Pechino contro AlibabaPerché il Partito comunista cinese vuole controllare meglio le multinazionali high tech

Dopo che le autorità nazionali hanno messo sotto accusa il colosso dell’e-commerce di Jack Ma, anche le altre aziende del settore cominciano a temere ritorsioni da parte del governo di Xi Jinping. L’idea del Pcc però non è quella di un ritorno del pubblico a discapito del privato, bensì quella di costruire una forma muscolosa di capitalismo di Stato

Lapresse

La Cina di Xi Jinping si prepara a mandare in soffitta un’altra massima di Deng Xiaoping. Nel futuro della Repubblica popolare “arricchirsi” sarà un concetto sempre meno glorioso all’interno del Partito comunista cinese. O meglio, l’arricchimento dovrà avvenire nei tempi e nei modi decisi dal Partito e più precisamente da Xi Jinping. 

La fine di questo 2020 ci regala una battaglia tra le grandi imprese cinesi, soprattutto high tech, e il governo di Pechino, con quest’ultimo pronto a una stretta fino a qualche anno fa impensabile. I segni dello scontro sono ben visibili, soprattutto in questo  autunno. Prendiamo alcuni casi lampanti. Il 3 novembre scorso Pechino ha bloccato il lancio nelle borse di Shanghai e Hong Kong di Ant Gorup. Il governo ha impedito alla nuova creatura fintech di Jack Ma, storico creatore del gigante dell’e-commerce Alibaba, di raccogliere sui mercati azionari una cifra intorno ai 34 miliardi di dollari. 

La mossa è stata accompagnata dalla convocazione dei vertici dell’impresa da parte dall’authority finanziaria cinese a dimostrazione di uno scontro che intreccia finanza e politica. La stessa Alibaba è finita nel mirino delle autorità antitrust per sospette pratiche monopolistiche. China Literature, controllata della mega azienda Tencent (società che ha fondato e prosperato grazie alla super-app WeChat), è stata sanzionata per aver acquisito l’azienda New Classica Media. Mentre altre imprese in procinto di fondersi sono sotto indagine.

L’elenco di revisioni potrebbe continuare. E soprattutto allungarsi nel corso del 2021. All’inizio di novembre il governo ha infatti presentato una nuova legge antitrust volta a limitare il monopolio delle grandi piattaforme, con l’obiettivo di controllare tutta una serie di settori che vanno dalle consegne a domicilio all’e-commerce, fino alle forme di pagamento virtuali. 

Puntellare un sistema finanziario instabile
L’affondo ai grandi oligarchi tech dell’industria cinese parte da lontano e ha molte cause al suo interno. Per Silvia Menegazzi, docente di relazioni internazionali alla Luiss di Roma, le ragioni della stretta sono due e si muovono lungo le direttrici finanziarie e politiche: «Le ragioni che spingono il Pcc ad esercitare un maggiore controllo su aziende multinazionali cinesi – ha spiegato a Linkiesta -, che potremmo definire private ma che rappresentano l’emblema di un settore che di fatto non può operare in completa autonomia, sono politiche», anche se «la centralizzazione del potere è aumentata anche in ambito economico dal 2012 con Xi Jinping. Allo stesso modo, è comprensibile che la stabilità del sistema finanziario sia una priorità tra le più importanti per la seconda economia globale, la prima secondo stime più recenti».

Per Pechino l’aspetto finanziario è stato uno dei primi punti da ottimizzare dopo lo choc della crisi economica del 2008. Le nuove norme per regolare il mercato dovrebbero infatti servire anche per evitare le insolvenze societarie. Stando agli ultimi dati quest’anno queste avrebbero raggiunto la cifra record di 23,9 miliardi di dollari. 

L’Economist ha notato che negli ultimi cinque anni il governo cinese ha attuato una serie di misure per riequilibrare il sistema bancario. Una mossa resa necessaria anche osservando il rapporto debito /pil che tra il 2008 e il 2016 era aumentato di 10 punti percentuali. Mentre dopo le prime precauzioni attuate a ridosso della crisi ha visto un incremento limitato a quattro punti tra il 2017 e 2019. 

Lo stesso programma di riforma antitrust, ha aggiunto la ricercatrice, è un tassello importante del piano del Partito: «Non dimentichiamo che Xi Jinping ha affermato ad inizio dicembre che le regole dell’antitrust devono essere rafforzate al fine di evitare la fuga di capitale, perché questo rappresenta un pericolo alla sicurezza nazionale del paese».

A riprova di questa volontà di puntellare il sistema finanziario e riportarlo sotto l’ala del governo c’è anche la creazione dello yuan digitale. A ottobre è iniziata la prima sperimentazione della valuta digitale nella città di Shenzhen. Un passaggio non di poco conto, come ha notato Simone Pieranni su Il Manifesto, perché in pratica lo Stato è entrato a gamba tesa in un business in cui le grandi big tech come Alibaba e Tencent prosperavano. 

Imprese da riportare nell’orbita del partito
L’aspetto finanziario da solo non basta ad avere un quadro di quello che sta succedendo. Non spiega perché lo Stato sta tornando con prepotenza al centro della scena. Per prima cosa è meglio sgomberare il campo da ogni dubbio, il governo non se n’era mai veramente andato. Per Menegazzi è importante non dimenticare «l’identità ibrida” del sistema economico cinese, un mix tra economia pianificata e logica del libero mercato. Stato e imprese sono fortemente collegati e il Pcc resta al centro del sistema economico. Tuttavia, è errato pensare che tale modello ibrido sia lo stesso di due decenni fa. Le imprese cinesi, statali così come private, hanno sia fortemente subito che tratto beneficio dalla globalizzazione».

L’idea del Pcc guidato da Xi non è quella di un ritorno dello Stato a discapito del privato, ma di migliorare il capitalismo con caratteristiche cinesi, costruendo una forma muscolosa di capitalismo di Stato. Il progetto, ha scritto ancora l’Economist, prevede che le aziende di Stato imparino dalla disciplina di mercato, mentre quelle private ottengano una maggiore disciplina di partito. 

Questo è uno dei punti più significativi. Le grandi imprese private nell’idea del Pcc e di Xi devono partecipare alla grande missioni collettiva del popolo cinese. Negli ultimi anni i grandi padri delle big tech cinesi alla Jack Ma, si sono spinti troppo oltre e per il Partito è arrivato il tempo di riportarli nell’orbita degli interessi strategici del Paese. Alla presidenza, infatti, non interessa tanto l’equità, ma l’ordine e lo scacchiere nel quale Stato e imprese si possono e devono muovere. 

Una direzione ribadita anche dai media di Stato. Non è un caso che il Quotidiano del Popolo, l’organo ufficiale del comitato centrale del Pcc, abbia scritto nero su bianco che i cittadini cinesi si aspettano che i giganti dell’high tech non siano interessati solo all’evoluzione del proprio business, ma anche alla promozione dell’innovazione tecnologica. Il passaggio non è casuale dato che proprio l’aspetto innovativo è un elemento sul quale Xi Jinping sta puntando l’evoluzione economica post fabbrica del mondo

L’ibridazione delle imprese
Per tutte queste ragioni nei prossimi anni si assisterà a un nuovo rapporto tra le aziende del sistema produttivo e innovativo cinese. Il governo vuole fare in modo che le aziende di Stato siano più produttive e innovative ma che siano anche capaci di ottenere di più dal settore privato. La spinta a questo modello ibrido si otterrebbe da un lato con le imprese statali capaci di ottenere finanziamenti dal privato e dall’altro le realtà private che troverebbero nuovi partner e nuovi spunti dallo Stato. 

Secondo i dati raccolti dall’azienda di consulenza Plenum questo processo è già iniziato. Negli ultimi anni le aziende a partecipazione statale hanno raccolto più di 145 miliardi di capitali privati, mentre nella prima metà del 2020 quasi 50 imprese nel settore privato hanno attratto investimenti di aziende statali. 

Per i ricercatori cinesi questo tipo di approccio offre solo benefici. È il caso dell’economista Zhang Xiaoqian della Zhejiang University. In un paper pubblicato nel marzo scorso sostiene che sia le aziende statali che quelle private aumentano la loro spesa in ricerca e sviluppo dopo che il travaso di capitali le ha trasformate in società a proprietà mista. I conglomerati a guida statale assorbono idee e propensione al rischio, mentre quelle private migliori connessioni con il Partito.

Per la docente della Luiss lo spazio di molte aziende, soprattutto quelle più grosse potrebbe ridursi e «un maggiore controllo da parte del governo che potrebbe indebolire l’immagine di queste grandi aziende tecnologiche nel contesto internazionale. Ma non dimentichiamo che se Alibaba o Tencent hanno potuto crescere sia in Cina che a livello globale, è perché il governo cinese lo ha permesso». 

Un’industria dallo Stato al Partito
Da quando Xi Jinping è diventato presidente, il Partito comunista cinese ha aumentato la sua influenza in tutta la società cinese. Si è diffuso in tutti i campi ed è rimasto non solo l’unico pilota della macchina statale, ma ha iniziato a mostrarsi al mondo come valida alternativa al sistema democratico. Un gioco che si è visto soprattutto nel modo in cui Pechino diffonde la sua influenza. 

Ora che la competizione con gli Stati Uniti è entrata nel vivo è necessario limare quanto più possibile una serie di fragilità che rischiano di mettere a repentaglio il disegno egemonico di Pechino. Per il Pcc una delle chiavi è il sistema produttivo. Come ha scritto Jude Blanchette, analista del Center for Strategic and International Studies, il nuovo modello economico cinese passa dalla grande trasformazione da China Spa a Pcc Spa. 

China Spa, scrive Blanchette, prevedeva un gruppo di “campioni nazionali” che lavoravano in concerto insieme ai pianificatori di Pechino. Pcc Spa, invece, vede un ecosistema più omogeneo che opera lungo tutta la catena del valore, dalle terre rare alla finanza. Un ecosistema in cui la differenza tra azienda ibrida, azienda pubblica e azienda privata diventa sempre più sfocato. 

Un paradossale assist all’Europa
Avere un’idea della portata di questo processo non sarà semplice. Ma paradossalmente questo tipo di approccio potrebbe essere una buona notizia per l’Unione europea. Secondo Menegazzi «la decisione di porre un freno al potere crescente di realtà come Alibaba o Tencent potrebbe avere delle ripercussioni positive in Europa». E questo per almeno due motivi. 

«Il freno posto dal governo cinese a realtà come Tencent e Alibaba potrebbe di fatto limitare anche la loro internazionalizzazione ovvero ulteriori acquisizioni/partecipazioni strategiche in Europa e dunque maggiore respiro per le aziende europee (start up specialmente)», spiega ancora la ricercatrice, «dall’altro la regolamentazione dei grandi nomi del settore hi-techin Cina può indirettamente favorire l’Europa dal momento che questa sembra apparire sempre di più una battaglia ’normativa’ a livello globale e non più solo europeo».