I tweet di WeimarIl mito della pugnalata alle spalle che spianò la strada a Hitler e altre bufale di oggi

Nel saggio “Morte della democrazia” lo storico americano Benjamin Carter Hett racconta come il consenso popolare per la Repubblica di Weimar fu minato da chi faceva della menzogna la sua arma politica, un po’ come adesso con Trump

Ap/Lapresse

Allora non si chiamavano bufale o fake news, ma la sostanza è la stessa: menzogne, balle, volgarissima propaganda. Che la sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale fosse dovuta, non alla superiorità di uomini e mezzi degli eserciti alleati e agli errori dei generali del Kaiser, ma a un complotto, una pugnalata alle spalle contro la Germania da parte dei democratici, è stata la bufala, anzi la madre di tutte le bufale, che minò alle fondamenta il consenso popolare per la Repubblica di Weimar e spianò la strada all’avvento di Adolf Hitler.

Ce lo ricorda lo storico americano Benjamin Carter Hett in uno strepitoso saggio, “Morte della democrazia” (Einaudi), che andrebbe letto e riletto in questa estenuante fine d’anno 2020.

Nella Germania di Weimar le bufale, in realtà, erano due: il mito nazionalista dell’agosto 1914, l’estate dell’entrata in guerra, e quello democratico della Rivoluzione di novembre del 1918, con l’abdicazione di Guglielmo II e la nascita della repubblica.

Agosto contro novembre, estate luminosa contro nebbia autunnale, esaltazione collettiva contro depressione e disfatta: il contrasto non potrebbe essere più forte, e ne deriva una spaccatura lancinante dell’animo tedesco. Entrambi i miti sono falsi, ma tra i difetti più fatali del regime di Weimar c’è appunto «la profonda convinzione che milioni dei suoi cittadini nutrivano fiducia in cose la cui falsità era perfettamente verificabile».

Altrettanto falso, secondo Carter Hett, è un altro mito duro a morire, quello di Versailles, secondo cui la severità delle potenze vincitrici nei confronti della Germania sarebbe all’origine della rabbia popolare che sfocia nel nazismo: «È certo che quasi tutti i tedeschi percepivano il trattato come ingiusto, ma questo non lo rende necessariamente tale. Quello che conta è che i tedeschi erano divisi su come si dovesse reagire: bisognava cercare di opporsi facendo resistenza, anche armata se necessario, o ricorrere alle pazienti armi della diplomazia?».

A eccitare gli animi, insistendo sulla versione della pugnalata alle spalle sono i vertici militari, soprattutto i comandanti in capo Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff, per giustificare la loro fallimentare strategia bellica: e lo slogan viene cavalcato dai nazionalisti per delegittimare i democratici.

Secondo la mentalità della destra tedesca, «solo l’unità dimostrata nell’agosto 1914 poteva essere la risposta a un disastro come quello del novembre 1918. La forma più estrema di questa idea è quella espressa nel concetto nazista di Volksgemeinschaft, comunità di popolo», che si propone come la reincarnazione dello spirito del 1914. Del resto anche in Italia, che pure era dalla parte dei vincenti, il mito della «vittoria mutilata» lanciato da D’Annunzio più o meno negli stessi giorni, seduce le masse frustrate dei reduci e prepara il terreno a Mussolini e a una rivoluzione fascista propagandata come unica via al riscatto della Nazione.

Ma in fatto di bufale nessuno può sfidare Hitler. Lui non solo mente di continuo, ma teorizza la menzogna come arma politica. Nel “Mein Kampf” scrive che i politici sbagliano quando raccontano bugie piccole e insignificanti. Molto meglio «la grande menzogna», perché in essa «c’è sempre un elemento di credibilità». «La grande massa di un popolo…proprio per l’elementarità dei suoi sentimenti, cade più facilmente nell’inganno di una grossa bugia che di una piccola».

Ecco l’alta considerazione che il capo del nazismo aveva della sua gente, nota Carter Hett. Altro che superiorità della razza germanica: i tedeschi erano per lui una massa di ignoranti e andavano trattati come tali, non con discorsi sofisticati sulle tariffe doganali o sui livelli fiscali come facevano i politici «borghesi». «Per far leva sulla mente del cittadino medio ci voleva un messaggio semplice, emozionale (l’odio funzionava benissimo), non intellettuale. E il messaggio doveva essere ripetuto all’infinito».

Proprio così: un tweet dopo l’altro, a raffica, per martellare nei crani sempre la stessa grande menzogna. Ieri la pugnalata alle spalle o la vittoria mutilata. Oggi l’elezione rubata: «Voter fraud all over the country», la gente che vota due volte, il complotto dei democratici. E anche se i fatti ti danno torto, anche se 59 volte su 60 i tuoi ricorsi vengono respinti dalle corti di giustizia di tutta la confederazione, milioni di fan esagitati continuano a crederci. Tu sei costretto a lasciare il potere, alla Casa Bianca entra il tuo sfidante, ma il mito resta.

Un mito divisivo, una leggenda nera che avvelena i pozzi e corrode le basi della democrazia. Soprattutto se restano intatti (o magari si aggravano, sotto i colpi della pandemic recession) i motivi della sfiducia e del malcontento che avevano portato il Grande Bugiardo alla vittoria.

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