L’oro del MediorienteLa difficile vita dei produttori di miele yemeniti

Costretti a spostarsi di lungo il Paese per inseguire le stagioni della fioritura, devono affrontare posti di blocco, scontri e strade dissestate. E, da qualche tempo, anche il problema del crollo dei prezzi dovuto alla crescita della concorrenza

da Wikimedia

È considerato uno dei più buoni del Medioriente (e perciò del mondo) e, per questo, è anche uno dei più rispettati. Il miele yemenita non è solo un prodotto locale di una certa importanza, ma negli ultimi anni ha funzionato anche come lasciapassare lungo le strade dello Yemen martoriate dalla guerra civile. I produttori viaggiano di notte (quando le api dormono), trasportano gli alveari a bordo di pick-up, superano i posti di blocco e seguono, nelle loro migrazioni stagionali, i momenti della fioritura.

«I soldati non ci fermano perché hanno paura di essere punti», spiega a Le Monde uno dei produttori, Said Al-Alauqi. Il suo viaggio segue la tipica direttrice Nord-Sud, in cui l’estate viene passata nel triangolo delle alture compreso tra tra Ibb, Dhamar e Al-Bayda, dove si cerca di sfruttare la fioritura del giuggiolo, da dove deriva un miele dal sapore dolcissimo. L’inverno, invece, lo porta nella regione più meridionale (e calda) del Paese, cioè lungo la costa.

Non sono trasferimenti facili. Prima di tutto, non si fanno carovane: i produttori di miele viaggiano in coppia, o al massimo in tre. Hanno però una rete di contatti più ampia cui si affidano per scambiarsi informazioni via Whatsapp sulla situazione delle strade, valutare la sicurezza e, soprattutto, distribuire gli alveari in modo omogeneo e in zone adatte (c’è troppa acqua, ce ne è troppo poca, la fioritura è cominciata o no). Occorre evitare, anche in questo senso, assembramenti: se ci sono troppe api si rischia di compromettere la produzione.

In questo contesto gli scontri con gli Houthi rendono tutto più complicato. L’organizzazione richiede tempi lunghi e pause impreviste. Anche perché per gli apicultori è impensabile partire senza avere la certezza di arrivare a destinazione prima del sorgere del sole. Con la luce, se gli alveari non sono stati sistemati in modo appropriato, le api rischiano di trovarsi disorientate e fuggire.

Ma la guerra ha avuto anche altri effetti. Ad esempio ha spinto molti, dopo aver perso il lavoro in città, ad abbracciare proprio l’apicultura, con risultati prevedibili: più miele (di bassa e media gamma) sul mercato e crollo dei prezzi. Secondo le stime degli esperti, ha perso almeno un terzo del suo valore. Adesso Said Al-Alauqi lo vende a 44 euro al chilo. Il suo obiettivo è migliorarne la qualità, con alveari europei, e riuscire a entrare nel giro dei produttori di alta gamma. Il miele, a quei livelli, può essere esportato a 130 euro al chilo. Un affare.

La storia di Said Al-Alauqi è, al tempo stesso, un concentrato dell’ambiguità e della complessità dei rapporti politici e sociali della zona. Per muoversi, spiega, preferisce affidarsi ai capi delle tribù locali anziché ai leader politici. I primi hanno davvero il polso di ciò che succede sul territorio. Lui stesso, del resto, ha un passato poco limpido.

All’arrivo degli Houthi ha lasciato famiglia e attività e ha imbracciato i fucili per respingere l’offensiva. Viene arruolato da al Qaeda, finisce in carcere per radicalismo e finisce ferito in combattimento. Il danno è anche economico: non riesce più a badare alle api e ne perde 300. Per ricostruire la colonia, spiega, ha dovuto impiegare due anni. «Guerra inutile», questo è la sua sintesi.

Inutile ma non ancora finita. Con le sue bombe e i posti di blocco, obbliga lui e gli altri apicultori a lunghe attese e viaggi prolungati nella regione. Vede la moglie e i cinque figli solo una volta al mese. Ma «è sempre meglio che lavorare in Arabia Saudita».