Asse Budapest-PechinoQuanto è forte l’influenza della Cina in Ungheria

Nel 2024 il Paese magiaro ospiterà un campus di Fudan che accoglierà fino a 6000 studenti. Sono già presenti cinque centri culturali Confucio, da tempo accusati di compiere attività di spionaggio, e il più esteso centro logistico di Huawei all’estero

LaPresse

Secondo un giornale filo-governativo, nel 2024 l’università cinese Fudan aprirà una propria sede a Budapest. Con l’inaugurazione di questo campus, che dovrebbe accogliere fino a 6000 studenti e costerà all’erario magiaro circa 2.2 milioni di euro, l’Ungheria diverrà il primo Stato Ue a ospitare un polo universitario cinese. 

La mossa è stata trasversalmente interpretata come il segnale del consolidamento del legame tra Budapest e Pechino. Nonostante siano molti gli Stati Ue smaniosi di interagire con la Cina sul piano economico, e la stessa Ue stia negoziando un ambizioso piano di investimenti con la potenza asiatica, nessun altro tra i 27 è finora parso così disposto a prestarsi alla campagna ideologico-mediatica del Dragone più dell’Ungheria. 

L’esecutivo guidato da Viktor Orbán, infatti, non si è limitato a confezionare accordi commerciali, ma si è lasciato coinvolgere entusiasticamente dal dispiegamento del soft power cinese. Pochi giorni prima dell’annuncio dell’apertura del campus della Fudan, Budapest aveva ricevuto il nulla osta dalla Commissione europea per acquistare il vaccino anti-Covid19 prodotto dalla cinese Sinopharm, nonostante molti virologi europei abbiano espresso dubbi sulla sua sicurezza e sulla sua efficacia. Anche in questo, la decisione ungherese era stata un unicum tra i paesi membri,  così come quella, annunciata lo scorso giovedì, di autorizzare la somministrazione del vaccino russo Sputnik V. 

La sinofilia magiara non è fiorita con il coronavirus. 

Il paese mitteleuropeo ospita già sul proprio territorio cinque centri culturali Confucio, istituzioni da tempo accusate di compiere attività di spionaggio, e il più esteso centro logistico di Huawei fuori dall’Impero del Centro. La ferrovia Belgrado-Budapest, una delle infrastrutture più strategiche per l’Ungheria, sta venendo costruita da operatori cinesi, con manodopera e soldi cinesi: un prestito di quasi 2 miliardi di euro attivato dal governo ungherese con la cinese ExIm Bank. Ancora, fu proprio nella capitale magiara nel 2011, in occasione del primo Forum economico-commerciale tra Cina e paesi dell’Europa centrale e orientale, che emerse l’idea di lanciare il format 16+1 (oggi 17+1, con l’aggiunta della Grecia), il consesso con cui Pechino intende coordinare i propri investimenti nei paesi dell’Europa post-comunista.

Tutti indizi che comprovano la volontà ungherese di riposizionare la propria politica estera verso Est, perseguendo i propri interessi nazionali senza farsi frenare delle appartenenze (Nato e Ue). 

Tuttavia, il significato dell’annunciata apertura della sede della Fudan non si esaurisce con la geopolitica. 

Come sottolinea Stefano Bottoni, storico esperto di Ungheria e ricercatore presso l’Università di Firenze, l’ingresso della Fudan nel settore universitario ungherese partecipa al progetto orbaniano di «rivoluzionare l’intero sistema accademico del paese». 

Da anni è in atto un processo, acceleratosi negli ultimi mesi, con cui lo Stato punta a occupare gli atenei ungheresi, privandoli sostanzialmente di indipendenza. Per farlo segue una tattica molto astuta, affine a quella che gli ha permesso di acquisire il controllo quasi totale del comparto mediatico. In quel caso oltre 500 testate ungheresi sono state prima acquistate da imprenditori vicini a Fidesz e poi accorpate in una macro-fondazione (Kesma, l’acronimo in ungherese di Fondazione centro-europea della stampa e dei media). Allo stesso modo, le università pubbliche stanno venendo trasformate in fondazioni sulla carta private. 

Apparentemente, lo Stato si mostra fedele esecutore della dottrina neo-liberista, sfilandosi dagli atenei a favore di investitori privati. De facto però, ricorda Bottoni, nel board di queste fondazioni si ritrovano personalità nominate dall’esecutivo o comunque vicine al partito di governo, Fidesz, che vanno a occupare le posizioni dirigenziali (rettorato, senato accademico). Il grosso dei finanziamenti a questi atenei continua ad arrivare dalle grandi aziende statali, in quel modello ibrido di capitalismo di Stato che Orbán e i suoi hanno allestito in Ungheria fin dalla loro ascesa al potere undici anni fa. 

L’Università Corvinus di Budapest ha fatto da “progetto pilota”, ma la medesima pseduo-privatizzazione ha interessato anche gli atenei di Szeged (Seghedino in italiano), Debrecen e Pécs. 

«La fondazione è il veicolo di una nuova forma di collettivizzazione», sintetizza Bottoni, che ha recentemente pubblicato la monografia Orbán. Un despota in Europa, accurata disamina dei sottili meccanismi con cui Fidesz ha edificato la propria peculiare forma di autocrazia. 

Lo sbarco della Fudan in Ungheria disegna, forse non casualmente, un potente simbolismo. Meno di due anni fa il governo magiaro aveva di fatto espulso dal paese la Central European University (CEU) fondata quasi tre decenni prima dal magnate-filantropo americano di origine ungherese Georges Soros, all’epoca considerata il miglior ateneo presente in Ungheria e uno dei bastioni del liberalismo nel Vecchio continente. Lo scorso ottobre, l’estromissione della CEU, propagandata come un atto di insurrezione contro la globalizzazione (e il globalismo), è stata giudicata contraria al diritto comunitario dalla Corte europea di Giustizia, sentenza che non ha avuto alcun esito concreto se non una sorta di compensazione morale per l’ateneo presieduto dal canadese Michael Ignatieff.   

Se l’alternanza tra Fudan e CEU esemplifica bene la transizione da democrazia liberale ad autocrazia avvenuta nel decennio targato Orbán, Bottoni ricorda come sia solo dal 2019 che l’università cinese si è convertita obtorto collo dalla tutela del «libero pensiero» all’aderenza fedele «alla leadership del Partito comunista cinese (Pcc)». 

Dai connazionali che lavoreranno presso la Fudan Fidesz esigerà lo stesso grado di fedeltà. «Le autorità hanno già garantito salari più alti a docenti e staff che verranno impiegati presso la Fudan in modo da comprarsi la loro acquiescenza», chiosa lo studioso bolognese. 

Questo quadro politico favorevole sembra esser stato uno dei fattori determinanti ad aver attratto la Fudan in Ungheria, trentaquattresimo ateneo al mondo per qualità. Come notato da alcuni accademici magiari, in altre città europee, seppur più consone al blasone dell’università cinese, come Londra, Berlino o Parigi, l’insediamento di un ente così allineato al governo cinese sarebbe avrebbe incontrato l’ostilità dell’opinione pubblica.

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