli europei, come ricorda sempre la signora Merkel, di godere del 50% delle risorse del welfare mondiale, pur essendo solo il 7% della popolazione e producendo il 25% del Pil mondiale.

L’oblio del debito dal discorso pubblico europeo terminerà appena gli effetti dei vaccini anti-Covid dispiegheranno i propri auspicabili effetti. Quando gli italiani malati di Covid saranno finalmente staccati dai respiratori che li tengono in vita, il bilancio pubblico italiano sarà staccato dai respiratori della BCE e i contributi e i finanziamenti del bilancio europeo torneranno a essere corrisposti secondo criteri di equità e non di emergenza. E lì il paradigma tornerà a essere quello virtuoso, che l’Italia ha imparato a maledire come una congiura dei potenti. E in quel momento tutti i nodi torneranno al pettine e del populismo europeista di Conte non sapremo cosa farcene.

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