Casa resterà di questi anniNon traslocherò mai più, e va benissimo così

Tra i diciotto e i trenta ho abitato in otto posti diversi, ma spostarsi adesso sarebbe diverso: tutti quei problemi che si presentano ogni volta oggi non potrei sopportarli. Adesso che la proprietaria rivuole l’immobile in cui abito posso seguire gli insegnamenti di Shirley Jackson in “Gli indiani vivono in tenda” e non sarà affatto facile

Pixabay

Tra i diciotto e i trent’anni ho traslocato otto volte. È stato relativamente facile: la prima volta avevo l’energia dei diciott’anni, neanche un mobile (da giovane sei pronta a qualunque estremismo, perfino vivere coi mobili altrui), ed erano pochissimi anni che compravo vestiti e libri.

A trenta avevo già una quantità vergognosa di libri e vestiti, ma anche di redditi: a chi ha trent’anni oggi risulterà incredibile, ma c’è stato un tempo in cui scrivendo si guadagnava molto bene. Insomma, davo le chiavi a dei professionisti, e quelli s’occupavano d’assemblare il mio disordine e spostarlo in un altro appartamento; di solito più grande, e pronto a ulteriori margini di disordinato accumulo.

Nessun trasloco è stato particolarmente traumatico, fino a quello dei trentacinque anni. A trentacinque anni dovevo spostare le mie carabattole da Roma a Milano. Ero provvisoriamente ricca, ma il traslocatore che mi mandò una stabilmente ricca signora milanese mi fece un preventivo che trovai comunque spaventoso.

Chiesi alla madre d’un’amica, era una collezionista d’arte e aveva appena traslocato la casa in cui aveva abitato quarant’anni: chi meglio di lei. Mi diede il numero della sua traslocatrice.

Quando si è temporaneamente ricchi si fanno un sacco di scemenze, scemenze che i continuativamente ricchi non fanno mai. La mia fu: pagare il trasloco anticipatamente. M’impacchettarono casa, io sarei partita per Los Angeles il giorno dopo, ci demmo appuntamento la settimana successiva, a Milano: io con le chiavi, loro coi mobili.

Passai un mese in una casa vuota, vestita d’estate a febbraio (in valigia avevo i vestiti di Los Angeles). Per fortuna non era un anno di miseria, almeno potevo senza grandi disturbi comprare un giorno un materasso, il giorno dopo un televisore, il tutto mentre chiamavo a vuoto la proprietaria della ditta di traslochi che, neanche m’avesse venduto la fontana di Trevi, aveva smesso di rispondermi.

Semplicemente, credo avesse deciso di non fare un viaggio a vuoto, e che m’avrebbe portato i mobili solo quando avesse poi avuto da fare un trasporto da Milano a Roma. Solo che non me lo disse mai, e io restai un mese senza sapere se si fosse rivenduta i miei costosi divani, e a pentirmi di quelle librerie di design: se ne avessi comprate Ikea, nessuna avrebbe mai potuto voler tenerle in ostaggio.

Non sono rancorosa: sono, di norma, troppo smemorata per esserlo. E infatti non ricordo il nome della traslocatrice. Ma, se qualcuno mi dicesse con convinzione «eccola, è lei», tredici anni dopo non esiterei a investirla sulle strisce.

Forse è stato allora, in quel mese di materasso per terra e raccomandazioni ai ristoranti perché nel mandarmi la cena a domicilio ci aggiungessero delle forchette di plastica, che ho deciso che non avrei traslocato mai più.

Potevo accumulare decine di migliaia di libri (che pesano, e quindi rendono i traslochi costosi), potevo non occuparmi di reperire traslocatori affidabili: sarei stata qui per sempre. Poi un giorno la proprietaria ha deciso che rivoleva la sua casa. Per ristrutturarla, venderla, o magari affittarla a cifre più congrue alla riqualificazione del quartiere (in dodici anni, m’avevano costruito intorno piazza Gae Aulenti e altre amenità: quando sono arrivata non c’era niente, quando sono arrivata era praticamente la via Gluck).

Poco dopo è arrivato il virus, rendendo il 2020 non l’anno ideale per andare a vedere appartamenti, organizzare traslochi, procurarsi traumi. Quindi sono ancora qui, che mi chiedo se abbia ragione quel mio amico che dice che i libri dovrei buttarli, tanto sono comunque ignorante come una capra, e vuoi mettere essere leggera come un’universitaria e chiamare un corteggiatore col furgone a noleggio per fare il trasloco? (Voi che siete di questo secolo: come funzionano i corteggiamenti? Su Tinder c’è una sezione «Mi serve aiuto col trasloco»?)

Poi è arrivata Shirley Jackson. Era già arrivata nella prima metà del Novecento, per la verità, ma “Gli indiani vivono in tenda” è stato pubblicato solo adesso (da Adelphi, nella favolosa raccolta “La luna di miele di Mrs. Smith”).

È un epistolario che racconta un domino.

Allan vive a casa di Marian, che però non ha ancora portato via le proprie cose, e quindi lui ha l’armadio pieno di vestaglie di seta e non sa come spiegarlo a sua zia quando va a trovarlo.

Marian è a sua volta in subaffitto, deve farsi notare il meno possibile, e la sua vita somiglia alla mia di quel traumatico mese: «Mi sono infilata due coperte sotto il cappotto quando sono entrata, così mi ci posso avvolgere la notte, ho messo lo spazzolino da denti nella borsetta e di nascosto ho introdotto anche un asciugamano e una saponetta, ma per il resto l’appartamento è praticamente vuoto». Per paura che s’accorgano di lei non s’azzarda a portare in casa neanche una caffettiera, senonché quelli da cui ha subaffittato erano a loro volta subaffittuari, e ricevono disdetta. E, a loro volta, stanno per essere cacciati dalla casa in cui sono andati perché i bambini disturbano. Eccetera.

Le lettere di Marian sono le mie preferite, ho deciso di prenderle a modello per le mie future difficoltà residenziali. Mi piace quando scrive all’agenzia immobiliare che di andarsene non se ne parla: «Gli indiani vivono in tenda, gli eschimesi negli igloo, i cani nelle cucce, e io vivo qui».

Ma più ancora quando scrive ad Allan di portarle pure le sue cose, giacché, ormai scoperta nel suo subsubaffitto, e sfrattata, intende resistere finché l’agente immobiliare non andrà a prenderla «e mi trascinerà in strada, e questa cosa gli risulterà molto più difficile di quanto lui non immagini, perché io non sono una persona facile da trasportare giù per tre piani di scale».

Grazie, Shirley, che mi hai fatto vedere un nuovo aspetto della questione. Non quanto mi costerà traslocare tutti questi libri che non m’hanno resa un’intellettuale, ma quanto è stato prudente, in vista d’un possibile sfratto, riempire il frigo di cibi che mi rendessero una culona inamovibile.

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