Trazione classicaParide, Ettore e Sisifo: tre modelli di eroismo da cui prendere ispirazione

Le loro vicende hanno guidato politici per secoli, e ancora oggi possono indicare modi diversi di affrontare il pericolo. Anche in questo frangente storico ci sono uomini che, posti davanti alla grande sfida della pandemia, hanno dato il meglio o il peggio di se stessi. Adesso restiamo in attesa, anche noi, del nostro Ulisse

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La tradizione classica indica modi diversi di affrontare il pericolo quando gli uomini, posti davanti ad esso, danno il meglio o il peggio di se stessi. Nella vicenda omerica Ettore e Paride sono fratelli, mentre del cugino Enea non si fa menzione. Sarà poi Virgilio, con palese intento celebrativo nei confronti di Augusto, a definire il mitico progenitore della Gens Iulia attribuendo al figlio del principe troiano, Ascanio-Iulo, il ruolo di fondatore della stirpe e all’unione con Lavinia, il primigenio, l’incontro tra il mondo greco e la terra dei Latini. Poiché di lingua e cultura greca erano sia i troiani assediati che gli achei invasori. 

Così ha sostenuto nel luglio scorso sulla rivista Archeologia Viva lo storico Luois Godart, professore emerito di Civiltà Egee all’Università Federico II di Napoli, consigliere per il patrimonio artistico della Presidenza della Repubblica, membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Institut de France e dell’Accademia di Atene. Qualche titolo in più dell’immaginifico Heinrich Schliemann scomparso nel dicembre del lontano 1890, che sulla scoperta della presunta Troia di Omero fece la propria fortuna.

«Greci e Troiani parlavano la stessa lingua, avevano le stesse credenze, stessi usi e costumi, stesso tipo di armamento. Omero lo dice chiaramente nella sua Iliade. Oggi la conferma arriva dall’archeologia che aiuta a riscrivere un’intera pagina di storia, decisamente la più nota e popolare. Le ricerche condotte a Troia dalla missione archeologica dell’Università tedesca di Tubinga abbinate a una riflessione sullo studio dei testi delle tavolette in lineare B scritte nel dialetto acheo dei Greci micenei cambiano radicalmente le nostre prospettive sulla storia dell’Anatolia nord-occidentale e dell’Egeo alla fine del II millennio, in particolare tra il 1200 e il 1180 a.C. Sarei assolutamente propenso – spiega Godart – a ritenere che sia stata un’aristocrazia micenea a comandare a Troia nella fase VII che ispirò Omero Se è davvero così e se Priamo era un re acheo, dovremmo ritenere che la guerra di Troia cantata da Omero sia stata una guerra civile in cui implacabilmente gli Achei del continente, delle isole e di Creta si opposero ad altri Achei». 

Un nuovo ed affascinante tassello si aggiunge alla “questione omerica” che tanto ha fatto penare generazioni di studenti liceali e affascinato gli studiosi di Humanities, e che andrebbe approfondita. Ma non qui e non ora, poiché lo scopo di questo articolo è l’analisi dei tipi umani evocati nel titolo, traendone utili riflessioni sulle diverse reazioni umane davanti a cambiamenti epocali che escludono ogni nostalgia di ritorno al passato, nonostante ciò si voglia spacciare ai più come rassicurante

Le vicende sono note: il principe Paride venne chiamato a fare da arbitro della bellezza di tre dee, Era, Atena ed Afrodite che gli promisero rispettivamente potenza, sapienza e l’amore della donna mortale più bella del mondo. La scelta di Paride fu per la dea dell’amore che, secondo il patto, indusse Elena, moglie del re di Sparta Menelao, ad innamorarsi perdutamente del giovane Troiano, fuggendo con lui ad Ilio. Fu lì che cominciarono i guai, nella traduzione dei quali sudammo, con accanto il fido dizionario elaborato dal gesuita Lorenzo Rocci, giustamente celebrato quest’anno a settant’anni dalla morte. C’è sempre un gesuita pronto a dare una mano soprattutto quando in gioco ci sono lingue e morali molteplici. Ne ho scritto volentieri.

La colpa di cui Paride si macchia agli occhi degli Achei è duplice, poiché non solo ha portato via la moglie a Menelao ma ne ha tradito l’ospitalità; com’è nella natura dei caratteri mediterranei, perdere la faccia è una sanzione sociale ben più grave del perdere un amore. Decenni di sentenze per “delitto d’onore” hanno sancito fino a pochi anni la giustificazione del fenomeno che, in larga misura e con modalità psicologiche diverse, oggi ritroviamo tra le cause del cosiddetto “femminicidio”. Altri tempi, altre ansie, altre ipocrisie che il cammino delle donne nel mondo sta cercando di lasciarsi faticosamente alle spalle, spesso con la minima collaborazione dell’altra metà del cielo, notoriamente minoritario e spesso “minorato” nella gestione delle proprie emozioni.

Ma, tant’è. A motivo dell’affronto vissuto come collettivo, gli Achei onoreranno l’antico patto di alleanza reciproca e allestiranno la più grande flotta d’invasione del tempo. Sarà il “Catalogo” delle Navi descritto nel secondo libro dell’Iliade e a cui si deve l’introduzione del termine poi giunto sino a noi.

Per quanto affascinante, Paride era stato favorito dall’intervento di Afrodite che aveva provveduto a far innamorare di lui Elena, con modalità non certo spontanee. Più che Cupido, contribuirono il fatto che Elena avesse scelto il grezzo Menelao in astio all’opportunista Teseo, già ingrato ad Arianna, che amava ma che aveva rifiutato per non guastare equilibri politici, e l’influsso esercitato ad hoc dalla dea, massima esperta in materia. Qui crolla il primo orpello del principe tombeur de femme il cui nome è stato imposto per secoli a disgraziatissimi bambini che ne hanno sopportato lo stigma per tutta la vita. 

In realtà Paride è il classico secondogenito che, privato per nascita della corona, viene risarcito con le coccole e l’adorazione della madre Ecuba e delle altre donne di corte. Dovrà stare sempre un passo indietro rispetto all’erede al trono, Ettore, adorato dal re Priamo, forse presago del tremendo destino che attende il primogenito. Paride, dunque, è bello ma fatuo, fragile e pauroso anche in battaglia dove si rivelerà incapace e pavido, con grande vergogna da parte dei troiani che assistono dalla mura alle sue deludenti performance guerriere.

Insomma un gran piacione che causerà tanti danni al proprio popolo e, alla prova dei fatti, si rivelerà un fallimento. Riuscirà a uccidere Achille, a distanza ed essendo stato informato del punto debole del semidio, che altrimenti mai sarebbe stato in grado di affrontare, ma sarà immediatamente trafitto dalle frecce di Filottete. La sua vanagloria durò solo qualche breve istante. Talvolta sono i nani a far cadere i giganti, quando questi ne sottovalutano la capacità letale.

Di tutt’altra tempra è Ettore, archetipo dell’uomo virtuoso, padre e marito affettuoso, saggio confidente del sovrano, di cui tuttavia non ne ascolta il consiglio, preferendo i vaticini degli aruspici, notoriamente influenzati dal timore per la propria vita in caso di previsioni infauste sgradite al sovrano: l’eterno ruolo svolto dai sicofanti di ieri e di oggi. Nonostante la consapevolezza del destino già compromesso della città, Ettore guida i guerrieri troiani che lo seguono con entusiasmo e fedeltà e respingono in più occasioni in campo aperto gli assedianti, che perdono il tristo Menelao. Ma il destino è in agguato e il principe troiano trafigge agilmente l’ingenuo ed avventato Patroclo, irriconoscibile nell’armatura sottratta ad Achille, decretando così la propria fine; essa sarà resa ancora più umiliante dal trattamento oltraggioso che il Pelide riserverà al suo cadavere, in spregio ad ogni onore dovuto all’avversario sconfitto in leale combattimento. 

Alla figura di Ettore come modello di eroe civile che, pur conoscendo l’inevitabile conclusione, non esita ad affrontare a viso aperto il nemico in nome della fedeltà al proprio dovere nei confronti del popolo che gli ha affidato il compito supremo, non ho avuto difficoltà ad accostare, su altre pagine, le figure di Giorgio Ambrosoli e di Paolo Borsellino. «Come l’Ettore omerico, Borsellino aveva il culto della famiglia cui riservava ogni possibile attenzione circondandosi dell’affetto della moglie Agnese e dei figli Manfredi, Fiammetta e Lucia. Il suo commiato frettoloso ma tenerissimo in quel drammatico 19 luglio del 1992 ricorda l’addio di Ettore alla moglie Andromania e al figlio Astianatte, prima di andare incontro al sacrificio». Un bel quadro del pittore neoclassico Gaspare Landi ritrae quella scena, e indimenticabili sono i versi omerici che cantano l’agonia scelta con coraggio estremo: 

«Ahi! Davvero gli dèi mi chiamano a morte.Credevo d’aver accanto il forte Deifobo:ma è fra le mura, Atena m’ha teso un inganno.M’è accanto la mala morte, non è più lontana,non è inevitabile ormai, e questo da tempo era caro a Zeus e al figlio arciero di Zeus, che tante volte m’han salvato benigni. Ormai m’ha raggiunto la Moira.Ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma compiuto gran fatto, che anche i futuri lo sappiano» ( Iliade, XXII Libro)

L’isolamento già sperimento da Giovanni Falcone e che Paolo Borsellino percepiva intorno a sé, fu gridato in occasione del convegno organizzato dalla rivista MicroMega nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo, il 25 giugno 1992. Chi scrive era presente a quell’ultimo messaggio disperato e molti anni dopo si è rivisto dietro una delle colonne, in un’immagine d’archivio dello splendido libro fotografico, pubblicato in ricordo di quell’evento. Le parole di quella sera sono epiche e vanno tramandate: «Il pool antimafia – disse – deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio». E spettacolo tremendo fu, non una ma due volte.

Ne abbiamo visti di Ettore in questo anno che va a concludersi, talvolta celebrati, sovente ignorati dai media. Tutti meritano che il loro ricordo non appartenga solo a noi che ne siamo stati contemporanei, ma vada tramandato nel libri di scuola, se ancora essa avrà il compito di introdurre i più giovani ai misteri che rendono la vita degna di essere vissuta e, quando occorre, donata. Che i loro volti e nomi non si perdano nel chiacchiericcio della politica, spesso accostata alla guerra e come quella non priva di codardi e di felloni nascosti sotto diverse casacche e, da qualche tempo, dietro griffate mascherine.

Altro destino è riservato a Enea, eroe non omerico ma virgiliano, tra i protagonisti minori di quelle vicende di cui segna l’epilogo, dando il messaggio più autentico che lega le generazioni: non c’è futuro senza preservazione dell’essenza della propria origine e, allo stesso modo, senza affidarsi ai più giovani che trainano verso il futuro. Poiché tale è l’interpretazione, ad avviso di chi scrive, della stampa a tutti nota, un tempo riproposta a partire dai sussidiaria della scuola elementare, che ritrae il protagonista con sulle spalle il padre Anchise.

Che tanto facilmente si sarebbe potuto abbandonare tra le fiamme, tenuto conto che, come ha impudentemente affermato il presidente della regione Liguria, l’ineffabile Giovanni Toti, «gli anziani non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese». Si è scusato pubblicamente, ma probabilmente verrà ricordato in futuro soltanto per quella frase infelice. Ci vuole poco per passare alla storia.

Minore attenzione è stata riservata dalla critica iconografica al piccolo Ascanio-Iulo che viene spesso descritto sbrigativamente come “tenuto per mano” da Enea. In realtà, ove si guardi con attenzione, il bambino sembra trainare lontano dalla città che brucia i propri progenitori: lo sforzo di trarre in salvo il padre e il nonno è dipinta sul piccolo volto, disperato di non possedere la forza sufficiente, necessaria a traghettare verso la sponda della salvezza il mondo che lo ha preceduto e timoroso di essere, piuttosto, risucchiato dal passato. 

Dovrebbe essere Ascanio-Iulo il testimonial di Next Generation Eu e il particolare di quella stampa, ingrandito ed evidenziato, dovrebbe campeggiare sul Palazzo Berlaymont di Bruxelles, sede della Commissione Europea, al posto di quel pannello senz’anima che somiglia più alla pubblicità di un analgesico che temiamo diventi un anestetico dei patimenti che sempre accompagnano i processi di cambiamento: una comoda epidurale per lenire il parto di una generazione a cui pochi vogliono raccontare con chiarezza ciò che l’aspetta, e che andrebbe invece formata con inedite pedagogie al nuovo mondo, certamente più aspro di quello attuale, che si prepara per loro.

A quanti frequentano il palazzo di Rue de la Loi consiglio una passeggiata nelle vicinanze. Sono diciotto chilometri, un quarto d’ora in auto o con i mezzi pubblici predisposti. Attraversato un bosco maestoso, si ritroveranno nella piana di Waterloo dove su una collina artificiale campeggia il leone di bronzo. Fu voluta dal re Guglielmo I dei Paesi Bassi in ricordo del proprio figlio gravemente ferito in quella battaglia, ma diventò presto un monumento di più ampio significato.

Intorno, una pianura sconfinata sotto cui giacciono le ceneri dei caduti di quella battaglia in cui duecentocinque anni fa si svolse lo scontro epocale tra ciò che restava della Rivoluzione Francese e la Restaurazione con cui gli imperi legittimisti avrebbero paralizzato il continente per trent’anni, fino ai primi risvegli nel 1848. Una lettura delle pagine maestose che Victor Hugo dedicò a quelle ore fatidiche nel capitolo intitolato “Houguoumont” nella seconda parte – capitolo II del capolavoro “I Miserabili”, può essere di conforto nei prossimi giorni di lookdown

«Il campo di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra, impassibile sostegno dell’uomo, e somiglia a tutte le altre pianure. Però di notte da quella pianura s’innalza una specie di bruma fantastica; e se qualche viaggiatore, passando di là, osserva, ascolta,medita, come Virgilio nella funesta pianura di Filippi, l’allucinazione della catastrofe l’assale. Il terribile 18 giugno rivive: sparisce la falsa collina-monumento, sfuma quel leone qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realtà. Schiere di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi attraversano l’orizzonte, il sognatore spaventato vede balenar le sciabole, scintillare le baionette, fiammeggiare le bombe, incrociarsi mostruosamente i fulmini. Sente, come un rantolo in fondo a una tomba, il vago clamore della fantastica battaglia: quelle ombre, sono i granatieri, quel luccichio, sono i corazzieri, quello scheletro è Napoleone, quell’altro scheletro è Wellington. Tutto questo non esiste più, eppure cozza e combatte ancora. E i burroni si tingono di rosso, e gli alberi fremono, la furia arriva fino al cielo, e nelle tenebre tutte quelle alture selvagge, Mont-Saint- Jean, Hougomont, Frischemont, Papelotte e Plancenoit, appaiono confusamente coronate da un turbine di spettri che si sterminano tra loro».

Dalla pianura bagnata dallo Scamandro alla terra che custodisce gli oltre quindicimila caduti in un solo giorno nella piana di Waterloo, migliaia di battaglie sono state combattute prima e dopo e in esse sono caduti pochi veri eroi, e sopravvissuti invece molti codardi che non hanno esitato ad ascrivere a se stessi le vittorie. Sembra essere una costante della natura umana che, secondo Tucidide, è condannata a ripetere i medesimi comportamenti poiché “η ιστορία είναι πόλεμος”, la storia è guerra, ed è ciò che viene insegnato da secoli ai cadetti delle accademie militari di tutto il mondo, come da anni ormai ai giovani manager dell’economia globalizzata.

Il tema è stato recentemente ripreso e sistematizzato dal politologo statunitense Graham Allison autore del testo pubblicato in italiano nel 2018 da Fazi con il titolo “Destinati alla guerra”. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? Un tema di grande attualità di cui occorrerà scrivere presto perché sarà lo scenario che farà da sfondo a molti degli eventi del 2021.

A distanza di settemila chilometri dalla Grecia ma nello stesso periodo di Tucidide, il V secolo a.C. il generale e filosofo cinese Sun Tzu, scrisse l’Arte della Guerra, il più raffinato testo di strategia militare, mai trascurato da parte da chi cerca di comprendere e di governare il fenomeno più costante della natura umana. Sun Tzu però non si limita a dare precetti per sconfiggere i nemici in battaglia, ma insegna a gestire i conflitti personali, quotidiani, in modo non distruttivo: «come in guerra, anche nella vita di tutti i giorni, la miglior battaglia è quella che vinciamo senza combattere».

Un convincimento profondamente radicato nell’ultimo eroe omerico, Ulisse, l’unico vero vincitore della guerra di Troia, quando si pensi ai drammatici destini che attendevano gli altri condottieri greci tornati in patria e messi in scena da Eschilo nell’Orestea e da Sofocle nell’Elettra. Il re di Itaca, già restio a prendere parte alla spedizione, aveva compreso perfettamente come intelligenza e razionalità siano le armi vincenti in ogni campo dell’agire umano e possono evitare inutili bagni di sangue. Un particolare tipo di eroismo senza fanfare che è diventato il mito fondativo dell’Uomo moderno ma che sembra ormai dimenticato, nel procedere a ritroso delle coscienze.

Con Ulisse si chiude il Mito e inizia la Storia su cui però il primo incombe come una premonizione utile solo a chi sa coglierne il valore predittivo e soltanto un moralista come Dante Alighieri poteva includerlo tra i consiglieri fraudolenti nel XXVI canto dell’Inferno. Tra i tanti padri attribuiti a Odisseo, il più credibile non è il re pastore Laerte ex argonauta ormai in disarmo, quanto Sisifo, l’uomo che riuscì ad ingannare più volte gli dei ed alla fine fu condannato a risalire un monte recando sulle spalle il masso che, raggiunta la cima, ritornava a precipitare a valle, costringendo il reo a ricominciare daccapo, per l’eternità.

Quell’ostinazione a riprovare sempre non appare oggi una pena, ma l’inesauribile volontà, nonostante tutto, di risollevare il mondo e con esso se stesso dal buio dell’abiezione, della sottomissione e della rassegnazione. Un’eredità potente a cui non possiamo permetterci il lusso di rinunciare. Albert Camus gli dedicò nel 1942 un saggio che fece scalpore, “Il mito di Sisifo. Saggio sull’assurdo”. In esso, l’autore de “La Peste”, tanto citato nell’anno della pandemia coincidente con il sessantesimo anniversario della morte, scrisse: 

«Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Un pensiero da diffondere e sostenere, quia absurdum, perché può sovvertire il costante tentativo del potere umano o divino di imporre nuove e più inquietanti catene alla libertà umana. Un sfida che attende ciascuno all’uscita della caverna dove le ombre pretendono di essere la realtà ed i burattini che le generano si illudono di essere Dei. Un augurio, infine, nell’ultimo giorno di questo anno in cui tanto abbiamo perso ma nel quale molto dovremmo aver compreso.

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