Il tiro alla fune della disinformazioneTutte le azioni dell’Unione europea per combattere la propaganda del Cremlino

Dal 2014 le principali istituzioni europee hanno sistematicamente affrontato la questione delle fake news provenienti dalla Cina con task force e piani strategici. Alcuni Stati membri come Danimarca, Germania e i tre Paesi baltici hanno riconosciuto subito il bisogno di avere le armi giuste per combattere questa infowar. Altri, come l’Austria o l’Italia, se la sono presa sorprendentemente comoda

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Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

Negli ultimi anni l’Unione europea ha progressivamente rafforzato il proprio impegno nella lotta alla disinformazione e ai suoi effetti politici. Sebbene siano molti gli attori che producono e diffondono disinformazione per ragioni economiche oltre che di potere, l’UE sembra preoccuparsi particolarmente per le minacce provenienti dalla Russia. I massimi funzionari e istituzioni con sede a Bruxelles hanno esplicitamente indicato il governo russo come un attore pericoloso, impegnato con continuità nella guerra dell’informazione, in grado di avvelenare i dibattiti pubblici e interferire nei processi elettorali e nella gestione delle crisi.

È interessante notare che il governo russo non ha pubblicamente confermato né negato il proprio coinvolgimento in casi di disinformazione. È un dato di fatto che nell’ultimo decennio il Cremlino abbia mostrato un crescente interesse per le opportunità offerte dalla peculiare definizione putiniana di soft power, inteso come una strategia diversificata per ottenere influenza, sia a livello nazionale che all’estero, grazie all’uso mirato e selettivo delle informazioni e dell’intelligence. Questo concetto è coerente con la dottrina della guerra dell’informazione, elaborata a partire dagli anni ’90 da uno dei consiglieri militari di Putin, Vladimir Pirumov.

Recentemente, sulla base della relazione speciale SEAE (Servizio europeo per l’azione esterna) su disinformazione e Covid-19, alcuni funzionari UE (tra cui l’Alto rappresentante e capo del SEAE Josep Borrell e la Vicepresidente della Commissione europea Vera Jourova) hanno pubblicamente accusato Russia e Cina di essere coinvolte in una regolare diffusione di disinformazione, utilizzando notizie false e teorie del complotto per costruire narrazioni dannose sull’origine e la diffusione del virus, nonché sulla reazione dell’UE. Se il coinvolgimento cinese in questo settore è relativamente nuovo, l’UE sta invece monitorando da tempo le attività della Russia.

L’UE ha evidenziato gli effetti politici internazionali dell’attivismo online russo durante la guerra russo-ucraina post-Euromaidan, specialmente dopo l’annessione della Crimea. Durante il conflitto, i media di lingua russa pubblicavano quotidianamente notizie false di bambini uccisi dai bombardamenti ucraini, resoconti non documentati di atrocità perpetrate dall’esercito ucraino e narrazioni basate su analogie esplicite e implicite tra la guerra ucraina e nazista. Dopo l’incidente del volo Malaysian Airlines MH17 avvenuto a luglio 2014, è aumentato notevolmente il flusso di notizie false e teorie di cospirazione diffuse attraverso i media, in particolare attraverso i social media.

Dal 2014 le principali istituzioni europee hanno sistematicamente affrontato la questione disinformazione. Nel marzo 2015, è stata creata la task force East StratCom all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna, un team specializzato che lavora a una comunicazione positiva sull’UE nel vicinato orientale, nonché per individuare, denunciare e contrastare notizie false e disinformazione provenienti da fonti straniere. Tuttavia, fino al 2016 la lotta contro la disinformazione non era nella lista delle massime priorità dell’UE, né del suo servizio esterno: la Strategia globale UE pubblicata da Federica Mogherini dedicava solo 7 righe su 60 pagine alle comunicazioni strategiche e la disinformazione era menzionata una sola volta in tutto il documento.

Nei cinque anni trascorsi da allora, la questione è diventata sempre più cruciale. La Task Force ha creato un database consultabile online che include oltre 10.000 notizie in 18 lingue, individuando e affrontando oltre 7.000 casi di disinformazione e mettendone in evidenza le narrazioni pro-Cremlino o anti-UE. Dopo il referendum sulla Brexit e le presidenziali statunitensi del 2016 (e lo scandalo collegato di Cambridge Analytica), gli sforzi dell’UE si sono intensificati a seguito dell’inclusione di propaganda e disinformazione tra gli strumenti utilizzati per la guerra ibrida, uno degli elementi più recenti della Risoluzione del Parlamento europeo sulla comunicazione strategica.

Nel 2018 l’UE ha compiuto due passi avanti, con l’adozione del Piano d’azione contro la disinformazione e il lancio del Codice di condotta sulla disinformazione. Mentre il primo ha chiarito la definizione UE di disinformazione e ha ribadito la necessità di conciliare la lotta alla disinformazione con il rispetto e la protezione della libertà di espressione, uno dei valori fondamentali dell’Unione, il secondo ha posto le basi di una cooperazione con gli attori economici operanti nel settore della comunicazione, dei media e delle piattaforme online. Seguendo il modello East Stratcom, all’interno della Divisione SEAE per la comunicazione strategica sono state create due nuove squadre di comunicazione specializzate in altre aree geo-culturali del vicinato: una task force per i Balcani occidentali e una per i paesi di lingua araba. Sulla base del piano d’azione è stato creato un sistema di allerta rapida per rispondere prontamente ed efficacemente alla diffusione della disinformazione e nel 2019 è stata lanciata la prima Settimana europea dell’alfabetizzazione.

Alcuni governi UE, in particolare nei paesi baltici, sono stati più proattivi di altri in questo processo di riconoscimento dei rischi connessi alla disinformazione e nella pianificazione degli strumenti e delle politiche necessari per affrontarla. Altri, come l’Austria o l’Italia, se la sono presa sorprendentemente comoda, nonostante la diffusione della disinformazione nei loro dibattiti pubblici e la percezione dei loro cittadini della gravità del problema. Inoltre, le accuse danesi, britanniche e tedesche al governo russo di aver tentato di interferire nelle loro arene politiche interne attraverso attacchi informatici e manipolazione di informazioni hanno contribuito a sollecitare la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo a dichiarare la comunicazione strategica «questione di alta priorità».

Le più recenti iniziative intraprese dall’UE per contrastare la disinformazione (la creazione dell’Osservatorio europeo dei media digitali e la decisione di istituire un Media Ownership Monitor dichiarata nel Piano d’azione per la democrazia europea, presentato dalla Commissione europea all’inizio di dicembre) dimostrano che il tema della disinformazione e della comunicazione strategica, intesa in primis come una minaccia proveniente dall’Est e soprattutto dalla Russia, sarà una priorità per l’UE anche per il prossimo decennio, cruciale per raggiungere consenso e stabilità all’interno dell’Unione e per definire e proiettare una definita identità di politica estera.

Le accuse pan per focaccia della Russia alla Germania e ad altri paesi UE di aver portato avanti «una campagna di disinformazione di massa» contro Mosca riguardo all’affare Navalny vanno a confermare che la guerra dell’informazione è appena iniziata.

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