La traversata nel desertoIl vaccino contro il Covid c’è, ma ci vorranno molti più mesi del previsto per tornare alla normalità

Secondo The Atlantic, anche negli Stati Uniti la fase della distribuzione e della somministrazione sarà complessa e accidentata, con enormi problemi organizzativi, etici e logistici. Una sorta di Purgatorio, dove si vede la fine della pandemia ma occorre armarsi di pazienza

AP Photo/Ted S. Warren, File

Se affrontare la pandemia è stato duro, uscirne sarà comunque difficile. Il vaccino (o meglio, i vaccini) sono arrivati, uno è stato appena autorizzato dalla Federal Drug Administration (FDA), a breve dovrebbe arrivare anche il via libera dell’omologa agenzia europea, forse toccherà anche agli altri. Nel giro di qualche settimana, o mese, comincerà la sua distribuzione.

È l’inizio della fine? Forse sì. Ma sarà un cammino lungo, complesso e accidentato. Non mancheranno problemi, il caos è dato per scontato e potrebbero esplodere anche tensioni. Un periodo che The Atlantic ha definito, forse anche in omaggio al prossimo centenario dantesco, “Vaccine Purgatory”, cioè il purgatorio del vaccino. La strada per il Paradiso (il ritorno alla normalità) esiste. Ma adesso bisogna percorrerla.

L’ambizione del piano Warp Speed, spiega il magazine americano, con cui il governo degli Stati Uniti ha dato via libera alla sperimentazione e alla produzione del vaccino contro il Covid, è quella di chiudere la pratica entro giugno 2021.

A conti fatti, è quasi impossibile. Quella che è appena cominciata sarà «la più grande campagna vaccinale mai messa in campo in America», un’operazione complessa, in cui molti aspetti sono ancora nebulosi. Perché sia completata a metà 2021 vuol dire che ogni sua componente (arrivo dei vaccini, distribuzione, priorità, nessun ritardo, efficacia mantenuta, rispetto delle regole) debba funzionare alla perfezione, senza sbavature e incidenti.

Non succede nemmeno nei sistemi più rodati. Qui, inoltre, ci sono incognite tecniche e organizzative, manca una coerenza di fondo nei criteri per la distribuzione, ogni Stato va nella sua direzione, e ci sono intere categorie emarginate che rischiano di non riceverlo. Sarà, appunto, un Purgatorio: dove qualcuno ascende al cielo prima rispetto ad altri e le sofferenze si protrarranno a lungo.

(Il quadro generale degli Stati Uniti, insomma, è complicato. Ma questo non significa che in un Paese più piccolo – ma con un governo molto più disorganizzato – come l’Italia le cose vadano meglio).

Tanto per cominciare, le dosi non sono garantite. Gli Stati Uniti si erano assicurati i primi 100 milioni, ma quelle successivi – ha chiarito la Pfizer – non arriveranno prima di giugno. Intanto si attende il responso sul vaccino di Moderna, quello di AstraZeneca presenta delle lacune forse insormontabili e quello di Johnson & Johnson forse non funziona nemmeno. A livello di catena di comando questo è già un grande problema.

Segue poi la distribuzione. Le raccomandazioni generali negli Stati Uniti sono fissate da una commissione specifica dei CDC (Centers for Disease Control and Prevention), ma a decidere saranno, alla fine, i singoli Stati. Questo porterà a disomogeneità di fondo nei criteri adottati, nella tempistica e nella costruzione di una immunità di gregge. Soprattutto, potrebbe cambiare l’ordine delle categorie di persone che riceveranno il vaccino.

In linea di massima, la raccomandazione dei CDC è quella di somministrarlo prima a medici e infermieri, come si sta già facendo, compresi quelli impiegati nelle Rsa. È una scelta logica, dettata dalla necessità di tenere in piedi il servizio sanitario.

Ma ci sono già degli inciampi. Per esempio, il numero delle dosi in arrivo a dicembre non è sufficiente per coprire tutti, per cui si seguono ulteriori classificazioni: prima a chi lavora a contatto con i pazienti Covid (tranne chi è già stato contagiato ed è guarito, sviluppando anticorpi). Poi tutti gli altri, con ordine.

In ogni caso, l’arrivo dei vaccini non comporterà allentamenti nelle misure restrittive. In primo luogo perché non è detto che chi viene vaccinato non sia contagioso. Sembra bizzarro ma essere al riparo dall’infezione non impedisce, in linea teorica, di contribuire alla diffusione del virus.

In secondo luogo perché l’efficacia del vaccino, secondo gli studi, è del 95%. Una copertura altissima ma, appunto, non totale: rimane un 5% che obbliga alla prudenza e, di conseguenza, al mantenimento (là dove è previsto) della prescrizione di indossare mascherine e di mantenere il distanziamento sociale. Gli abbracci, se tutto va bene, andranno rimandati di qualche mese. Unica nota: in contesti più ridotti (a livello di edificio), dove tutti (o quasi tutti) sono stati vaccinati, è verosimile che sia concesso un rilassamento delle precauzioni. Ma senza esagerare.

Al termine della prima fase, cioè la somministrazione degli operatori sanitari, cominciano i dubbi. Chi viene dopo? Secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe consigliabile passare agli anziani e le persone sopra i 65 anni con comorbilità (persone che hanno più patologie). L’obiettivo è ridurre il rischio di morte o di ospedalizzazione.

Secondo i CDC, invece, è il turno dei lavoratori essenziali. Una posizione che impone scelte difficili, sia dal punto di vista etico che da quello pratico. Perché medici e infermieri costituiscono una categoria abbastanza definita, ma è molto più difficile stabilire chi siano i lavoratori essenziali. Gli impiegati delle poste? Quelli che lavorano in banca? Gli operai?

Secondo l’articolo sarebbero già in atto pressioni da parte di diverse lobby per far salire i propri dipendenti in cima alla lista dei vaccini. Anche qui, in ogni caso, saranno gli Stati a decidere, orientandosi ognuno secondo propri criteri, tra cui la particolare composizione della popolazione locale. Una diversificazione che porterà a differenze regionali e disparità a livello generale. Con il rischio di accrescere anche le fratture sociali e razziali.

La terza fase è quella che riguarda il cosiddetto general public, cioè tutti coloro che non lavorano nella sanità e non svolgono compiti essenziali. La maggioranza della popolazione.

Qui i programmi sfumano nell’indefinito, anche perché non si sa ancora se e quante dosi si avranno a disposizione, se i vaccini di Moderna e Johnson & Johnson saranno stati approvati, se l’immunità sarà duratura o se sarà necessario fare richiami. In ogni caso, passeranno mesi ed è molto verosimile che, quando una buona fetta della popolazione sarà stata vaccinata, giugno sarà già stato superato.

Il cammino verso la cima del Purgatorio, insomma, sarà lungo, faticoso e accidentato. Soprattutto, sarà graduale. Le mascherine resteranno con noi per gran parte del 2021, così come il distanziamento sociale e le altre misure di sicurezza. Il virus non se ne andrà subito (anzi: non se ne andrà mai) e servirà pazienza.

Per questo, serviranno anche governatori, politici e leader in grado di infonderla. Persone capaci, efficienti e autorevoli in grado di organizzare, guidare e fare programmazioni definite e chiare. Purtroppo non è il ritratto della nostra classe politica attuale.

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