Coscienza creativaPerché l’arte più potente può provenire solo dalla Germania

Il primato del paese europeo deriva dalla sua dolorosa vicenda storica, con cui tutti i cittadini sono chiamati a confrontarsi in ogni momento. Il dovere della memoria e la colpa, insieme all’ansia di ricostruire un Paese senza cedere a retorica e mitologie, danno origine a soluzioni uniche

da Wikimedia Commons

Gli storici enfatizzano il ruolo della Francia. Molti si concentrano sugli Stati Uniti. Si guarda anche ad alcuni movimenti nati in Italia (il Futurismo). Ma forse il vero Paese che ha fatto trionfare l’arte negli ultimi 100 anni è stata la Germania.

È la tesi, provocatoria, che illustra sul Guardian Jonathan Jones. A suo avviso, sarebbe tedesca l’ispirazione, a partire dalla svolta culturale impostata da Richard Wagner (gli echi si ritroverebbero perfino nella produzione degli Impressionisti e in Edvard Munch). Sarebbe tedesca anche la produzione più significativa. Nessun Paese ha dato vita, nello stesso periodo, a così tanti gruppi e scuole.

A guardare la lista, c’è da dargli ragione. C’è l’espressionismo di Die Brücke, il gruppo nato a Colonia che comprendeva Ernst Ludwig Kirchner e Otto Mueller a quello di Der Blaue Reiter, a Monaco dove si trovavano personaggi del calibro di Wassily Kandinsky, Franz Marc e Paul Klee. Una geniale religione del blu (e del rosso, almeno per Marc), dal respiro internazionale, tanto che nella capitale bavarese nel 1912 venne da Parigi Marcel Duchamp per approfondire gli studi sulla prospettiva e lavorare a “La sposa messa a nudo dagli scapoli”.

Ma c’è anche la Nuova oggettività, che nasce dopo la Grande Guerra, si fa carico delle sue disillusioni e le dimostra con cinismo e cattiveria. Solo in Germania poteva esserci Georg Grosz, che nel suo “I Pilastri della società” intravede nel 1926 la crescita montante della destra (cupa profezia, visto che appare anche una svastica).

Solo durante la tremolante e caotica Repubblica di Weimar potevano venire creati i collage Dada di Hannah Höch, o i ritratti di Otto Dix. È quell’arte che, secondo il perverso nazionalismo nazista, sarà da considerare «degenerata». Una risposta ideologica alle esagerazioni, volute, nelle rappresentazioni del sesso e della morte.

Nella sua ricapitolazione della produzione artistica tedesca Jones ricorda anche il fotografo August Sander, celebre per i suoi ritratti. “Uomini del Ventesimo secolo”, vero e proprio catalogo del mondo tedesco all’epoca di Weimar. E cita il mondo della Bauhaus, la sua geometria perfetta, la linearità ordinata, la composizione. Un punto di arrivo.

Sarà da lì che si ripartirà dopo il 1945. La Germania devastata dalla sconfitta e dal senso di colpa potrà concedersi solo oggetività, razionalismo, neutralità. Gli unici appigli morali permessi dopo il nazismo: niente spazio a voli di fantasia, celebrazioni, retorica.

Tanto che Gerhard Richter rifiuterà l’idea che la pittura sia qualcosa di speciale e, per dimostrarlo, comincia a dipingere fotografie. Anche Andreas Gursky userà lo stesso strumento, la fotografia, per sposare il reale. Le sue immagini abbracciano spazi enormi, folle, strade, prese da una distanza simbolica e straniante.

È la prima reazione. Con il tempo la storia comincia a muoversi, il Paese affronta la denazificazione e sbocciano nuove idee. Arriva il movimento Fluxus, che restituisce esuberanza, e che in Germania viene declinata al modo severo consueto. È la Scultura sociale di Josef Beuys, che riprende le antiche idee romantiche, le ripropone come impegno solidale e mistico nei confronti dell’umanità intera e della natura, determinando la nascita di una Utopia concreta.

Si può tornare a sognare, con coscienza e creatività. Georg Baselitz, invece, reinterpreta i sogni di megalomania del Terzo Reich con sculture di persone sradicate e disperse. Sono quelli gli eroi del tempo. Anselm Kiefer, invece, ritorna al passato, riprende i paesaggi dove si sono consumate le tragedie del Novecento e le dipinge. Senza persone.

Anche questo è un modo di confrontarsi con il passato. Per Jones l’arte tedesca è unica per impegno e sofferenza, per ansia di espressione e necessità di censura. Una produzione tragica che riflette una storia tragica: con coraggio e crudezza affronta la colpa del nazismo, la sconfitta, la devastazione, la divisione in due.

Forse ha ragione.

È solo dalla Germania, gigante economico e sociale, che proviene l’arte più potente. La volontà di andare avanti, anche quando tutto è distrutto, e senza mai dimenticare, la caratterizza fino a renderla perfino commovente.

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