Corsia preferenzialeL’esodo dei medici dell’Est verso l’Europa occidentale

La Romania è il Paese Ue che spende meno in sanità. In Bulgaria, Lituania, Lettonia è ancora diffusa la tubercolosi, mentre la Polonia ha il numero più basso di dottori e infermieri. Questa disparità spinge gli operatori sanitari verso ospedali e cliniche di altri Stati membri, dove gli stipendi sono più alti e le cure non sono riservate a pochi privilegiati

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Può una comunità avanzata di Paesi avanzati tollerare che gli standard sanitari dei suoi soci siano profondamente diversi? Può una comunità avanzata di Paesi avanzati tollerare che in un Paese ci siano cure di buon livello per tutti e, nel Paese di fianco, le condizioni sanitarie siano così disperanti da far morire, in poche settimane, 39 neonati per un’infezione contratta in ospedale al momento del parto? Può, una comunità avanzata di Paesi avanzati, tollerare che ci siano circa 10 anni di differenza tra l’aspettativa di vita di un paese o di un altro? La risposta, probabilmente è no. Ma questo è quello che succede, da anni, in Ue, in una situazione che, come prevedibile, il CoVid ha acuito invece di lenire.

La soluzione al problema della disparità sanitaria appare complicata perché, per come sono messe le cose in Ue, al momento, ogni Paese decide da sé quanto destinare alla sanità e come somministrare la sua assistenza, in nome di una non ingerenza europee all’interno delle faccende dei singoli paesi che ha creato e crea ampie differenze e disparità in termini di assistenza e cure.

Il problema principale della differenza tra i livelli di sanità dei singoli Paesi sta, come è facile intuire, nei livelli di spesa che ciascuno mette a bilancio. Il Paese che spende di più è il Lussemburgo (circa 5000 euro a cittadino), mentre quello che spende meno (circa 800 euro a testa) è la Romania, che è anche il paese che investe sulla sanità la percentuale minore del suo Prodotto interno lordo: poco più del 4% laddove la media dei paesi Ue è vicina al 10%.

Gli effetti di tanta parsimonia (o anche solo di tanta mancanza di fondi, dal momento che la Romania è il sesto paese più povero dell’Unione, seguito solo da Slovacchia, Lituania, Grecia, Croazia e Bulgaria) sul sistema sanitario si vedono e si sentono.

Al momento risulta che il Paese europeo che investe meno sulla sanità sia anche quello i cui livelli di cura sono i peggiori e l’aspettativa di vita più bassa: poco più di 70 anni, laddove, in Paesi come l’Italia o la Spagna, è superiore agli 83 anni. Non solo: la Romania ha anche il triste primato del maggior numero di decessi per malattie curabili.

Allo stesso modo, è un primato romeno quello della scarsità di ospedali (dalla fine del comunismo a oggi ne è stato costruito solo uno e alcuni anni fa è stato organizzato un crowdfunding per costruire, dal basso, un ospedale oncologico pediatrico).

«Lo stato della sanità romena – scrive l’Ue nel suo report annuale – è recentemente migliorato, ma l’aspettativa di vita alla nascita rimane tra le più basse dell’Ue. La copertura non è ancora universale e le disuguaglianze socioeconomiche in materia di salute persistono. La riforma del sistema sanitario è stata costante ma spesso inefficace, in parte a causa di un alto grado di instabilità politica».

Come se non bastasse, in Romania, scarseggiano anche i medici. O meglio, medici e infermieri ci sarebbero anche, ma molti di loro hanno preso il volo e se ne sono andati. Un recente articolo dell’Economist racconta dell’esodo silenzioso dei medici e degli infermieri romeni che lasciano il loro Paese diretti verso ospedali e cliniche di altri paesi europei.

La ragione di questo “esodo bianco” starebbe nel fatto che, in Romania, fare il medico è faccenda che mette a dura prova la resistenza di molti: paghe inferiori a quelle del resto dell’Ue, ospedali in pessime condizioni (la stragrande maggioranza delle strutture romene risale a prima della caduta del regime), dirigenti spesso corrotti e distratti, medicine difficili da trovare o contraffatte (un grande classico di questi ultimi mesi sembra sia stato il disinfettante diluito), macchinari obsoleti o mal funzionanti.

Tutto questo spinge i medici e gli infermieri romeni a cercare fortuna altrove, dove gli stipendi sono più alti (e dunque nessuno ha la tentazione di arrotondare chiedendo o ricevendo mazzette) e dove le cure non sono riservate a pochissimi privilegiati disposti a elargire bustarelle. «Da quando è entrata nell’Ue nel 2007- scrive l’Economist – la Romania ha perso tra 15.000 e 20.000 medici. In primavera, quando la pandemia si è abbattuta e le frontiere sono state chiuse, l’Austria ha adottato trasporti speciali per portare centinaia di operatori sanitari bulgari, croati e rumeni».

Secondo il centro studi americano Borgen Project: «La fine della corruzione potrebbe fare molto per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria in Romania. Recentemente, ci sono stati segnali che il governo lo abbia compreso e sia disposto a intraprendere azioni significative per porre fine alle tangenti e aumentare gli stipendi dei medici. Ci sono speranze che salari più alti ridurranno l’impatto delle tangenti e invoglino medici qualificati a rimanere nel paese».

Fino a quando questi auspici non saranno realtà, però, l’esodo continuerà e, inevitabilmente porterà le cose a peggiorare, dal momento che i dottori più giovani e motivati se ne vanno, lasciando in corsia solo i più anziani e meno abili. «Ciò – continua Economist – lascia scoperto circa un terzo dei posti ospedalieri e solo il 10% dei medici lavora in avamposti rurali che sono spesso a corto di personale e scarsamente attrezzati. Di conseguenza, un rumeno su quattro ha accesso insufficiente all’assistenza sanitaria essenziale».

Ma se la situazione è tremenda in Romania, negli altri paese dell’Europa dell’est, inclusi quelli che mettono a disposizione una parte del loro bilancio maggiore di quella del governo romeno, le cose non girano molto meglio. Per esempio, in Bulgaria, Lituania, Lettonia è ancora diffusa la tubercolosi; in Bulgaria solo il 2% dei paziente riesce ad avere accesso a un presidio banale come il vaccino antinfluenzale, laddove la media dei paesi Ue è attorno al 44%; la Polonia ha il numero più basso, in assoluto, di medici e infermieri; la Grecia è il Paese con meno infermieri d’Europa e via così.

Divari profondi che l’Ue prova a sanare come sa e come può. Da un lato mettendo a disposizione ingenti fondi per la coesione (circa un miliardo di Euro tra NextGenerationEu e bilancio settennale 2021-2027) e incoraggiando la costruzione di nuovi ospedali e infrastrutture. Solo lo scorso giugno, la Commissione Europea ha licenziato un finanziamento da 47 milioni per la costruzione di un nuovo ospedale da 850 posti nel nord della Romania.

Ma più che finanziare e incoraggiare l’Ue non può. Tocca ai governi locali realizzare i progetti, dare al monte di soldi messo a disposizione dall’Ue una destinazione, un senso, una tridimensionalità. Ma si sa (lo abbiamo visto anche qui in Italia, con l’indegna caciara sul Meccanismo europeo di stabilità), ogni governo risponde alle sue logiche, consuetudini, convenienze elettorali, blandizie. E contro quelle l’Ue non può farci niente. Nemmeno con tutti i soldi del mondo.

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