Non solo numeriDate cruciali e ricorsi, ecco perché le ricorrenze storiche hanno un valore profetico

Ricordi e rievocazioni scaturiscono dal passato, ma spesso sono occasioni per nuove partenze e grandiose rinascite. A Pechino il partito comunista compie cento anni e, per coincidenza, il 2021 potrebbe inaugurare l’inizio di un’era a guida cinese. Una sfida per tutto il mondo che si ritroverà, in un frangente storico, al G20 guidato dall’Italia (e si spera non da Conte)

da Pixabay

La liturgia delle ricorrenze, solennemente introdotta dal Presidente della Repubblica nel corso del tradizionale messaggio di fine anno, presenta per il 2021 una serie di anniversari che saranno altrettante occasioni per analisi retrospettive, riflessioni e bilanci su traguardi raggiunti ma anche motivo di storici rimorsi, di opportunità trascurate, di speranze tradite. 

«L’anno che si apre – ha detto il Capo dello Stato – propone diverse ricorrenze importanti. Tappe della nostra storia, anniversari che raccontano il cammino che ci ha condotto ad una unità che non è soltanto di territorio. Ricorderemo il settimo centenario della morte di Dante.
Celebreremo poi il centosessantesimo dell’Unità d’Italia, il centenario della collocazione del Milite Ignoto all’Altare della Patria. E ancora i settantacinque anni della Repubblica. Dal Risorgimento alla Liberazione: le radici della nostra Costituzione. Memoria e consapevolezza della nostra identità nazionale ci aiutano per costruire il futuro».

In un discorso ascoltato da oltre quindici milioni di italiani e in generale molto apprezzato tranne che da quanti, rivelando piena ignoranza della prassi e del garbo istituzionale, si aspettavano J’accuse alla Sandro Pertini del dopo Irpinia – altro uomo, altra Italia, altro momento storico – il passaggio sugli anniversari non è stato soltanto un memorandum per quanti di noi scriveranno di quegli eventi nell’anno appena iniziato o per altri che ne ricaveranno motivo per molteplici e multiformi produzioni culturali e convegni politici. 

Il valore delle ricorrenze, infatti, è alla base dei sistemi sociali ed ha sempre rivestito grande importanza per la definizione dell’identità personale – dai teneri compleanni dei più piccoli a quelli degli più anziani, circondati gli uni e gli altri, nell’alba e nel tramonto della vita dall’affetto di più generazioni – e di quella collettiva che celebra fondazioni, vittorie significative, riti di passaggio tra epoche diverse. 

Di tali occasioni, ritratti, foto in bianco e nero, immagini digitali, targhe e monumenti, inaugurazioni e celebrazioni sono, alla fine, tutto ciò che ogni generazione unicamente possiede: la memoria del ricordo e il senso delle origini; due costrutti psichici senza i quali persone e popoli sarebbero solo degli automi in cerca di anima, come è stato raccontato da film quali “L’Uomo bicentenario” di Chris Columbus del 1999 con l’indimenticabile Robin Williams e “Io Robot” di Alex Proyas del 2004, ispirati alle opere di quel genio visionario che fu Isaac Asimov di cui nel 2020 abbiamo ricordato il centenario della nascita.

Sul piano più intimo e doloroso la progressiva dissolvenza dei ricordi è la tragedia che maggiormente colpisce quanti sono vittima del morbo di Alzheimer o di altre patologie degenerative connesse all’invecchiamento che feriscono altrettanto i congiunti che vedono sbiadire nei loro occhi, lentamente ma inesorabilmente, anche la memoria dei volti più cari. Un mondo descritto con grande delicatezza dallo scrittore ebreo canadese Mordecai Richler autore de “La versione di Barney”, 1997, pubblicato in italiano da Adelphi nel 2001 ed ulteriormente indagato da Christian Rocca ne “Le strade di Barney”, per Bompiani nel 2010.

Senza il ricordo, dunque, l’Umanità non sarebbe quello straordinario aggregato di emozioni, di suggestioni e di percezione del proprio “stare” nel tempo in cui si è stati “gettati”. Un tema da sempre affrontato dai filosofi di ogni epoca e giunto alla massima maturità con l’elaborazione fattane da Martin Heidegger in “Sein und Zeit” (Essere e tempo) il capolavoro pubblicato nel 1927 che tanto influenzò l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre e l’ermeneutica dell’indimenticato maestro Hans Georg Gadamer di cui ho celebrato su altre pagine i centoventi anni della nascita con la nostalgia di un’indimenticabile cena – insieme a Michele Cometa cui si deve il merito di aver convinto il maestro ad accettare – a Palermo in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria nel giorno del centesimo compleanno l’11 febbraio del 2000.

In quella circostanza ebbe a dirmi che «la vita è una costante interpretazione di ciò che siamo stati, siamo e saremo» per aggiungere quando ci salutammo, pur da agnostico quale fu «So che un giorno ci rivedremo». Incontri privilegiati che riempiono la vita di «verità e metodo».

Ricordi e rievocazioni non riguardano il passato anche se da esso scaturiscono; sovente sono occasioni per nuove partenze, per indifferibili rigenerazioni, per grandiose rinascite; più il passato ricordato è stato contraddistinto da sofferenze e da sacrifici, maggiore è la potenza della rievocazione e il relativo potenziale di rinnovamento.

Da ciò l’importanza della memorizzazione di date cruciali che da studenti degli anni ’70 contestavamo ai “baroni” che, anche attraverso tali correlazioni, su di esse avevano edificato il proprio pensiero. Ne ho fatto esperienza, a distanza di tanti anni con il medesimo accademico, il compianto Massimo Ganci a cui nell’esame di storia contemporanea avevo contestato con la sfacciataggine di quegli anni le troppe domande di date specifiche.

La lezione che mi venne impartita in quell’occasione è di quelle che non si dimenticano: «Guardi – mi disse – le date sono come le luci di un aeroporto: se lei ne tiene memoria e ne distingue gli intervalli che le separano ed i rapporti temporali che intercorrono, il suo aereo atterrerà, viceversa finirà fuori pista». 

Io, comunque, nonostante barba, eskimo di rigore e furia iconoclasta, le date le conoscevo e l’esame fu un successo. Quando, venticinque anni dopo, alla Società di Storia Patria di Palermo, da discepolo affezionato e minuscolo collega, gli ricordai l’episodio, pianse di commozione. Sarebbe scomparso pochi giorni dopo.

A questo punto il lettore avrà compreso l’origine del frequente ricorso a date e ad anniversari che trova spesso negli articoli a mia firma in questo giornale.

Sollecitato dalle suggestioni che ho voluto ricordare a me stesso e condividere con chi legge, diviene inevitabile cogliere una ricorrenza con la quale ci confronteremo in questo 2021 a cui stiamo appendendo il futuro del mondo.

Nel 2005 Federico Rampini, già da un anno corrispondente de La Repubblica in quella Pechino dove sarebbe stato rimasto fino al 2009, pubblicò per MondadoriIl Secolo Cinese,” una vera e propria bibbia per comprendere il fenomeno della crescita dirompente del paese asiatico.

Da allora Rampini non si è più fermato diventando il più letto divulgatore italiano delle dinamiche di quel mondo un tempo lontano e divenuto presto vicino, come vaticinato dal film di Marco Bellocchio “La Cina è vicina” del 1967 in cui, accompagnata dalla musica del compianto Ennio Morricone,   si racconta la storia tutta nostrana di un maoista romagnolo e del trasformismo di quegli anni che nel frattempo tanta strada ha fatto nel nostro Paese, generando mostri ancora in circolazione. 

Il «drago dormiente», secondo la definizione di Napoleone Bonaparte, era entrato nel 1999 nel WTO, l’organizzazione del mercato mondiale, auspice Bill Clinton, nonostante le molte perplessità nel mondo libero che ricordava ancora le immagini del massacro di piazza Tienanmen di dieci anni prima con migliaia di morti e l’indimenticabile sequenza del “Rivoltoso Sconosciuto”, il giovane studente che si oppose da solo ai carri armati.

È rimasta una delle istantanee più celebri dall’invenzione della fotografia. Fu scattata da Jeff Widener di Associated Press dal balcone di un albergo a ottocento metri di distanza e fece il giro del mondo che riviveva così i giorni della repressione sovietica a Budapest ed a Praga da cui nuovi mondi sarebbero presto sorti.

L’ingresso della Cina nel mercato mondiale niente ebbe a che fare con un’eventuale evoluzione democratica del Paese, se già nel 2004 il presidente della Repubblica Popolare, Hu Jintao, dichiarò: «La democrazia liberista occidentale non è fatta per la Cina», e che: «I fatti hanno provato che il socialismo con caratteristiche cinesi è la strada corretta per condurre il paese verso la prosperità e assicurare il benessere ai cittadini».

Il resto è la storia di questi anni e la cronaca di questi giorni che sempre di più hanno squadernato davanti al mondo le mille contraddizioni del paese più grande del Pianeta governato dal 2013 da Xi Jinping ed a cui vanno le simpatie di molti esponenti del Movimento Cinque Stelle, più volte colti a tessere accordi inquietanti, come quella “cintura di seta” pronta a strangolare l’Europa.

Probabilmente gli illuminati impiegati della Casaleggio & Associati non considerano rilevanti la rivolta di Hong Kong, la soppressione di giornalisti e medici dissidenti rispetto alla versione ufficiale della pandemia, l’assimilazione forzata del popolo turcofono degli Uiguri, come nel 1959 quella dei tibetani con la conseguente fuga nell’esilio indiano del Dalai Lama, compresa allora nella lotta contro ogni spiritualità trascendente e, più di recente, come misura di contrasto al terrorismo islamico e altre amenità.

In questo 2021 ricorrono cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, una delle istituzioni che più hanno dominato la storia e la politica della Cina nel XX secolo e padre della Repubblica Popolare nata nel 1949, presieduta dal 1954 al 1959 da Mao Zedong, il Grande Timoniere che aveva guidato la Lunga Marcia di ritirata davanti alle truppe nazionaliste di Chiag Kai-shek. 

Una sorta di Anabasi di trecentosettanta giorni, tra il 1934 e il 1935, che sarebbe entrata nel mito, sopravvivendo alla Rivoluzione Culturale ed a tanti altri ribaltoni della politica cinese.

La storia della Cina moderna ha avuto grandi autori e la bibliografia più recente è disponibile sul sito mentre a chi volesse addentrasi nel passato del paese non resta che cominciare dal Milione di Marco Polo, che rimane il racconto più affascinate anche grazie alla riduzione televisiva che ne fece Giuliano Montaldo del 1982, l’ultima di quella grande stagione di sceneggiati di cui ho scritto. 

Montaldo e una troupe di oltre quattrocento persone compirono un’impresa titanica non inferiore a quella vissuta dagli intrepidi viaggiatori veneziani settecento anni prima. Il ritorno di pubblico ed economico per la RAI fu immenso. Il film fu acquistato dalle emittenti di mezzo mondo e fu la prima cooperazione tra una televisione occidentale ed una cinese. L’intervista nel 2017 al regista è un racconto nel racconto, dieci minuti di puro godimento.

Dal 2014 una serie televisiva statunitense diretta da John Fusco per Netflix è stata replicata per più stagioni e interrotta a motivo del clima anticinese generato da Donald Trump, già nella campagna presidenziale del 2016.

Il centenario del PCC coincide con l’accelerazione del sorpasso dell’economia cinese su quella statunitense come ha riportato l’Agenzia Italia il 26 dicembre scorso, citando i dati del Center for Economics and Business Research secondo i quali il PIL cinese crescerà dal 2021 al 2025 di oltre il 5% annuo a differenza di quello americano che nel medesimo periodo non supererà l’ 1.9%; il motivo è dichiarato in modo esplicito e coincide con la diversa capacità di recupero dalla crisi collegata alla pandemia da Covid 19.

Ed è qui che le cose si fanno veramente interessanti e il gioco delle ricorrenze storiche si rivela con la drammaticità della teoria delle profezie che si autoavverano, definita dal sociologo statunitense Robert Merton nel 1948 nella pubblicazione “La profezia che si autoavvera” in Teoria e struttura sociale, il Mulino 1971,  poi ripresa nel Teorema di William Thomas secondo il quale «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze».

Mitologia, bibliografia e filmografia al riguardo sono sterminate, ma qui basterà ricordare quanto affermato nella Legge formulata da Gordon Moore, in merito al convincimento, già nel 1965, che il numero di transistor in un circuito integrato si sarebbe raddoppiato ogni diciotto mesi. È diventato il metodo di misura dell’incremento delle conoscenze scientifiche, dal tempo di Galileo Galilei, poiché l’affermazione puramente predittiva ha generato una reale accelerazione della concorrenza relativa ai processi digitali, autoavverando la profezia.

Dall’inizio del II millennio in Cina si sono avvicendate quattro dinastie: la Song che unificò il paese, la Yuan a cui apparteneva il mongolo Kublai Khan che ospitò i Polo, la Ming (forse la più nota a motivo della straordinaria produzione di vasi giunti nelle corti europee) e, infine, la già citata Qing (nota anche come Ch’ing) degli odiati Manciù, conclusasi con Pu-Y nel 1912. 

Nell’ottobre del 1911 ebbe luogo la cosiddetta rivolta di Wuchang che portò al crollo della dinastia Qing ed alla costituzione della Repubblica cinese l’anno successivo. Quegli anni sono stati narrati sullo schermo nel 1987 dal capolavoro di Bernardo Bertolucci “L’ultimo Imperatore”, con John Lone, doppiato da Giancarlo Giannini, nella parte di Pu-Y e da un gigantesco Peter O’Toole, suo precettore.

Il bambino di appena due anni e pochi mesi venne scelto dall’imperatrice vedova Cixi e incoronato come successore dell’imperatore Quang Xu. Non uscì dalla Città Proibita sino alla fuga favorita dai giapponesi nel 1932 per farne il re fantoccio del Manciukuò, la terra degli avi Manciù già occupata, in una corte da operetta gestita da Tokyo. La storia della sua successiva rieducazione è una delle parti più belle del film, della cui fotografia non ringrazieremo mai abbastanza Vittorio Storaro.

Wuchang è oggi la città più conosciuta del pianeta: il suo nome moderno è Wuhan, capoluogo della provincia di Ubei e dalla fine del XIX secolo è sede delle più importanti fabbriche di armi della Cina su cui la dinastia Qing aveva puntato tutto per la modernizzazione del Paese, creando il Nuovo Esercito, sul modello delle più sviluppate nazioni occidentali.

Fu un errore fatale perché il disallineamento tra un Paese profondamente arretrato e un esercito privilegiato per impostazione, trattamento e mezzi generò il clima già ostile nei confronti della dinastia Manciù, che nel XVII secolo aveva posto fine a quella dei Ming ma era vissuta come occupante da parte dell’etnia Han, che ancora oggi rappresenta il 92% della popolazione cinese e la cui radice è parte del nome della città. 

Tra gli ufficiali istruiti alle metodologie belliche occidentali si fecero presto strada anche nuove consapevolezze sociali e politiche e da esse scaturì l’alleanza con gli operai delle ferrovie e l’assalto al palazzo del governo. Quel primo moto del 1911 si diffuse a macchia d’olio nello sterminato paese: la rivoluzione Xinhai era ormai avviata ed avrebbe avuto il medesimo ruolo della Rivoluzione di Ottobre in Russia nel 1917, pur nella sua ispirazione di tipo nazionalista secondo il pensiero di Sun Yat-Sen, considerato il padre della Cina moderna che pose in primo piano temi quali il superamento dell’impero millenario, della schiavitù, della pratica della castrazione servile e l’introduzione di istituti democratici. Ancora oggi la data del 10 ottobre del 1911 è festa nazionale a Taiwan ma non è vietata nella Cina Popolare.

Wuhan, dunque, quale epicentro di antichi e nuovi eventi epocali che stanno cambiando il mondo e ora la diversa gestione della pandemia, prescindendo dalle origini della medesima che conosceremo forse tra decine di anni, sembra assegnare alla città il primato nella normalizzazione della situazione ponendo la Cina Popolare sul podio più alto.

Le recenti rivelazioni circa la disponibilità di un vaccino cinese a partire dallo scorso mese di giugno ed i ridottissimi dati epidemiologici dei residenti in Italia inducono in tante riflessioni dai risvolti curiosi se non inquietanti. Ne ha scritto diffusamente il Mattino di Napoli, concordando con analoghe fonti in altre parti del Paese dove la comunità cinese è cospicua.

Certo fanno riflettere due fatti abbastanza documentati: la pandemia sembra ormai ampiamente contenuta in Cina; da ampie zone dell’Africa, oggetto di interventi infrastrutturali miliardari e di enormi interessi governati da Pechino, i dati sull’infezione sin dall’inizio sono sempre stati infinitamente minori di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Né convincono argomentazioni circa le tante malattie endemiche del continente che confonderebbero i dati o nella difficoltà di censirli in modo efficace.

Mentre negli Stati Uniti tutto appare fuori controllo e l’Europa si dibatte ancora su quantità, qualità e obbligatorietà dei vaccini, fa a gara non sempre leale per acquistarne di nuovi manifestando, come spesso nei momenti di panico, la tendenza di ciascuno stato a far da sé, come la Germania o il Regno Unito, l’orizzonte temporale per una prima eradicazione del virus si avvicina sempre di più al 2022. 

Se dovesse corrispondere al vero il fatto che in Cina si vaccina la popolazione già dal mese di giugno scorso, altri ventiquattro mesi potrebbero essere determinanti per generare un nuovo ordine pronto per essere mostrato al mondo nel centenario della prima Repubblica cinese in coincidenza con le Olimpiadi invernali di Pechino.

Allora, il primo secolo cinese non sarà stato più soltanto annunciato come da sedici anni a questa parte, ma si sarà già concluso e Xi Jinping si preparerà a inaugurare il secondo.

D’altronde in termini di dinamiche geopolitiche, se all’età greco romana è succeduta la centralità Europea e, dopo la seconda guerra mondiale, l’american way of life, lo storico non farebbe una grinza davanti all’egemonia planetaria della Cina, una civiltà antichissima troppo a lungo marginalizzata e che ora si prepara al ruolo di leader globale.

L’unico interrogativo non da poco e che dovrebbe agitare le notti dei reggitori delle altre porzioni di mondo è la seguente: se finora il progresso umano si è mosso seguendo la direzione dello sviluppo e della diffusione crescente dei diritti umani e civili, trovando ogni volta gli anticorpi necessari come dimostrato poche settimane fa anche nel caso delle elezioni americane, cosa accadrà con l’egemonia di un paese che su tale versante appare ancora indietro di oltre mezzo secolo?

Il primo dicembre 2020 è stata inaugurata la presidenza italiana del G20 che culminerà a Roma il 30 e 31 ottobre di questo nuovo anno.

Vi saranno rappresentati i diciannove paesi più industrializzati del mondo compresi Russia, Cina e Brasile più l’Unione Europea, due terzi della popolazione mondiale e l’80% del Pil del Pianeta. Mancano trecento giorni ad un appuntamento che potrebbe valere ora cento volte più del Congresso di Vienna del 1815, degli accordi di Bretton Woods del 1944, della Conferenza di Yalta del 1945, del Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, delle convenzioni sul clima di Rio de Janeiro nel 1992 e di Parigi nel 2015, messi insieme.

L’Italia sarà già nel semestre bianco, a Roma Virginia Raggi potrebbe ancora abitare al Campidoglio grazie alle consuete follie del Partito Democratico. Quasi certamente il summit  sarà in presenza. Assumerne la presidenza non comporterà soltanto la cura di una logistica dalle proporzioni immani ma, soprattutto, l’esercizio di una leadership di altissimo profilo e di riconosciuta statura personale ed istituzionale. 

Siamo sicuri che Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo, il grande prestigiatore delle italiche sorti, l’uomo per il quale chi scrive ha penato mesi interi nella ricerca degli accostamenti più arditi che lo raffigurassero, sia la persona più adatta a presiedere il massimo dibattito sul destino del mondo ?

Ancora una volta, da quanti hanno conservato un briciolo di saggezza e qualche residuo di decenza si leva l’invocazione disperata «Fate presto». Speriamo che almeno in questa occasione non rimanga inascoltata, potrebbe essere la manifestazione dell’ultimo fiato rimasto per gridarla.