Simul cadentIl semigolpe trumpiano scuote anche quel che resta del governo Conte

Di fronte ai disordini di Washington, Renzi ha risollevato il tema della delega ai servizi segreti ricordando la visita a Roma di William Barr e il farsesco tentativo di mettere in piedi un contro-Russiagate. Ora il presidente del Consiglio è solo, può solo cedere alle richieste o tentare la conta dei voti. O lasciare spazio a un nuovo esecutivo

Fabrizio Corradetti/LaPresse

Irrompe pure il fattore Trump nella complicatissima verifica di governo: ci mancava anche l’assalto alla democrazia americana da parte del presidente americano a innervosire ulteriormente il negoziato fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi, negoziato che in realtà stenta a decollare ed è ancora fatto di segnali di fumo, messaggi, avvertimenti.

Il dramma di Washington è uno spartiacque anche per la politica italiana, le scene del giorno nero di Capitol Hill proiettano le loro lugubri ombre sul palcoscenico italiano, su un blando premier che condanna i fatti senza fare nomi e su una destra sovranista improvvisamente orfana di The Donald, il grande capo della stagione isolazionista e populista che in poche ore ha distrutto il partito repubblicano americano e gettato l’America nello sconforto.

E alcuni nodi ritornano al pettine italiano. È Matteo Renzi che rilancia la polemica sul misterioso viaggio in Italia fatto da William Barr aggirando i protocolli, nell’ambito di pressioni dell’amministrazione statunitense su un eventuale ruolo di Roma nell’affaire Mifsud con il potenziale coinvolgimento del governo nel Russiagate.

Come ha scritto Carlo Panella su Linkiesta, la vicenda è al centro della campagna di Renzi per sottrarre a Conte il controllo dei servizi segreti, una vicenda che nelle ultime ore il premier sta tentando di spegnere facendo balenare l’ipotesi di una cessione della delega, ma siamo ancora i segnali, ai si dice.

E anche sull’altro grande tema oggetto della verifica – il Piano italiano per il Recovery plan, giunto ieri sera alla quarta edizione – non è ancora chiaro di cosa si stia discutendo. Italia Viva lamenta che la nuova versione della bozza in pratica è «uno spiegone» di cose già note, tali dunque da non modificare il giudizio negativo o comunque sospeso dei renziani.

Per questo il tanto atteso vertice di maggioranza con Conte e i capidelegazione dei partiti (per un incontro fra i leader non sembra aria) ieri non c’è stato: se ne parla oggi alle 18 con un bel malloppo di questioni tuttora sul tavolo e tanta tanta sfiducia degli uni nei confronti degli altri.

Il Pd in queste ore ha avuto il boccino della crisi in mano, nel senso che ha lavorato in questi giorni per sminare le ragioni di Renzi suggerendo al presidente del Consiglio di dare al leader di Italia Viva se non tutto almeno il massimo di quello che chiede, così da sottrargli pretesti per rompere.

Ma ora che il tentativo e in stallo il Nazareno spinge Conte a cercarsi una maggioranza in Parlamento: arma pericolosissima, soprattutto per lui perché o non trova i numeri (citofonare Prodi) e va a casa in malo modo, oppure riesce a formare una maggioranza che si reggerebbe sui voti di Sandra Lonardo Mastella et similia, mentre la pandemia non si placa e l’Europa ci guarda.

Il Nazareno sospetta che Renzi voglia lo scalpo di Conte (che è vero) per un governo Draghi o Cartabia appoggiato anche da Berlusconi e Salvini, con il quale l’intesa di massima già ci sarebbe mentre la Meloni resterebbe all’opposizione. Solo veleni nazarenici? Un fatto è certo: per ora l’accordo non c’è, e Conte trema.