Quando il socialismo sposò la dittatura I cento anni di sciagura comunista per i progressisti italiani

Una data infausta, una ricorrenza camuffata. Nonostante le riscritture e le riclassificazioni, il partito nato da quel congresso non contribuirà mai al progresso del Paese, anzi: lo ostacolerà e lo pervertirà, anche con il pretesto di una questione morale di facciata, sotto cui si celava la lotta contro l’avversario socialista

Alfredo Falcone/LaPresse

Il vero rischio per i democratici, per i progressisti e per quanti hanno a cuore obiettivi di emancipazione e di giustizia sociale e quindi si collocano, convenzionalmente, a sinistra è quello di assistere a celebrazioni del centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (Livorno, 21 gennaio 1921) concepite per occultare le ragioni per cui quell’evento fu una vera e propria sciagura per la sinistra italiana, foriera di altre e successive disgrazie, che hanno accompagnato la storia politica nazionale, anche oltre la fine del Pci.

La fondazione del Partito comunista è la data in cui in Italia il socialismo divorzia dalla democrazia e sposa il totalitarismo sovietico.

Non che da allora siano spariti i socialisti cioè, secondo il lessico comunista, i «social-fascisti», indisponibili a rispondere agli ordini di Mosca e quindi accusati di essere il nemico più pericoloso del proletariato mondiale.

Ma da allora in Italia hanno vissuto per lo più in una condizione di minorità elettorale e di subordinazione politico culturale rispetto ai comunisti. Per non parlare delle sinistre liberali e libertarie, a partire da quella radicale, cui il Pci semplicemente non riconosceva patente e dignità progressista.

L’egemonia culturale comunista è culminata proprio nella riscrittura addomesticata della storia comunista nazionale e nella legittimazione postuma del PCI come partito riformista sotto mentite spoglie, alla cui modernità e normalità democratica (del tutto analoga a quella dei partiti socialisti europei) l’affiliazione sovietica nulla toglieva, né aggiungeva, limitandosi a fotografare una filiazione remota.

Il risultato è che la retrodatazione del riformismo comunista è proseguita di pari passo con la relativizzazione (o la vera e propria negazione) della resistenza reazionaria del Pci a ogni trasformazione social-democratica, di cui la questione morale in funzione anti-craxiana rappresentò la perfetta maschera propagandistica.

A differenza di quanto si è usi pensare, anche da parte di non comunisti e post-comunisti, il Pci non ha contribuito al progresso civile e sociale dell’Italia malgrado la sua obbedienza sovietica, ma l’ha di fatto ostacolato e pervertito, proprio perché l’ha dovuto rendere compatibile con quella obbedienza e proiettare in una prospettiva che, fino alla metà degli anni ’80, è rimasta quella della fuoriuscita dal modello liberal-capitalistico.

L’avere avuto il partito comunista più grande e forte dell’Occidente, tanto grande e forte da mangiarsi qualunque altra sinistra e da “riclassificare” come destrorso qualunque progressismo non comunista, ha fatto dell’Italia un paese riformisticamente meno avanzato, non più avanzato. Le conseguenze arrivano fino ad oggi.

Due anni fa, nel commemorare la morte di Enrico Berlinguer, Nicola Zingaretti si è detto persuaso che «nel patrimonio genetico del Partito Democratico ci sia ancora quella spinta propulsiva che deriva dall’aspirazione a cambiare l’ordine delle cose, di cui parlava Berlinguer. Un progetto “discusso fra la gente, con la gente”, come il segretario del Pci disse al Teatro Eliseo di Roma nel gennaio del 1977».

Il riferimento è al Convegno degli intellettuali comunisti, che Berlinguer concluse rivendicando la politica dell’austerità, che non è quella della disciplina finanziaria e di bilancio, ma del ripudio della civiltà consumistica connessa all’ordine economico capitalistico: «Un ampio moto democratico al servizio di un’opera di trasformazione sociale» con lo scopo di «instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova».

Non ci vuole molto a sentire gli echi “decrescisti”, “onestisti” e archeo-ambientalisti che spopolano tutt’oggi nella maggioranza demo-populista. E se questa è la spinta propulsiva che muove il Pd, cento anni dopo il Congresso di Livorno, la sinistra italiana ha davvero ben poco da festeggiare.

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