L’alleanza contro gli stronziÈ arrivato il momento di un partito riformista alternativo ai sovranisti e ai demogrillini

La sfida che hanno di fronte Calenda, Bonino e Renzi (con pezzi del Pd e di Forza Italia) è quella di andar oltre le piccole identità e gli inutili personalismi. Uno statista supera il test cruciale della leadership quando sposta la sua società da un ambiente che le è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto

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Leggendo i commenti di politologi, giornalisti, politici, giuristi, mezzibusti televisivi che si sono affannati a scrivere che, con il voto dell’altro giorno al Senato, il governo Conte II aveva passato indenne una crisi politica orchestrata da un narciso incallito, ci sono venuti in mente i comunicati che medici compiacenti per settimane scrissero per comunicare al mondo che l’ultimo capo del comunismo brezneviano, Černenko, era vivo e vegeto, mentre stava morendo o era già morto. In realtà attendevano di sapere cosa sarebbe accaduto dopo e quindi, fino a che l’orizzonte politico non si fosse rischiarato, era meglio dire che il Segretario del Pcus era in salute.

Il paragone è indubbiamente forzato, ma ci serve solo per dire che nonostante gli sforzi compiacenti, il governo Conte II è irrimediabilmente finito, perché ha dimostrato in maniera assolutamente plastica di non essere in grado (per le scarse capacità politiche del premier, per la modestia della squadra di governo e per le crescenti divergenze strategiche tra i partiti della maggioranza) di governare né il complesso itinerario sanitario, tecnico e organizzativo necessario per fare uscire il paese dalla pandemia, né di tradurre in un programma omogeneo che guardi al futuro del paese le immense risorse che il Next Generation Eu mette a disposizione dell’Italia.

Da tempo, infatti, il governo è bloccato nel pantano che lui stesso ha creato, non essendo riuscito a trasformare la crisi pandemica in un’opportunità per il paese in quanto privo degli strumenti culturali e politici necessari per sintetizzare le indicazioni pervenute dalla miriade di commissioni che erano state attivate proprio a questo scopo.

Basta leggere il più politico dei documenti usciti da queste strutture – quello redatto dalla commissione Colao – per capire quali fossero gli indirizzi da perseguire per utilizzare il Next Generation Eu in modo da imprimere al paese quel salto di qualità che manca da un ventennio: infrastrutture, sanità, economia circolare, pubblica amministrazione, giustizia, giovani e scuola. In questo alveo era necessario incanalare gli investimenti perché fornissero le basi economiche da tempo mancanti per quelle riforme strutturali senza le quali le risorse diventano (quasi) inevitabilmente distribuzione a pioggia assistenziale, corporativa, clientelare che impedisce di aggredire quella stagnazione storica del paese dalla quale bisogna assolutamente uscire. Si passa, cioè, immediatamente, per dirla con Draghi, da «debito buono» a «debito cattivo». Il governo ha fatto esattamente il contrario, lasciando nel cassetto quelle proposte e assemblando invece un piano attraverso la sommatoria e la giustapposizione di una miriade di progetti senza un disegno e una visione strategica (il naturale terreno di coltura della spesa cattiva).  

Anche in questo caso, basta leggere le paginette nelle quali il governo a dicembre aveva condensato il lavoro fatto per progettare l’utilizzo del Next Generation Eu per rendersi conto che dietro i discorsi retorici sul green, sul Mezzogiorno, sulle infrastrutture, sulla cultura, sul lavoro e l’impresa si stagliava la vecchia abitudine di utilizzare la spesa pubblica per sostenere i redditi invece che lo sviluppo, per favorire l’immensa rete di interessi consolidati invece che promuoverne di nuovi svecchiando il paese, per collocare il Sud nella scomoda e insostenibile posizione di area da proteggere, invece che da promuovere, per farne la seconda gamba della crescita insieme al Nord, senza nessun effettivo investimento sulla risorsa costituita dai giovani e dalle donne.

Una catastrofe, che senza l’impuntatura di Renzi, sarebbe rimasta tale, esponendo il paese a una sonora bocciatura in sede europea e avvalorando l’idea di un paese inefficiente, che costituisce più un problema che una risorsa per la UE. Ma il nuovo piano nazionale per utilizzare i fondi europei non è ancora esente da difetti e il lavoro di ripulitura fatto successivamente non ha cancellato quell’impostazione, anche perché in quelle nuove 170 pagine non ci sono concreti impegni di spesa, scelte di indirizzo chiare, tempi e strutture gestionali definiti per realizzare i progetti proposti: se non è più un incubo, è una via di mezzo tra una vaga dichiarazione d’intenti e un libro bianco dove poi si può scrivere tutto e il contrario di tutto. 

Ma a questa incapacità di redigere un piano degno di un grande paese industriale alle prese con nodi irrisolti che rischiano di soffocarlo, si aggiunge una gestione sempre più surreale della crisi pandemica con una sequela di Dcpm che mentre cercano di regolamentare la vita quotidiana fin nei più modesti dettagli, non sono in grado di aprire le scuole, di coordinare l’azione delle regioni, di organizzare un serio piano vaccinale e di rispondere alla domanda semplice: se siamo i più bravi del mondo perché abbiamo più morti di tutta Europa?

Questa è l’origine della crisi (e non le paturnie di Italia Viva). Ed è nata perché era già chiaro ad agosto che il governo non era in grado di imprimere una svolta alla sua azione per passare dall’emergenza alla ricostruzione e per condurre il paese dalla paura all’entusiasmo. La causa? Il suo vizio di origine: una compagine tra forze politiche molto diverse tra di loro che un errore di Salvini (il peggior leader mai avuto dal centrodestra in Italia) ha messo nelle condizioni di costruire una coalizione provvisoria, con il compito di mettersi alle spalle il sovranismo antieuropeo e putiniano, che aveva dominato nel Conte I;  di mettere sotto controllo la spesa pubblica impazzita per colpa delle ricette populiste; di dare qualche risposta a un paese impoverito e incattivito e di traguardare questa azione di bonifica e di controllo all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. 

In una condizione di ordinaria amministrazione questo progetto avrebbe potuto anche funzionare. Ma il Covid e la successiva crisi pandemica hanno messo sulle spalle di questa modesta compagine, il compito più gravoso capitato a un governo in settant’anni di storia repubblicana. Un compito che il governo è riuscito a sostenere solo grazie all’Europa, all’intelligente disciplina degli italiani di fronte a una chiusura radicale e generalizzata, unica nel suo genere nel mondo, e alla resistenza e alla solidità delle nostre strutture sanitarie. 

Tuttavia, di fronte alle difficoltà – all’incapacità di combattere il virus oltre l’isolamento coatto dei cittadini, attraverso le nuove tecnologie racchiuse nella famosa formula formula delle tre T (testare, tracciare,  trattare), all’inefficienza della pubblica amministrazione che non riusciva a far giungere i ristori agli aventi diritto, alla dispersione in una miriade di interventi occasionali (dai banchi a rotelle, al cashback, ai bonus) -, Conte ha reagito tentando di trasformare lo “stato di emergenza” nello “stato di eccezione” di cui quasi un secolo fa scrisse il grande filosofo della politica Carl Schmitt. Parliamo certo, di uno stato d’eccezione che non ha il volto tragico e drammatico di Hitler e Stalin, parliamo di uno stato d’eccezione all’italiana, nel quale il governo ha utilizzato la paura del virus come strumento di annichilimento della politica ritenuta un male e un rischio che turbava quell’ordine tra governo e governati riassunto nel modello paternalistico e populista di cui Conte è oggi l’alfiere più attrezzato in Europa.

Attraverso questo nuovo modello di azione politica che opacizza e ottunde le questioni nodali in cui si dibatte il paese nella crisi pandemica sottraendole al confronto parlamentare e  “depoliticizzandole”, Conte ha costruito una sorta di “maggioranza della maggioranza” (composta da Leu, Pd e M5S) di cui ha assunto dichiaratamente la leadership e progressivamente ne ha delineato il profilo identitario, basato sullo statalismo e sull’assistenzialismo, attraverso il quale guadagnarsi il consenso delle mille corporazioni incistate nella struttura economica e sociale del paese: uno stato d’eccezione in cui il governo si intesta la protezione dei cittadini, ridotti a sudditi impauriti, attraverso un impasto incommestibile di trasformismo, di cultura notabilare meridionale da cui proviene, di antipolitica erediata dalla sua cultura politica populista, e di una sostanziale estraneità al riformismo.

A opporsi a questa deriva è stata solo Italia Viva, per la sua cultura riformista, per una visione opposta del futuro del paese: da qui è nato il lungo scontro che stupidamente è stato personalizzato dai media, ormai strutturalmente incapaci di aiutare i cittadini a comprendere la politica, ma sempre più parte attiva, in un ruolo ovviamente subalterno, di un’opera sistematica di manipolazione dell’opinione pubblica volta a screditare la politica che dura ormai da un ventennio e che sostanzia l’egemonia culturale populista e illiberale nel paese.

Ma la strategia di Conte si sarebbe potuta fermare se non fosse stato proprio il Pd a consegnargli lo scettro indicandolo come campione del progressismo e come punto di riferimento per costruire quell’alleanza organica tra Pd e M5S che costituisce la linea egemone nel partito. Quello che, con Di Maio e Salvini, è stato il servitore di due padroni, è diventato il dominus della scena politica nel Conte II perché il Pd ha rinunciato  alla sua “vocazione riformista” per diventare un partito minoritario di sinistra ossessionato dalla convinzione che il M5S sia un’altra “costola della sinistra” nella quale si è accasato il suo “popolo” disgustato dal renzismo. Ma il popolo della sinistra è una invenzione ideologica, che affonda le sue radici nella struttura di classe della società di massa novecentesca e che la quarta rivoluzione industriale delle macchine intelligenti e della comunicazione globale ha da tempo disintegrato.

Oggi esistono gli elettori che hanno abbandonato il Pd perché non è stato coerente con il messaggio che con la sua nascita aveva dato a tanti cittadini e cittadine alla ricerca di quel riformismo moderno, radicale ma non ideologico, che il Pd ha smesso troppo presto di rappresentare. Questo travisamento della realtà ha determinato la scelta del nuovo gruppo dirigente stretto intorno a Zingaretti – un intreccio di vecchia sinistra, ministerialismo doroteo ed eredità berlingueriane mai completamente superate  – di costruire sull’asse con Leu e M5S un nuovo rassemblement demopopulista che rompesse i ponti con il riformismo liberalsocialista (la cultura politica che ha forgiato l’identità originaria del Pd) e si candidasse a sfidare la destra sovranista sulla base di un programma regressivo giustizialista, antiindustriale, dove alla riscoperta dello stato imprenditore si combini una concezione della redistribuzione del reddito sganciata dallo sviluppo economico.

Dietro la crisi vi sono dunque questi fenomeni nuovi nello spazio politico che inevitabilmente collocano fuori da questo perimetro politico Italia Viva, che risulta una forza di disturbo e un potenziale avversario politico. E visto che Italia Viva non ha accettato di essere una forza di rincalzo in un nuova maggioranza nella quale il “partito di Conte” e il rassemblement demopopulista giocano un ruolo del tutto nuovo rispetto al Conte II del 2019, la frattura non poteva che palesarsi e, ovviamente, è esplosa sulle questioni dirimenti del Recovery Plan e del piano vaccini.

Ma questa riedizione del Conte II è ora un’anatra zoppa, perché Conte non è in grado di radunare che i cascami del populismo antipolitico fuoriusciti dal M5S e vagolanti nel gruppo misto come Ciampolillo et similia, e il Pd, ridiventato il PDS, non ha nessuna effettiva attrattività, né elettorale, né parlamentare: i numeri della Camera e del  Senato dove Conte, Di Maio e Zingaretti hanno tentato la prova di forza per abbattere IV stanno a dire che il nuovo Conte II non è nato e finirà presto per incagliarsi nelle secche delle dinamiche parlamentari. 

Resta il fatto che il cambio di fase è avvenuto e che le forze che sostengono “o Conte o morte” non cambieranno verosimilmente la loro strategia e perciò il rassemblement di Di Maio, Conte, Bettini, D’Alema e Franceschini proverà a stabilizzarsi anche perché l’appiattimento di tutto il gruppo dirigente del Pd su questa linea (senza nessuna voce critica che rivendichi le radici originarie del partito) toglie ogni ostacolo a questa deriva: se si sceglie Mélenchon invece che Macron, la fine del Pd, al di la della permanenza del nome, si è davvero compiuta.

Questo apre uno spazio politico notevole alle forze riformiste liberal democratiche e liberalsocialiste che però, per esistere politicamente, va strutturato intorno a dei programmi e dal punto di vista organizzativo. Questa è la sfida che hanno di fronte Calenda, Bonino e Renzi (e che riguarda pezzi del Pd e di Forza Italia). Il paese ha bisogno di un riformismo alternativo sia a una destra sovranista e statalista che a una sinistra veteromassimalista. Serve perciò uno sforzo di sintesi. Per tirare fuori il Paese dal pantano, bisogna andare oltre il recinto delle formazioni attualmente in campo; bisogna superare le piccole identità e lasciarsi alle spalle incomprensioni e inutili personalismi. Su questo si misurerà la capacità di leadership. Come sempre, in fondo, uno statista supera il test cruciale della leadership – il criterio di Mosè – quando sposta la sua società da un ambiente che le è familiare a un mondo che non ha mai conosciuto. E se mai c’è stato un momento, quel momento é adesso. 

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