A destra di TrumpSimboli nazi e armi libere, così mi sono ritrovato in mezzo al popolo dell’alt-right

È una minoranza, ma rumorosa. Nel corso degli anni si è infiltrato nell’elettorato repubblicano e ne ha conquistato una fetta. Come documenta Federico Leoni in “Fascisti d’America” (Paesi edizioni), è un mondo allevato dall’ex presidente, ma che continuerà a esistere anche dopo di lui

AP Photo/Michael Dwyer, File

Epifania di un conflitto. È il 6 gennaio 2021. Il Congresso americano sta ratificando la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del novembre precedente.

È un passaggio formale che in genere richiede non più di un’ora, stavolta ci vorrà molto di più.

Un gruppo di parlamentari repubblicani, infatti, contesta i risultati. È la linea del presidente Trump: abbiamo vinto a valanga, ma le operazioni fraudolente dei democratici hanno ribaltato l’esito della sfida. Gli credono molti di quei settanta milioni e passa di americani che hanno votato per lui, forse gli credono tutti; sicuramente gli credono i sostenitori che quel pomeriggio di gennaio si trovano lì, davanti a Capitol Hill, a urlare «Stop the steal», fermate il furto.

Il presidente si rivolge a loro con un discorso incendiario in cui li invita a marciare sul Campidoglio, «perché non riavrete il vostro paese se siete deboli, dovete essere forti e mostrare la vostra forza».

I sostenitori lo prendono alla lettera: assaltano Capitol Hill, scalano i muri, sfondano le finestre, in pochi minuti sono dentro. Un luogo simbolo della democrazia americana è stato violato.

Per alcuni è stato un tentativo di golpe, per altri un corteo di sprovveduti finito molto male. La verità, come sempre, è nel mezzo. Non tutti coloro che hanno votato per Trump sono dei violenti facinorosi, ma le elezioni del 2016 hanno galvanizzato e unito alcuni movimenti dell’estrema destra che da anni cullano l’idea di una nuova rivoluzione americana. Conosco queste persone, le ho incontrate altre volte.

A Phoenix, per esempio.

Come molte altre città statunitensi, Phoenix è un’enclave democratica circondata da zone rurali spiccatamente repubblicane. La convivenza è icastica: accanto ad altissime palme, così simili a quelle della California democratica, spuntano i saguaro, i cactus tipici dell’epopea western esaltata dalla destra. Sabato 7 novembre 2020, però, anche Phoenix era in mano ai trumpiani.

Joe Biden aveva vinto, e il conteggio ancora in corso in Arizona stava delineando un’affermazione del candidato democratico in uno Stato che da George W. Bush in poi aveva sempre votato repubblicano. Davanti alla sede del Parlamento locale un gruppo nutrito di elettori di destra stava manifestando per chiedere che fosse riconosciuta quella che per loro era una verità evidente: le elezioni erano state una truffa.

Io ero in mezzo a loro. Con Flavio Maspes eravamo stati inviati negli Stati Uniti per raccontare quella che si preannunciava come una tornata elettorale dalla portata particolarmente rilevante. Eravamo partiti quasi tre settimane prima da Portland, in Oregon, scendendo giù fino a San Diego e virando poi verso Est, toccando Yuma, in Arizona, per poi arrivare in Texas e invertire infine la rotta in direzione di Phoenix.

Lungo il Pacifico e in mezzo al deserto avevamo cercato strenuamente quello che, con un brutto e abusato termine giornalistico, viene chiamato il «popolo di Trump». Dov’era quella maggioranza silenziosa che nel 2016 aveva negato la Casa Bianca all’odiatissima Hillary Clinton? Eccola qua. Improvvisamente mi ci trovavo dentro. Era diventata una minoranza, forse, ma si era rivelata rumorosa.

Alla protesta partecipavano vecchi e giovani, famiglie con bambini accanto a uomini armati di fucili d’assalto che dicevano di difendere il diritto d’espressione dei manifestanti, ragazze in minigonna con la pistola alla cintola, qualche afroamericano, diversi ispanici, tantissime donne.

Quasi nessuno portava la mascherina anti-Covid, ignobile concessione alla retorica liberal che, sfruttando la pandemia, voleva sottrarre lo Studio Ovale al suo legittimo occupante. Le bandiere sventolavano garrule: quella a stelle e strisce, ovviamente, quella a sostegno della polizia, quella delle milizie, quella dei complottisti di QAnon…

Entro un paio di minuti mi avrebbero dato la linea dagli studi milanesi di Sky Tg24. Due ragazzi armati mi passarono accanto: indossavano polo nere e gialle, la divisa informale del gruppo dei Proud Boys. Sembravano bambini che giocavano alla guerra. Non lontano da me, un altro ragazzo si aggiustava il giubbotto antiproiettile sulla camicia hawaiana: il dress code dei Boogaloo Boys, gli anarchici che sognano una nuova guerra civile.

Un minuto alla diretta. Come avrei potuto rendere con chiarezza il senso di ciò che mi circondava? Come avrei fatto a spiegarlo in un live di pochi minuti?

Nel corso degli anni la far-right americana, da minoranza reietta, è arrivata a toccare pericolosamente la destra tradizionale, a infiltrarsi nel mondo dei conservatori mainstream.

Non si può dire che la base repubblicana sia oggi interamente composta da estremisti; ma si può dire che le idee degli estremisti hanno conquistato – magari solo in parte, magari solo in una versione edulcorata – una certa fetta dell’elettorato di destra. Lo vedevo con i miei occhi, lì a Phoenix: c’erano genitori che mettevano i figli in braccio agli uomini delle milizie, per poi scattare loro una foto ricordo.

Era stato Trump a permetterlo? Non da solo. L’estrema destra aveva usato Trump più di quanto non fosse vero il contrario.

La far-right aveva conquistato le simpatie di molti elettori e avrebbe conservato il loro appoggio, anche se Trump si fosse fatto da parte. C’erano cittadini che si ponevano domande giuste, avrebbero sempre trovato qualcuno pronto a irretirli con un mucchio di risposte sbagliate. L’esercito di Trump sopravvivrà al suo generale.

I gruppi della destra radicale avevano conquistato la ribalta, lo si vedeva a colpo d’occhio: le bandiere, le magliette, gli slogan, la retorica. Ogni movimento aveva la sua iconografia e il suo linguaggio. Erano dettagli, ma nell’insieme facevano la differenza.

Trenta secondi alla diretta. Provai a raccogliere le idee, cercavo un modo per mettere ordine in quel caos e tentare di raccontarlo. «Servirebbe una mappa», pensai, «una mappa per orientarsi nel mondo dell’estrema destra».

Dieci secondi. Questo libro è quella mappa.

 

da “Fascisti d’America”, di Federico Leoni, Paesi edizioni, 2021, pp. 176, euro 16

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