Lost in translationIl divario tra la percezione di Angela Merkel all’estero e in Germania

Il merkelismo implica solitamente senso dello Stato, maestria politica, tutte le caratteristiche che compongono il profilo del “grande statista”; per i tedeschi invece è sinonimo di centrismo esasperato, temporeggiamento estremo, scarsa iniziativa

LaPresse

Da qui a settembre, quando si terranno le elezioni politiche in Germania, su tutti i giornali potremo sicuramente leggere decine e decine di editoriali su Angela Merkel e il suo lunghissimo regno: bilanci, analisi, resoconti di un quindicennio che ha segnato l’Europa e il mondo. Per capire la percezione di Merkel in Germania e all’estero, o la questione della leadership durante il suo interminabile mandato abbiamo chiesto l’aiuto di due esperti di Germania e di politica tedesca: Lorenzo Monfregola e Ubaldo Villani Lubelli.

Lorenzo Monfregola è un giornalista e collabora con numerose testate, da Aspenia Online a Il Tascabile; Ubaldo Villani Lubelli è docente di Storia delle Istituzioni Politiche presso l’Università del Salento e autore del blog Potsdamer Platz, oltre che collaboratore dell’Huffington Post.

Kater: Siamo entrati nell’ultimo anno che vedrà Angela Merkel alla guida della Germania, dopo un quindicennio di governo. Se il suo posto nella storia non è certamente in discussione, un aspetto decisamente interessante è quello che riguarda la percezione della Cancelliera, e il gap fra come la vedono in Germania e come viene vista invece nel resto del mondo. Certo rimane sempre molto popolare fra i tedeschi, ma quando si parla di “merkelismo” i punti di vista non potrebbero essere più diversi. All’estero implica solitamente senso dello Stato, maestria politica, tutte le caratteristiche che compongono il profilo del “grande statista”; in Germania invece “merkelismo” è essenzialmente sinonimo di centrismo esasperato, temporeggiamento estremo, scarsa iniziativa.

Un vecchio sketch di extra3 definiva “merkelismo” quella patologia che porta a non prendere mai una decisione chiara, a non scegliere mai da che parte andare: un po’ quello di cui anche Martin Schulz accusava la Cancelliera nel 2017, non fare nulla aspettando che i problemi si risolvano da soli. Per quanto grossolana, c’è del vero in questa prospettiva: si può dire che l’unica volta che Merkel ha mostrato davvero coraggio, con il suo famoso Wir schaffen das durante la crisi dei migranti, in termini di popolarità abbia pagato un prezzo molto salato. E anche in quel caso si è registrato un notevole scarto fra le reazioni all’estero e quelle in patria: molto criticata in Germania, Merkel ha invece raccolto un grandissimo credito morale nel resto d’Europa.

Villani Lubelli: Certamente esiste una differenza di percezione e di valutazione del fenomeno Merkel in patria e all’estero. E questa differenza si è ancora più estremizzata a partire dalla crisi umanitaria del 2015. Ma questo particolare fenomeno di differenza di percezione e di valutazione credo sia del tutto normale, si potrebbe fare lo stesso discorso per qualunque fenomeno politico e per qualunque leader internazionale. Si potrebbero fare molti esempi. Penso, più che altro, che l’era Merkel vada divisa in due fasi storiche: prima e dopo il 2013. Le elezioni del 2013 l’hanno consacrata e da allora Merkel ha agito con un’enorme consapevolezza e libertà politica sapendo di avere un consenso molto ampio.

Il merkelismo inteso come assenza di direzione, una sorte di anything goes, per dirla alla Feyerabend, può forse essere applicato alla prima parte dell’era Merkel. Del resto, fu coniato per la svolta sul nucleare e per le titubanze nelle crisi economico-finanziaria e dell’euro. In questa prima fase Merkel ha spesso agito inseguendo il consenso. Dopo il 2013 ha creato consenso, ovvero ha indicato una linea politica intorno alla quale creare consenso. In questa seconda fase onestamente non riesco proprio a capire quali sarebbero le “incertezze” del merkelismo. Mi sembra una costruzione giornalistica e teatrale (ci sono molti spettacoli realizzati in questi anni in Germania che presentano una Merkel caricaturale, si pensi per esempio al Distel Kabarett Theater di Berlino) piuttosto che una realtà o opinione diffusa tra gli elettori e le elettrici.

Dall’estremismo di destra ai migranti, dall’Europa al Covid, Merkel ha anzi avuto posizioni molto nette e chiare, magari discutibili, ma indubbiamente ha assunto un profilo da leader risoluta. Quanto all’immagine di Angela Merkel all’estero, a quello che potremmo definire profilo internazionale non bisogna dimenticare che la Cancelliera, sin dall’inizio del cancellierato, ha cercato con successo di ritagliarsi un’immagine di leader prima europea, poi globale. Ricordo, a tal proposito, il ruolo importante che ebbe per la stesura del Trattato di Lisbona.

Monfregola: Penso che sia utile identificare effettivamente due piani. Il primo è quello del dibattito e delle dinamiche interne alla Germania. Su questo piano Merkel è semplicemente la Kanzlerin, una politica moderata, centrista, che applica tatticamente una specie di declinazione luterana del wu wei (l’azione-non-azione taoista). Non so quanto Merkel abbia davvero cambiato in questi anni il suo stile attendista, credo che lo abbia semplicemente perfezionato, facendolo diventare espressione di una politica tecnocratica ma attenta, anti-ideologica ma con specifici valori irrinunciabili, personalissima ma senza riconoscibile vanità politica. Uno stile che magari non entusiasma i tedeschi, ma che funziona e convince proprio perché da decenni i tedeschi non vogliono un politico che li entusiasmi ma qualcuno di affidabile che sappia fare bene il proprio lavoro.

Il secondo piano è invece quello in cui è evoluta l’immagine internazionale di Merkel. Evoluzione che è stata guidata dal mondo liberal anglo-americano. La non chiusura dei confini tedeschi ai rifugiati nel 2015 ha dato a Merkel un profilo definitivamente globale, basti ricordare che proprio nel dicembre 2015 fu eletta TIME Person of the year. Nella politica interna Merkel è tornata in verità ben presto a fare realpolitik sul dossier immigrazione, andando a cercare un accordo con Erdoğan per bloccare di fatto la rotta balcanica. Ma l’immagine di Merkel come Kanzlerin del mondo libero ha preso la sua strada, nutrendosi proprio di quegli entusiasmi che da tempo in Germania non fanno molto parte del politico.

Questa immagine internazionale di Merkel si era inizialmente formata come complementare al passaggio di consegne da Barack Obama a Hillary Clinton. Poi, però, è successo il doppio imprevisto: la Brexit e la sconfitta di Clinton da parte di Trump. D’un tratto Merkel si è così trovata a reggere il ruolo di unica “leader del mondo libero”. Merkel è stata così inevitabilmente deterritorializzata dalla propria specificità tedesca. La cosa più cruciale di tutte, alla fine, è come Merkel viva da qualche anno sulla sua stessa persona la contraddizione decisiva dell’egemonia riluttante tedesca, in cui la Germania viene caricata di ruoli e leadership internazionali che accetta ormai consapevolmente, ma sempre con cautela e costante preoccupazione.

Essere una nazione qualunque ma semplicemente migliore di altre nella competizione del mercato globale era il sogno perfetto tedesco. Questo sogno è finito. Tramite l’evoluzione dell’immagine internazionale di Merkel si vede come la Storia continui a premere per un’evoluzione del ruolo geopolitico della stessa Germania, che non può e non potrà mai essere una nazione qualunque.

Kater: Entrambi avete citato momenti di crisi, dal crash finanziario all’estate dei rifugiati all’inattesa vittoria di Trump. E se c’è una cosa che la crisi che stiamo vivendo, quella della pandemia, ha mostrato nuovamente è proprio il talento di Merkel come crisis manager. Sembra quasi blasfemo dirlo, ma per certi versi l’arrivo del Coronavirus ha aiutato Merkel a riconquistare una popolarità che sembrava ormai irrimediabilmente perduta – lo Spiegel parla di un vero e proprio comeback.

A volte l’impressione è che se da un lato alla grandezza di Merkel come crisis manager la Germania debba il suo essere uscita bene da queste fasi delicatissime, dall’altro la sua minore efficacia nel “sistemare l’esistente” possa nel tempo danneggiare il Paese, lasciandolo in qualche modo inadeguato alle sfide dei prossimi decenni. Un ragionamento simile lo faceva l’Economist alla vigilia delle elezioni del 2017: se Merkel vincerà – così si leggeva – forse potrà finalmente mettere in campo misure incisive per portare la Germania davvero nel ventunesimo secolo, visto che finora la struttura del Paese è rimasta in gran parte quella ereditata dall’Agenda 2010 e dalle riforme di Gerhard Schröder.

Villani Lubelli: Le questioni che poni sono due e di diversa natura. La prima riguarda il consenso di Merkel. Sono d’accordo nel dire che Merkel, politicamente, ha avuto fortuna perché la pandemia è arrivata in un momento in cui il suo governo e la maggioranza erano in crisi. La sua abilità è stata quella di sfruttare al meglio la pandemia, era indubbiamente un terreno politico a lei congeniale perché Merkel dà il meglio di sé nel momento in cui il dibattito politico è poco polarizzato. L’abbiamo visto in positivo nelle elezioni del 2009 e del 2013, in negativo in quelle del 2005 e del 2017.

La seconda questione riguarda il suo stile e la sua attività di governo. Indubbiamente Merkel verrà ricordata come la Krisenkanzlerin. La serie di crisi che ha dovuto gestire e la diversità della loro natura (dalla crisi costituzionale dell’UE al nucleare, dalla crisi migratoria a quello economico sociale, dalla rinnovata ascesa dell’estremismo di destra al terrorismo islamico per finire alla pandemia) sono impressionanti. Se certamente i governi Merkel hanno potuto agire in un contesto preparato delle precedenti riforme del suo predecessore, l’abilità di Angela Merkel è stata di non stravolgere quelle riforme, come del resto sembrava voler fare stando alla campagna elettorale del 2005. Ricordo la famosa flat-tax di Paul Kirchhof con cui si presentò alle elezioni.

Detto questo, ricordo anche che l’Agenda 2010 che citi ha lasciato anche molte ferite aperte nella società di cui forse di parla troppo poco. In questo senso confesso di non essere un grande estimatore di Gerhard Schröder, un politico fin troppo osannato dalla sinistra liberal. Schröder ha lasciato macerie sia dal punto di vista strettamente politico – penso alle difficoltà della SPD – che sociale.

Quanto invece alla capacità della cancelliera di preparare la Germania al XXI secolo, ritengo sia un problema molto sopravvalutato. So benissimo, naturalmente, che in Germania da anni si è discusso sui media della necessità prima di un’Agenda 2020 e ora di un’Agenda 2030, ma faccio un  esempio concreto: oggi la Germania è il Paese in Europa che meglio ha potuto reagire alla crisi pandemica grazie al pareggio di bilancio degli anni passati che è stato un punto fermo della politica merkeliana.

In questi anni la Germania ha dimostrato già di essere molto meglio pronta ad affrontare le crisi rispetto ad altri paesi, qualunque esse fossero (economico-sociali, migratorie o sanitarie). La capacità di gestione amministrativa e politica di gran parte della classe dirigente tedesca non ha eguali in Europa. Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un vecchio Der Spiegel del gennaio 2011 dove in un articolo si cercava di spiegare la forza della Germania di affrontare le crisi. L’autore, Christoph Schwennicke, Direttore del mensile Cicero, scriveva: «la Germania ha ceduto solo in parte alla moda politica del neoliberismo e non è stata completamente trasformata come la Gran Bretagna, un tempo grande modello. La Germania sta ora dimostrando che è necessario un nuovo ruolo dello Stato: nulla è così importante come uno stato forte e solvente». Mi sembrano parole veritiere e molto attuali.

Monfregola: Direi che in questi passaggi ci sia dentro tutta la contraddizione storica dell’era Merkel, che è fatta di 2 nuclei: 1) la grandissima capacità di gestire la complessità della contemporaneità con formule reattive, 2) la volontà di rimandare però tutto il rimandabile in quanto a visioni politiche e geopolitiche attive. Attualmente si parla tanto di accelerazione: ecco, il merkelismo è stato invece un magistrale movimento di decelerazione, di contenimento. Perché? Perché la Germania, per costituzione storica, non poteva e non voleva permettersi strappi troppo bruschi.

Come dicevamo, negli anni 2000 la Germania si apprestava a entrare in un mondo quasi perfetto: globalizzazione da pax americana, avanzata verso surplus commerciale, nessun bisogno di strategia militare. L’Agenda 2010 (che ha reso la produzione tedesca molto più competitiva, anche se a costo dello stato sociale) è stata pensata proprio per far diventare la Germania campione nel mercato globale. Poi, però, la pax americana e la relativa globalizzazione si sono rivelate come fasi storiche e non come orizzonti definitivi degli eventi. Così Merkel ha, da un lato, ancora beneficiato delle riforme modello quasi workfare di Schröder e, dall’altro, ha già iniziato a proteggere con estrema attenzione la Germania da un susseguirsi accelerato di shock esterni. E in questa gestione Merkel è stata tecnocraticamente imbattibile, così com’è stato efficiente il Moloch della burocrazia statale e privata dell’hard-power tedesco (funzionari, industria, istituzioni economiche).

La domanda, però, è cosa succederà ora a tutte le questioni lasciate aperte dalla razionalità del merkelismo: dall’identità tedesco-europea (scissa tra visione post-nazionale dei Grünen e riemergere della Leitkultur tra i conservatori) alla capacità di inserire il potere militare nell’equilibrio della Berliner Republik (questione a dir poco decisiva, come mostra l’urgenza delle indagini tipo KSK), dal conflitto tra proiezione euroasiatica e atlantismo (Nord Stream, accordo CAI con Cina) alla capacità tedesca di strutturare i sacrifici necessari a farsi davvero egemone in Europa (questione che potrà riemergere se il Covid non sarà superato abbastanza velocemente).

Sia chiaro, su molti di questi temi Merkel e il merkelismo hanno dato sempre risposte tecnicamente funzionali sul breve periodo (si veda il Recovery Fund) e forse addirittura costituenti sul medio periodo (si veda sempre il Recovery Fund). Ma si è tuttavia trattato di risposte sempre reattive, tendenzialmente economicistiche, che la Kanzlerin ha sempre consapevolmente evitato di inserire in una visione tedesca complessivamente (geo)politica. Dicevamo che i tedeschi vogliono leader bravi ma non entusiasmanti. Bisogna aggiungere che la pressione esterna potrà in futuro cambiare questa stessa tradizione della democrazia tedesca.

La domanda del dopo Merkel è se il vaso di Pandora della riformulazione attiva di una strategia geopolitica tedesca andrà ora in mano al progressismo green-europeista tedesco (anche se Schwarz-Grün) o a un qualche riemergere di vie nazionali (europee ma occidentaliste, liberiste ma post-liberali).

Kater: Un altro aspetto interessante è la questione della leadership. Spessissimo sentiamo dire «quanto la rimpiangeremo, la Cancelliera», ma dimentichiamo un punto cruciale: parte essenziale della leadership è anche pianificare in maniera adeguata la propria uscita di scena. E Merkel ha davvero preparato la sua successione? Sicuramente l’ha fatto in termini di personale, facendo ben capire chi fra i possibili eredi era ben gradito e facendo fuori invece gli altri, ma ha anche preparato le condizioni per la transizione? Con il suo peso politico/elettorale e la sua popolarità è riuscita a tenere unito il partito per anni, ma appena ha ufficializzato che si sarebbe fatta da parte son tornati fuori i coltelli. Annegret Kramp-Karrenbauer da questo punto di vista è stata un po’ una vittima sacrificale – certo anche per sue colpe, ma non solo. Pensiamo ad esempio alla sua velata critica a Merkel, per aver scisso la guida del partito e la Cancelleria: una mossa che ha minato l’autorità della Vorsitzende dei conservatori.

Monfregola: È importante questa prospettiva per cui una leadership vada giudicata anche per come un/a leader gestisce la propria successione. Abbiamo detto sopra che uno dei punti di forza di Merkel sia stato il rifiuto della vanità politica. Sulla successione, però, sembra essere molto simile a tanti grandi leader della storia, che a un certo punto seguono una tendenza naturale a voler sistemare burocraticamente la propria eredità e dimostrare al tempo stesso una propria insostituibilità personale. Del resto, il fatto che Merkel sia stata tirata per la sua celebre giacchetta per fare l’attuale quarto mandato (addirittura c’è ora chi la vorrebbe per un quinto) dimostra proprio come un problema di insostituibilità ci sia e che sia enorme. La domanda è quanto Merkel abbia contribuito a creare questa situazione.

Anni fa ci fu il caso emblematico di Karl-Theodor zu Guttenberg: poteva essere salvato politicamente, ma Merkel lo lasciò affondare. Perché il potere per 15 anni lo mantieni anche vedendo da molto lontano chi potrebbero essere dei possibili contendenti. E su questo la Kanzlerin è stata tatticamente sempre attenta ed è anche così che la Kanzlerin ha comunque garantito la proverbiale stabilità tedesca.

In quanto ad Annegret Kramp-Karrenbauer la domanda è una: Merkel l’ha scelta sottovalutando i suoi limiti o considerandoli un vantaggio perché voleva una erede soprattutto diligente e senza progetti eccessivamente disruptive? C’era magari qualcun altro da valorizzare al posto di AKK? Però lo ripeto: per i grandi leader questo è un fenomeno quasi automatico. Più complessivamente la questione riguarda invece tutta la Germania: forgiata nell’istituzionalizzazione democratica della sua colpa storica, per decenni la politica tedesca si è mossa in spazi politici molto precisi e definiti. Se negli ultimi 15 anni il centrismo merkeliano è riuscito a coprire/assorbire di fatto tutta l’offerta politica di questi stessi spazi, allora poi è inevitabile che senza Merkel resti innanzitutto un vuoto. Un vuoto che potrà a un certo punto essere sostituito solo da una ridefinizione profonda delle geometrie politiche.

Villani Lubelli: Nella lunga era merkeliana la cancelliera è riuscita a mantenere la sua leadership per una sua oggettiva capacità di governare ma anche perché molti suoi autorevoli rivali interni si sono esclusi da soli. La lista è lunga: dal citato zu Guttenberg a Koch, da Merz e Röttgen. Il problema della successione è una questione che come giustamente ricorda Lorenzo è comune a quasi tutti i grandi leader politici della storia. Purtroppo una successione politica non si può decidere a tavolino e tutti i leader che plasmano un’epoca storica (a prescindere dal giudizio politico) vengono rimpianti.

Ci sono delle persone che in un determinato momento storico diventano eredi ma possono poi fallire. Annegret Kramp-Karrenbauer era la persona giusta in quel momento, ma non nel lungo periodo. In realtà, osservando gli eventi con distacco, non c’era una vera soluzione alternativa al “duopolio” Merkel-AKK nel 2018. In ogni caso credo che la vera erede politica della Cancelliera sia Ursula von der Leyen, sebbene questa abbia un profilo autonomo e sia quasi coetanea della Cancelliera. Non credo che il vuoto che lascerà Merkel resterà tale a lungo, in realtà la storia politica tedesca è costituita da cancellieri di una generazione che sono stati poi presto rimpiazzati.

Il sistema istituzionale tedesco dà ampie garanzie in questo senso ed esiste una classe dirigente in ruoli apicali che continuerà anche a sostenere il nuovo corso della Repubblica Federale come attore globale. Dal punto di vista strettamente politico, ci sono diverse personalità della nuova generazione che promettono bene, penso a Spahn, Söder, Schwesig, Habeck, Baerbock solo per fare alcuni nomi. Ritengo sia molto più interessante capire come evolveranno le relazioni tra i partiti nell’era post-merkeliana. Se con Angela Merkel la CDU ha guadagnato una centralità assoluta, per la CDU vedo un rischio di marginalità, anche se molto dipenderà da chi verrà eletto Presidente del partito.

Kater: Spesso si è parlato di eventuali ruoli che Merkel avrebbe potuto ricoprire a livello europeo, una volta concluso il suo mandato. La Cancelliera ha sempre negato ogni interesse, come prevedibile; oltre a questo, però, il suo stile politico e di leadership sembra forse poco adatto a uno scenario diverso da quello tedesco. Molte delle caratteristiche che entrambi avete citato ne fanno una leader certamente straordinaria, ma incredibilmente tedesca – nei vari sensi in cui questo aggettivo si può intendere. L’opzione più probabile sembra essere in realtà un’altra.


Continua a leggere su Kater un blog collettivo che parla di Germania – o almeno ci prova – al di là di semplificazioni, stereotipi e luoghi comuni.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta

Linkiesta PaperIl nuovo numero quintuplo de Linkiesta Paper – ordinalo qui

In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper questa volta è composto di cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

Con un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro. Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

10 a copia