Il giorno della manipolazioneLo sconcio spettacolino intorno a Leonardo Sciascia

Con la polemica sui professionisti dell’antimafia, lo scrittore siciliano non denunciava le mele marce della magistratura, come si sta cercando di far credere, ma una concezione di giustizia e le relative rivendicazioni di potere

La riprova di quanto si ama il lavoro di un intellettuale – non di quanto lo si stima, non di quanto lo si apprezza, non di quanto se ne considera l’importanza: ma appunto di quanto lo si ama – è nel senso di insulto, di profanazione, di offesa personale che produce l’assistere all’altrui contraffazione, al travisamento indecente, al malizioso e basso esercizio di manipolazione fuorviante di quel lavoro.

E, proprio come nelle vicende amorose, quel sentirsi privatamente oltraggiati si eccita in modo apparentemente sproporzionato e irragionevole per occasioni che chiunque altro, non preso da medesimo sentimento, giudicherebbe immeritevoli di tanta indignazione: ma appunto solo apparentemente e solo perché si scambia per indignazione ciò che è altro, vale a dire il dolore per la ferita di un patrimonio intimo. Un dolore che non dipende dalla forza dell’agente offensivo, ma dal fatto che ad esserne aggredito è quell’ambito delicato.

Va bene, tutta questa pippa per dire che se tu, in questi giorni di centenario di Sciascia, ti imbatti in una piccola porcheria di Telecinquestelle (aka La7), con qualche fiore del nostro giornalismo che invita a rimeditare Sciascia perché se lo avessimo letto meglio non avremmo avuto Palamara, ecco, se sei composto e non afflitto da quel sentimento là te la risolvi così, dicendoti: «Ma guarda che teste di cazzo».

Se invece sei sopraffatto da quell’affezione diversa, allora senti proprio male: e quella piccola mascalzonata, con la profonda e meschina disonestà che la caratterizza, finisci a patirla nell’eccesso di una trafittura sentimentale piuttosto che nel dispetto di una violazione civile.

Tant’è. Resta il fatto: e cioè la denuncia del professionismo dell’antimafia collocata tra le cose buone e giuste, e persino da rivalutare, perché in realtà si rivolgeva contro le mele marce di quell’ammnistrazione, personalisticamente contro l’inevitabile presenza mariuola in seno a una struttura e concezione altrimenti sana e ammirevole.

Per capirsi: quella tradizione ci ha dato i Caselli, i Di Matteo, gli Ingroia, la roba intangibile: avessimo letto meglio Sciascia, non avremmo permesso che quel lustro fosse deturpato dalle cospirazioni WhatsApp nel Csm.

Non serve domandarsi cosa avrebbe detto Leonardo Sciascia di questa serena immondizia: basta leggere quel che scrisse veramente per sapere che erano i pomi eminenti e fragranti del canestro antimafia, con la loro concezione di giustizia e con le loro rivendicazioni di potere, non quelli eventualmente bacati, con le loro malversazioni, a motivare le pagine di Sciascia che lo avrebbero messo ai margini della società civile.

E invece no, Sciascia dopotutto era uno sponsor magari eccentrico ma infine genuino dell’antimafia nobile, e fosse vissuto un po’ di più avrebbe assistito con soddisfazione al valoroso combattimento della magistratura corporata che metteva nell’angolo i protagonisti della trattativa Stato-Mafia, all’impegno della magistratura televisiva che riafferma i meriti del 416-bis nella cessazione dello scandalo delle carceri trasformate in Grand Hotel, al fervore delle conferenze stampa del procuratore della Repubblica che promuove il rastrellamento di trecentotrenta persone nel compimento della rivoluzione giudiziaria con cui smonta e rimonta come un giocattolo i pezzi dell’Italia corrotta. Poi, certo, forse su qualche episodica sbavatura del reggimento togato Sciascia avrebbe avuto qualcosa da eccepire. Ma era dei nostri.

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