I rischi del decouplingIl ruolo delle aziende europee nel distaccare gli Usa dall’economia cinese

Sul dossier asiatico il nuovo presidente Biden non cambierà la strategia di fondo. Però rendere Washington meno dipendente da Pechino sarà un processo lento e vedrà coinvolte anche molte imprese dell’Unione che fino a oggi hanno giocato su entrambi i tavoli

Lapresse

Con ogni probabilità i primi 100 giorni della neonata amministrazione di Joe Biden saranno dedicati a guarire la nazione. Ma presto il 46esimo presidente dovrà prendere in mano il caldissimo dossier asiatico. La dottrina anti cinese di Donald Trump ha congelato le relazioni tra Washington e Pechino e allo stesso tempo ha continuato il lungo processo di disaccoppiamento delle economie. Con ogni probabilità la dialettica americana sarà meno muscolare ma il vento anti cinese bipartisan che si respira al Congresso ci fa intuire che l’inerzia americana non cambierà.

In mezzo c’è la posizione europea e soprattutto il ruolo delle aziende europee che operano in Cina e che traggono benefici sia dall’accesso al mercato della Repubblica popolare, che dalle tecnologie americane. Per loro il decoupling è una partita complessa da giocare, un mare in tempesta che senza la giusta preparazione risulterà di difficile navigazione.

I segni del distaccamento
La riduzione dell’interdipendenza tra Cina e Stati Uniti, è bene ricordarlo, è un processo lungo e complesso. In molti casi più simile a un allentamento dei legami che a uno strappo netto. Questo allentamento ha però effetti reali per le aziende e ha subito un’accelerazione. Negli ultimi giorni dell’amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo a una delle aziende tecnologiche cinesi più importanti in questo momento, la Smic, la società di semiconduttori più avanzata del Paese, inserita nella lista nera, di fatto rendendola un’azienda non grata per i consumatori globali. Allo stesso tempo Pechino ha confermato l’intenzione di espandere il processo di revisione di sicurezza degli investimenti esteri e rilanciato il piano di una maggiore autonomia con la teoria della doppia circolazione.

Segnali che potrebbero trovare conferma anche nel futuro prossimo. Lo stesso presidente Biden non ha nascosto critiche agli abusi commerciali della controparte cinese, sostenuto il divieto a Huawei e espresso preoccupazioni sulla gestione dei dati da parte di TikTok.

Divisione tecnologica dei due emisferi
In un contesto simile le aziende si muovono su un terreno accidentato. «Il primo e principale problema è la mancanza di chiarezza sui processi in corso», ha spiegato a Linkiesta Filippo Fasulo direttore del Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina. «L’impressione è che in Cina ci sia una prospettiva piuttosto chiara sull’esigenza di coltivare un’autarchia tecnologica dal lato dell’industria. E gli Stati Uniti hanno preso posizioni simili attraverso forme di limitazioni all’export in settori strategici».

Per queste ragioni le imprese del Vecchio continente «sono ancora combattute tra l’approfittare della volontà americana di allontanarsi, oppure se assumere le stesse posizioni degli Stati Uniti». Una sorta di sentimento ambivalente che si nota nelle stesse posizioni dell’Unione su come trattare con Pechino, considerata sia come partner per la cooperazione, che un rivale sistemico. «C’è questo doppio sentimento», continua Fasulo, «che se ben gestito potrebbe portare benefici riuscendo ad aumentare la presenza nel mercato cinese pur tutelando le proprie industrie e mantenendo fede ad altri elementi; ma allo stesso se non c’è una chiarezza netta si rischia di non ottenere nulla».

A metà gennaio la Camera di commercio dell’Unione europea in Cina insieme al think thank tedesco Merics ha pubblicato un lungo dossier dal titolo inequivocabile: “Decoupling – Severed Ties and Patchwork Globalisation”. Il tema mette in luce soprattutto il rapporto tra le aziende europee e la Cina, ma anche l’ambiente in cui queste si trovano ad operare.

Uno dei passaggi più caldi riguarda la questione tecnologica e digitale. «Le tecnologie che stanno definendo il futuro, e che sono sempre più integrate in ogni settore dell’economia» si legge nel rapporto, «vengono divise tra due delle tre maggiori economie del mondo, ciascuna delle quali ha un firewall che le separa dalle altre». Uno scenario nel quale gli Stati Uniti tentando di eliminare la tecnologia cinese dalle proprie supply chain e la Cina spinge per una maggiore autonomia con una commistione tra pubblico e privato sempre più ibrida.

«Uno dei rischi», continua il direttore del Centro Studi, «è che ci possono essere delle limitazioni alle esportazioni in alcuni settori tecnologici e che queste limitazioni, oltre che a portare a possibili revisioni delle catene globali del valore, possano agevolare aziende cinesi o americane lasciando quelle europee in balia di decisioni altrui». Il punto è quanto le aziende siano consapevoli di questo scenario.

Le preoccupazioni delle aziende
La ricerca della Camera di commercio dell’Unione ha esplorato umori e sensazioni di 120 aziende e una delle rilevazioni principali è che molte di queste hanno una percezione particolare del “decoupling”. Il distaccamento delle economie è infatti uno degli ultimi pensieri delle aziende. In testa ovviamente c’è il rallentamento dell’economia globale, l’impatto della pandemia e addirittura il rallentamento dell’economia cinese.

La percezione è che il disaccoppiamento sia più che altro una minaccia di lungo periodo, anche se in realtà scavando in profondità si nota come molte aziende stiano iniziando a cambiare la loro percezione. Nell’analisi si notano almeno tre gradi di preoccupazione.

Il primo riguarda le preoccupazioni moderate. È il caso ad esempio della dimensione politica, considerata per lo più gestibile nonostante le tensioni sul tema dei diritti umani esploso con Xinjiang e Hong Kong. Il comparto finanziario viene considerato uno degli ultimi aspetti che subirà questo disaccoppiamento. Mentre l’aspetto commerciale viene considerato solo moderatamente preoccupante, segno che la guerra commerciale di Trump è stata considerata gestibile.

Le aree di disaccoppiamento che mostrano segnali di crescente preoccupazione sono relative agli standard e la gestione dei dati. Nel primo caso ricadono ovviamente i settori che la Cina ha etichettato come strategici o quelli in cui le sue aziende di punta sono leader mondiali. In questi casi operare diventa molto complesso perché si ha a che fare con veri e propri ecosistemi separati, come nel caso del digitale. Il secondo settore che preoccupa è quello della gestione dei dati, forse il terreno di scontro più caldo al momento. Qui il tema non riguarda solo le tipologie di informazioni raccolte dagli utenti, ma anche la localizzazione dei dati e il loro eventuale trasferimento.

I settori che invece destano le maggiori ansie sono ovviamente quelle delle catene del valore. Un timore che riguarda soprattutto il comparto tecnologico, al di là dell’aspetto relativo ai semiconduttori, ci sono tutta una serie di aspetti che vanno monitorati e controllati. In questo senso le aziende devono riuscire a monitorare la propria filiera per individuare colli di bottiglia e punti sensibili che potrebbero finire nel mirino di Stati Uniti e Cina per ragioni strategiche.

«Bisogna essere consapevoli che oggi i settori strategici possono essere condizionati da scelte di tipo politico che non possiamo prevedere e quindi bisogna trovare un meccanismo per avere fonti d’approvvigionamento alternative nel caso in cui determinati canali dovessero chiudersi», continua Fasulo, «questo è un qualcosa che se prima non era una preoccupazione di chi gestiva un’azienda, oggi sicuramente lo dev’essere».

Rischi e soluzioni
Dalla fine della Guerra Fredda in poi le variabili geopolitiche erano quasi scomparse dalle pianificazioni aziendali. Oggi con il ritorno delle tensioni globali questi elementi non possono più essere trascurati. Per questa ragione le aziende devono fare enormi sforzi per convivere non solo con il disaccoppiamento, ma anche con la situazione di incertezza.

Il primo punto riguarda i modi con cui le realtà gestiscono la propria catena del valore. «È importante diversificarle. Bisogna ridurre le occasioni di dipendenza che in questo contesto non valgono più soltanto le ragioni di mercato ma ragioni politiche e geopolitiche che potrebbero condizionare l’apertura e la chiusura di determinati settori», aggiunge ancora il direttore.

Il nodo è come diventare più elastici. Su questo punto lo studio della Camera di commercio e del Merics propone due alternative. La prima prevede un’architettura flessibile con forniture “neutrali” non strategiche utilizzabili in tutti i mercati globali da un lato e forniture specifiche per determinati mercati dall’altro. Il secondo sistema prevede invece due canali distinti con la creazione di una catena di approvvigionamento per accedere solo al mercato cinese e una per il resto del mondo.

«Il contesto di fondo», spiega ancora l’esperto, «è quello della deglobalisation, un processo che in qualche modo era in corso anche prima ma che si è rafforzato». Nei fatti un passaggio da un’economia globalizzata a una regionalizzata. Un’operazione costosa, difficile e pericolosa che potrà avere ricadute per le aziende sul piano dell’innovazione e dell’efficienza.

Per l’Europa segnali confortanti potrebbero arrivare dal Cai, l’intesa raggiunta tra Bruxelles e Pechino sugli investimenti alla fine del 2020. Per Fasulo l’accordo è più un punto di partenza che un punto di arrivo perché deve essere approvato e implementato. «Sicuramente», aggiunge, «va considerato come punto positivo il fatto che ci sia stata una volontà cinese dell’arrivare alla firma. Per cui c’è una forte opportunità per le aziende europee».

La centralità del capitale umano
Nella prospettiva delle aziende europee questa disarticolazione delle economie non può prevedere un addio alla Cina e all’economia cinese. La pandemia ha messo in luce sacche di dipendenza in settori strategici che andranno colmate, ma allo stesso tempo ha confermato che non è possibile un distacco netto.

Se consideriamo la tipologia di aziende sentita dall’indagine del Merics abbiamo a che fare con realtà che conoscono bene il contesto della Repubblica popolare. Ma molte altre, soprattutto quelle italiane, sono piccole e medie imprese: «Il nostro vissuto e in molti casi quello europeo», continua Fasulo, «è fatto di piccole e medie imprese che molto spesso non hanno una piena conoscenza della Cina. E quindi si trovano nella condizione di sottostimare rischi e opportunità».

Uno degli strumenti più interessanti per affrontare questi tempi burrascosi sta proprio nella capacità delle imprese di affrontare la Repubblica popolare attraverso il capitale umano. Nelle aziende la scelta di chi gestirà i contatti con il mondo Cina sarà sempre più importante. «Ci sono processi di formazione e informazione preliminari per l’accesso al mercato cinese. E devono poi essere rinfrescati in continuazione perché la Cina cambia rapidamente. Se 20-30 anni fa», conclude l’analista, «il dipendente che assumevo poteva essere o laureato in economia senza sapere nient’altro della Cina, o laureato in cinese senza altre competenze, oggi quel sistema non vale più».

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