Oceani che dividonoPerché in Italia fatichiamo a comprendere il politicamente corretto degli americani

Ciò che è normale nella televisione italiana, là sarebbe impensabile. Una questione di sensibilità diversa, evoluta in un complesso contesto sociale multietnico. Il rischio, spiega Simona Siri insieme con il marito Dan Gerstein in “Mai stati così uniti” (Tea), è quello di fare errori di prospettiva

(Photo by Gary Knapp / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / GETTY IMAGES / AFP)

L’eccesso di politicamente corretto è evidentemente una questione prettamente americana: in Italia se ne parla, ma più come discussione di principio che come problema concreto dal momento che il percorso nella costruzione della sensibilità sui temi delle minoranze è per forza di cose storicamente molto indietro.

Metà delle cose che passano alla televisione italiana, ad esempio, in America non potrebbero mai e poi mai. Un esempio su tutti: il «blackface» ovvero l’usanza da parte dei bianchi di dipingersi la faccia per interpretare personaggi di colore.

In Italia persone con la faccia colorata di nero si vedevano ancora due anni fa sulla Rai durante il programma “Tale e Quale Show” in cui cantanti imitano altri cantanti (in uno dei casi in questione Roberta Bonanno impersonava Beyoncé, cosa che un qualche scalpore, almeno su Twitter, lo aveva suscitato tanto che Bonanno stessa aveva risposto: «Sono tutto tranne che razzista. Sto alle regole del format. Grazie, andate a combattere il razzismo da altre parti».)

Sempre nel 2019 per pubblicizzare la nuova rotta Roma-Washington, Alitalia fece uno spot in cui un attore bianco con la faccia dipinta di nero interpretava Barack Obama: le reazioni furono così unanimi che la compagnia di bandiera dovette scusarsi e ritirare il filmato, ammettendo l’errore.

Negli Usa il blackface è considerato così offensivo che è bandito da anni, con il risultato che non solo nessuno si sogna più di farlo, ma addirittura artisti e personaggi famosi possono finire nei guai nel caso riemergano vecchie fotografie.

È capitato al conduttore Jimmy Fallon, che per una scenetta di venti anni prima del “Saturday Night Live” in cui impersonava il comico Chris Rock, si è dovuto scusare pubblicamente, con un messaggio video contrito: «Non sono razzista». È successo persino al primo ministro canadese Justin Trudeau, colpevole di essersi pittato la faccia di nero e vestito da Aladino per un gala del 2001 a tema Notti Arabe.

La comica Tina Fey, produttrice esecutiva e protagonista della serie comica “30 Rock”, ha di recente chiesto alla NBC Universal di ritirare dalla sua piattaforma quattro vecchi episodi della serie perché in essi c’erano attori in blackface.

Nella stessa settimana la Quaker Oats, marca americana di cibo, annunciava il ritiro del succo d’acero e della base per pancake Aunt Jemima perché sulla confezione il personaggio della zia era originariamente rappresentato come una «mammy», ovvero la caricatura della schiava grassa e felice, non particolarmente sveglia ma molto leale, uno stereotipo perfettamente rappresentato dal personaggio interpretato dall’attrice Hattie McDaniel in “Via col vento”, ruolo per il quale vinse l’Oscar nel 1940, prima afroamericana della storia.

Peccato che la sera della premiazione, al ristorante Coconut Grove all’interno dell’hotel Ambassador di Los Angeles, McDaniel non poté sedersi insieme al resto del cast, al regista e ai produttori, ma fu relegata in un tavolino striminzito per due alla fine della sala: il Coconut Grove infatti, come molti locali dell’epoca, non permetteva l’ingresso alle persone di colore e aveva già fatto un’eccezione nel permetterle di entrare.

Il capolavoro con Vivien Leigh, Clark Gable e Olivia de Havilland, che racconta la storia d’amore tra Scarlett (Rossella) O’Hara — Leigh —, figlia di un proprietario di piantagione, e Rhett Butler — Gable —, un aristocratico del sud, nella città di Atlanta allo scadere della Guerra civile qualche mese fa è stato sospeso dalla piattaforma streaming della rete americana via cavo HBO.

In Italia la notizia ha fatto molto scalpore, riportata da tutti i giornali con toni apocalittici come ennesimo esempio di «cancel culture» una delle esagerazioni del pensiero unico che ha a che vedere con l’eliminazione di tutto (parole, libri, persone) ciò che rappresenta una minaccia per il politicamente corretto.

In realtà la questione era più complessa. La motivazione di HBO, presa nell’ambito delle proteste per la morte dell’ennesimo afroamericano innocente ucciso da poliziotti bianchi, era infatti che il film, per i suoi innegabili contenuti razzisti, richiedesse un inquadramento storico prima di essere rimesso disponibile sulla piattaforma. Non una cancellazione, quindi, ma il tentativo di proporre un prodotto culturale datato con la sensibilità attuale, sicuramente più delicata per tutto quello che concerne l’etnia e il razzismo e le minoranze in generale.

Come in molte altre situazioni, rimango sempre molto colpita dalla differenza in termini di dibattito tra quello che viene detto in Italia e in Usa rispetto a temi delicati come questo. Che “Via col vento” sia infatti un film razzista, nella mia patria di adozione non è messo in dubbio da nessuno, e non è neanche una novità. Sono anni che se ne parla in modo critico, mettendo in evidenza le problematiche legate a una rappresentazione troppo edulcorata e per nulla veritiera della schiavitù, con i neri felici e sottomessi e i bianchi magnanimi.

Pur essendo fan del film e pur avendolo visto almeno una decina di volte, non mi ero mai posta il problema né della sua veridicità storica né tantomeno del suo trattamento dei neri. Certo, il doppiaggio italiano è persino peggio, con i personaggi di colore che parlano con i verbi all’infinito, e forse qualche sospetto mi era venuto vedendo il film da ragazzina, ma è indubbio che da quando vivo qui ne sono diventata molto più consapevole, tanto che oggi faccio fatica a riguardarlo, mentre sono più stimolata da film come “12 anni schiavo” e “Harriet” (la storia di Harriet Tubman, schiava liberata che aiutò settanta schiavi a scappare attraverso le famose «Underground Railroad»,una rete di strade segrete e case abitate da persone bianche e nere disposte ad aiutare gli schiavi fuggiaschi), pellicole che, anche se imperfette e non certo capolavori, raccontano la schiavitù in un modo storicamente più interessante.

Insomma, è cambiata la mia sensibilità. La domanda è: troppo? Sto forse esagerando? Sto diventando troppo «woke», un termine adottato dall’inglese vernacolare afroamericano che è tornato in voga nell’ultimo decennio per definire la consapevolezza di una persona riguardo i problemi di giustizia sociale?

Mi sto trasformando in una insopportabilmente suscettibile detentrice del giusto, una sempre pronta a giudicare e a schierarsi a favore della causa sociale di turno? Arriverò come fanno tanti millennial e Generazione Z americani a mettere nella firma delle mie mail l’indicazione del pronome – maschile, femminile o il neutro «they/them» – con cui voglio essere identificata, come fanno ormai tantissimi qui?

Non lo so, ma so che sono egualmente irritata da entrambi gli estremi. Sono infastidita da quelli che respingono le giuste istanze delle minoranze, la loro sete di giustizia e visibilità e che usano la cancel culture come mezzo per il mantenimento del privilegio, sminuendo una lotta legittima e dovuta, ridicolizzandola solo come «l’ossessione di una generazione suscettibile verso i mali del mondo», per usare le parole usate da Claudia Durastanti in un bell’articolo su Internazionale.

Ma sono anche infastidita da quelli che, pensando di essere sempre nel giusto, si adeguano a una normalizzazione di pensiero e di giudizio che non può essere un bene, non lo è.

Per tornare a “Via col vento”: quando uscì la notizia di HBO mi irritarono moltissimo i giudizi italiani verso gli americani, accusati di fascismo di sinistra e di neo maccartismo per un argomento che invece in USA si dibatte praticamente da sempre, da quando il film fu girato.

Dall’altra parte mi irritarono allo stesso modo certe prese di posizioni americane guidate dall’onda emotiva e irragionevole del momento, come quelle che volevano addirittura mettere in discussione “Hamilton” – il musical sul primo ministro del tesoro, Alexander Hamilton – perché avrebbe rappresentato i Padri Fondatori in modo troppo benevolo, tralasciando il fatto che molti di loro tra cui George Washington e Thomas Jefferson fossero proprietari di schiavi.

Eppure “Hamilton” è universalmente riconosciuto come un’opera d’arte tra le più inclusive mai realizzate, con un cast composto per il 90% da persone di colore. Al suo creatore, Lin-Manuel Miranda, viene dato credito di aver portato una rivoluzione dentro il mondo del teatro di Broadway, dove la maggioranza degli spettatori e degli artisti è bianca (alle critiche Miranda ha risposto dicendo che sono valide, e che era felice della conversazione che si stava creando, ma che sarebbe stato impossibile per lui, in due ore e mezza di spettacolo, raccontare più di quello che c’è dentro allo show).

da “Mai stati così uniti. Cosa ho capito dell’America litigando con mio marito americano”, di Simona Siri con Dan Gerstein, Tea, 2020

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