La profezia di Moisés NaímIl mondo nuovo e la tripartizione geopolitica di Internet

Secondo il politologo venezuelano ci saranno tre Reti: una cinese, una statunitense e una europea. Washington vuole evitare monopoli economici, Pechino desidera conservare il suo controllo politico, mentre Bruxelles ha molte regole ma neanche una multinazionale campione del mercato tech

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La tempesta perfetta che si sta scatenando sulle Big Tech potrebbe dare un colpo di grazia definitivo alla «rete mondiale» di Internet come la abbiamo conosciuta fino a oggi, che verrebbe sostituita da un nuovo «Internet trino». 

La previsione la fa Moisés Naím: politologo che dopo essere stato ministro in Venezuela e direttore della rivista Foreign Policy dal 1996 al 2010 è oggi regista e presentatore di un programma tv che si chiama Efecto Naím e che è visto in tutta l’America Latina. Premio Ortega y Gasset, considerato tra i 100 pensatori più influenti al mondo, Naím fotografa una «profonda e accelerata trasformazione di Internet che – per il bene e per il male – ci riguarderà a tutti. La sua principale caratteristica è che nel mondo ci saranno tre Internet: uno cinese, uno statunitense e un terzo sarà europeo». «Già la rivalità tra di esse sta producendo periodiche scaramucce: il blocco alla impresa cinese Huawi, ad esempio. Ma la battaglia definitoria sarà tra Cina e Stati Uniti e avrà come suo principale obiettivo la supremazia sopra il mondo della intelligenza artificiale». 

A parte la concorrenza tra di loro, ognuna delle tre aree sta conoscendo in questo momento un processo di ridefinizione dei propri equilibri interni. Negli Stati Uniti in particolare, si è scatenata l’Anti-Trust. Epocale la data dello scorso 28 ottobre, quando gli amministratori delegati di Twitter Jack Dorsey, di Google Sundar Pichai e di Facebook Maark Zuckerberg sono stati convocati per testimoniare davanti al Comitato del Commercio del Senato, su quella «Sezione 230» che da una parte protegge le piattaforme tecnologiche dalla responsabilità dai post dei loro utenti, ma dall’altra consente loro di moderare e rimuovere i post che trovano discutibili. Per il secondo aspetto questo «scudo» è attaccato dai repubblicani, che lo accusano di censurare contenuti non politically correct. Per il primo aspetto è invece attaccato dai democratici, che lo tacciamo di non riuscire a rimuovere con la necessaria prontezza contenuti di odio o discriminatori.  

Ma già il 6 ottobre 2020 Amazon, Apple, Facebook e Google sono stati presi di mira in un rapporto di 449 pagine, che è farina del sacco della maggioranza democratica alla sottocommissione giudiziaria della Camera sull’antitrust, dopo una indagine di 16 mesi. «Per dirla in breve, le aziende che una volta erano piccole start-up un po’ caotiche che sfidavano lo status quo sono diventate l’equivalente di quei monopoli che avevamo visto per l’ultima  volta nell’era dei baroni del petrolio e dei magnati delle ferrovie», denuncia il rapporto, in cui la parola chiave “monopolio” è ripetuta 120 volte. 

Per il momento, non viene ancora raccomandato di emulare quella sentenza in base alla quale in base allo Sherman Act nel 1911 la Standard Oil di Rockfeller fu smembrata in 34. Il dibattito è ancora in corso anche a livello scientifico, e ad esempio Nicolas Petit è un docente di Diritto della Concorrenza all’Istituto Universitario Europeo di Firenze secondo cui per la natura della Rete i Big Tech non configurano un tipo di monopolio in senso tradizionale, ma una differente e nuova categoria che ha ribattezzato «moligopolio», in cui una posizione di teorico monopolio è però costretta di fatto a competere da un contesto di incertezza e dinamismo economico. Tuttavia il rapporto consiglia di fare nuove leggi, e nell’attesa di chiarire quelle esistenti. La storica antipatia Usa per le concentrazioni di capitale e i nuovi problemi delle fake news devno essere contemperati con l’esigenza di non rompere quella mondialità del World Wide Web che comunque è una proiezione del soft power Usa. 

Quasi in contemporanea, anche il «Jeff Bezos» cinese Jack Ma ha subito una convocazione molto simile, tenendo conto della diversità di sistemi politici. Il 5 novembre, era stato annunciato, la sua Alibaba avrebbe fatto una Offerta Pubblica Iniziale da 34 miliardi di dollari sulle Borse di Hong Kong e Shangai: la più grande della storia finanziaria globale. Obiettivo: lanciare un Ant Group che attraverso un sistema di microcredito avrebbe consentito di avere una carta di credito anche a milioni di giovani cinesi ancora esclusi dal sistema bancario. Ma il 2 novembre Ma e due suoi stretti collaboratori sono stati convocati dalle autorità  sovrintendenti alla Banca Centrale e alla Borsa. Sui contenuti del colloquio non è trapelato niente, la stampa cinese ha subito spiegato che l’attività di Ant avrebbe potuto innescare una crisi di crediti tossici, ma l’impressione è stata soprattutto che il governo di Pechino non intensa farsi scappare di mano quel grosso strumento di controllo sociale che è il credito. Specie dopo che lo stesso Jack Ma aveva rivolto al sistema cinese dure critiche.

Se il problema Usa è quello di evitare monopoli economici e quello cinese di conservare un monopolio politico, quello della Ue è invece piuttosto quello di una mancanza di campioni interni forti. Come ricorda Naím, il governo cinese «impedisce che dal suo territorio si possa accedere a Google, YouTube,  Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp, Cnn, Wikipedia, TikTok, Netflix o a The New York Times, tra gli altri. Ci sono, naturalmente, versioni cinesi di quest prodotti digitali». O, più propriamente, cloni in grado di essere graditi alla censura: un modello seguito anche «in India, Iran, Russia, Arabia Saudita, e molti altri Paesi», dove «il governo blocca siti della Rete e censura i loro contenuti». Il tutto riguarda ormai oltre il 40% della popolazione mondiale. 

L’Europa non ha censura, ma non ha neanche Silicon Valley, e tanto me un Jeff Bezos o un Jack Ma. Però ha a sua volta un sistema antitrust, su più livelli: quello europeo, e quelli dei singoli stati. Sempre più o meno in contemporanea col gli eventi Usa e cinesi, il 10 novembre  il Commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager, a conclusione di un processo investigativo iniziato nel 2017, ha annunciato con un comunicato stampa ufficiale l’avvio di una doppia procedura di doppia infrazione nei confronti di Amazon: per l’abuso della sua posizione dominante; e per le strategie messe in atto per collocare in modo più favorevole i prodotti dei rivenditori che utilizzano il suo servizio di consegna, vampirizzandone i dati.  Amazon infatti non è solo un intermediario, ma è anche un fornitore della propria linea di prodotti, con il marchio Amazon Basics. Secondo Margrethe Vestager, ne approfitta per utilizzare i dati dei clienti al fine di alterare il normale gioco della concorrenza, identificando i prodotti più popolari e dopo un po’ offrendo sistematicamente altri propri prodotti a prezzi più convenienti e posizionati meglio nei cataloghi e ricerche. Ma già nel marzo 2019 la Commissione Europea aveva imposto a Google una multa di 1,49 miliardi di euro per aver violato le regole antitrust dell’Ue. 

A sua volta l’Antitrust italiana ha aperto un’indagine sui comportamenti anticoncorrenziali di Google, mentre il Bunderskartellamt del ministero federale tedesco dell’Economia e dell’Energia ha aperto un’indagine congiunta su Apple e Amazon.

Si sa dunque che un rivolgimento è in corso. Non si sa come andrà a finire. Naím osserva che «la Rete ha dato potere a individui e gruppi che ora hanno maggiori possibilità di essere ascoltati e influenzare gli altri ei loro governi» e «che sia i governi che le grandi aziende tecnologiche (Google, Microsoft, Amazon o Facebook) concentrano un immenso potere su Internet. In molti paesi una tecnologia di liberazione politica è diventata una tecnologia di repressione». Peraltro, «la Rete non è libera. Le ricerche su Google, le riunioni di Facebook, i messaggi di Twitter o le riunioni di WhatsApp non sono gratuiti, anche se lo sembrano. Li paghiamo permettendo a chi ’ci offre questi servizi di sapere quasi tutto di noi. Queste informazioni consentono loro di dominare il redditizio business pubblicitario globale».

L’Internet cinese, «chiuso, censurato, protezionista» e con «alte barriere all’entrata per imprese di paesi che stanno fuori dalle sue frontiere digitali», dominato dal governo e dai suoi Servizi, ha il vantaggio comparativo del miliardo di utenti di Internet che ci sono oggi in Cina. Lo svantaggio di usare «barriere del secolo scorso» come protezionismo e censura, che l’innovazione tecnologica potrà spazzare via.  L’Internet americano, al contrario, dominato dalle imprese tecnologiche, «è anarchico, innovatore, commerciale e con alte tendenze monopoliste».

Il suo vantaggio comparativo è nel dinamismo dato da capitale, talento tecnologico e capacità di innovare. La sua vulnerabilità, secondo Naím, è che «il modello di business basato sul baratto di servizi digitali gratuiti in cambio dei dati personali degli utenti non è sostenibile. Anche il grado di monopolizzazione che hanno le aziende tecnologiche non è sostenibile. O la loro indifferenza verso l’uso che gli attori maligni possano fare delle loro piattaforme digitali per promuovere il caos sociale, la polarizzazione e influenzare le elezioni». 

La profezia di Naím è che «ciò sta già cominciando a cambiare», e che «l’epicentro dell’attacco ai difetti di Internet americano o agli abusi dei cinesi è in Europa». «L’Internet europea è più regolamentata, cerca di proteggere gli utenti, affronta i monopoli e difende i valori democratici». Naím fa le lodi del Regolamento generale sulla protezione dei dati che l’Unione Europea ha adottato nel 2018, e che definisce le linee guida per la raccolta, l’archiviazione e la gestione dei dati personali. «Manifestazione concreta di un approccio giuridico che tratta la protezione dei dati personali come un diritto umano fondamentale. Mentre la Cina basa la sua influenza sulle sue dimensioni e il suo regime autocratico e gli Stati Uniti sul suo dinamismo commerciale e tecnologico, l’Europa cercherà di influenzare esportando regole basate su valori democratici e umanistici». 

Naím prevede che gli europei oltre ad applicare le loro leggi antitrust e fiscali alle società americane finiranno per limitare l’accesso al loro mercato alle società tecnologiche che non adottano le loro regole. Da parte loro, anche Stati Uniti hanno iniziato imporre sanzioni e a bloccare aziende come Huawei. Se però l’Unione Europea oltre che valori non inizierà a sviluppare anche tecnologie, «la battaglia decisiva sarà tra Stati Uniti e Cina».